lunedì 5 dicembre 2011

Le olive e il calendario lunare

Anche l'ultima ciotola di olive ha finito il suo mese di risciacquo e adesso tutti i vasetti sono al loro posto, in attesa del 23 dicembre, quando i due contenitori più grandi faranno il cambio di salamoia.
Intanto ho comperato il calendario lunare, quello delle semine e dei raccolti.
Quest'anno servirà, servirà moltissimo.
Abbiate fiducia.

domenica 13 novembre 2011

Leda in salamoia

Week end giardiniero per preparare cortile del condominio e giardino a un inverno che tanto sembra non voler arrivare.
Trapiantati pesco e albicocco in vasi molto piu' grandi, riaggiunta la terra dove si era abbassata nelle innaffiature di una lunghissima estate.
Il limone e le aromatiche sono finite sotto al portico, per non soccombere nell'umidita' sotto i cinque gradi della notte.
Restano le begonie come ad agosto, i pomodori punteggiati di fiorellini gialli e le rose, le mie amate rose, che continuano a sbocciare indefesse.
Mah, e' tutto molto strano in questo autunno caldo anche dal punto di vista politico, con l'orribile vecchio gonfio che se ne va e la gente non ci crede, sembra sia impossibile che sia finita.
In tutto questo, le olive sono in salamoia.
Ho cambiato ricetta in corsa, trovandone una con tempi piu' brevi. Questa prevede il sale a 120 grammi per litro d'acqua per quaranta giorni, poi venti giorni al 60% nella salamoia di conservazione. Ho messo rametti di rosmarino a tenerle sotto la superficie. Ho le mani profumate e il pensiero che corre a febbraio.
Se anche finisse il mondo nel 2012, e' meglio che accada con le olive in dispensa.

martedì 8 novembre 2011

Aggiornamento sulle olive pendolari

Come alcuni di voi avranno intuito, il mio mezzo chilo scarso di olive fa il pendolare come me.
Infatti è necessario cambiare l'acqua tutti i giorni e, sinceramente, affidare al coniuge anche questa incombenza sarebbe stato abusare della sua pazienza.
Metto un asterisco e apro una nota a pié di pagina (scusate, ma con la maschera di blogspot non so come si fa).
Nota a piè di pagina. La lista dei compiti del marito al momento include: nutrizione, pulizia e coccole ai gatti; annaffiatura di tre talee di edera che furono un giorno decorazioni verdi di un matrimonio e che hanno messo radici in acqua - sottotitolo "hanno fatto le radichette, vorrai mica buttarle via"; annaffiatura di tre talee di rosa destinate a popolare il terrazzino della città bassotto, ma solo se non piove; formulazione di un messaggio di saluto e aggiornamento sulle faccende della settimana per la signora delle pulizie che viene il mercoledì; manutenzione del vicinato, che si sente solo in mia assenza; consolazione della moglie a cui manca tutto, incluso il vicinato. Fine della nota a piè di pagina.
Le olive, dicevo, fanno le pendolari. Stasera sulla superficie dell'acqua era comparsa una specie di schiumetta, che avevo letto essere assolutamente normale e segno di evoluzione del processo attraverso il quale le nostre amiche perdono il sapore fetido che hanno appena raccolte e diventano commestibili.
Non ho resistito e ne ho assaggiata una.
Squilli di tromba: fanno ancora schifo, ma giuro che cominciano a sapere di oliva e sembrano avere il potenziale per diventare incredibilmente gustose e profumate.
La soddisfazione è massima, anche se attendo per gioire di avere fatto la salamoia.
Ultima confessione della serata: sapete cosa ho fatto del nocciolo dell'oliva che ho assaggiato?
Sta seccando in una tazzina per essere interrato fra qualche settimana, appena avrò portato giù un po' di terra.
Verrà su un olivo nella città bassotto?

domenica 6 novembre 2011

Il mondo dei panettieri che sorridono - pensieri sul precariato

Il nuovo lavoro si porta dietro, come sempre, alcune cose interessanti. Che, come spesso accade, hanno poco o nulla a che vedere con il lavoro in quanto tale.
Fra queste ci sono le persone che incontro. L'azienda della città bassotto è divisa nettamente in due sociodemo – come direbbe mio marito.
C'è la vecchia azienda, tutte persone nate e cresciute lì, con l'accento pesante. Sono loro che hanno fatto quel posto e quella pasta, sono a casa fra le nebbie e le case buttate come dadi nella pianura. Tutta gente per bene, così mi sembra, solo assediata come castellani medioevali.
Sotto le mura ci sono i barbari, mi consenta Baricco di usare la sua terminologia perfetta e abusata. I ragazzi e le ragazze dagli accenti diversi assunti negli ultimi anni per portare quel luogo in un millennio diverso ed estraneo. Quelli che parlano in mensa in inglese con un coetaneo indiano, perchè l'unica differenza che non riescono a sormontare è proprio quella con i nativi della città bassotto.
Quelli romani e quelli filippini, quelli alti e quelli scuri, scuri in una città in cui il razzismo è sdoganato come il marrone insieme al blu nei vestiti.
Quelli con il contratto a termine, o lo stage, o la neoassunzione, che li rende al contempo arrabbiati e allegri. Arrabbiati con loro, i castellani, pasciuti e sazi e apparentemente nullafacenti dietro le loro torri di garanzie. Allegri perchè il precariato li lascia leggeri, non li obbliga a pensarsi lì per sempre.
E qui viene il punto interessante. E' successo qualcosa, secondo me, qualcosa con cui nel tempo la società del mutuo e del posto fisso dovrà fare i conti.
Per tutte queste persone la prospettiva di pensarsi fra le dune di pianura per sempre fa molta tristezza. La stabilità è per loro il sogno di qualcun altro.
Mi sento meno sola, quando parlo con loro.
Diciamo tutti le stesse cose, ed è rasserenante.
Soprattutto le ragazze sono tutte brave bambine come me. Siamo la generazione di quelle che hanno preso ottimo alle medie, sessanta alla maturità e centodieci e lode all'università.
Quelle che hanno sgomitato per entrare nel mercato del lavoro, anche più, forse, di quanto fosse necessario, convinte da madri che avevano fatto fatica sul serio che gli uomini fossero lì agguerriti ad ostacolarle. Quando in realtà erano troppo stupiti anche solo per accorgersi che stavamo arrivando e preparare una controffensiva.
Siamo noi, che ci siamo scoperte brave quasi con sorpresa, perchè in fondo è facile sembrare geniali, basta continuare a fare quello che ci hanno insegnato fin da piccole. Siamo le secchione di turno, fare tutti i compiti e studiare e garantire presenza e attenzione ci sembra il minimo, quando per molti - generazioni intere che hanno lavorato prima di noi - è oltre il massimo. Basta davvero poco in questo mondo per ritrovarsi apprezzate, se sei fatta come noi e sei in questa fase della vita, ancora senza bambini e doppie carriere a complicare (e rendere affascinante) lo schema.
Solo che siamo infelici nel nostro successo apparente.
Ci ritroviamo a trent'anni, qualcuna qualcosa in più qualcuna qualcosa in meno, con la percezione chiarissima che abbiamo fatto tutto per soddisfare gli altri che abitavano la nostra coscienza. Soprattutto le altre, penso, le nostre madri.
Vi ho detto spesso che quando a tre anni qualcuno mi chiedeva cosa volevo fare da grande, rispondevo sempre “fioraia”. Tutte noi abbiamo risposto qualcosa di diverso da quello che siamo ora: erboriste, panettiere, sarte, giornalaie, mamme. La cosa che fa male è che si tratta sempre di mestieri semplici, per molti più umili di quelli che facciamo oggi.
Mica volevamo fare tutte le astronaute o gli ingegneri nucleari.
Cosa ci ha impedito di diventare quello che volevamo?
Siamo ancora in tempo per cambiare oggi, senza perdere la faccia davanti a chi ci ha cresciuto e conosciuto ambiziose e brave e secchione?
La risposta per molte di noi è pensarsi o essere "a tempo". 
Non avere più il mito del contratto a tempo indeterminato, oppure guardarlo come l'ennesimo tick di un questionario che non compiliamo più. 
Qualcuna non riesce ad accedervi, è vero, ma non si tratta della volpe e l'uva, ve lo assicuro.
Chi sgomita per quel contratto lo fa spesso per puntiglio, come estremo gesto della cocciutaggine o della debolezza di dover dimostrare.
Tutte quelle che non ce l'hanno ancora ce l'avranno, solo per essere più infelici di prima per un po' di tempo, finchè non capiranno che nulla è cambiato.
Non so cosa significherà per la società nel suo complesso avere una generazione intera, forse anche di più, che ha cambiato radicalmente paradigma, almeno nella sua componente femminile (i maschi mi sembrano ancora più sereni nel modello che hanno inchiavardato loro in testa, ma forse è solo una mia impressione. Se non vogliono il posto fisso è perchè non si sentono ancora pronti a fermarsi, non perchè stiano mettendo in discussione il fatto stesso di fermarsi).
Penso che sia tutto molto distruttivo, non c'è niente come un contratto e un mutuo per cancellare nella gente il ricordo di cosa voleva fare a tre anni.
O forse è l'inizio di un mondo, in cui i fiorai, i sarti, i panettieri e i giornalai finalmente sorridono.

giovedì 3 novembre 2011

La tana dello scoiattolo

Ieri sera ho dormito per la prima volta nella casa bassotto della città bassotto.
Mi sembra la tana di uno scoiattolo, perchè per la prima volta da quando sono qui ho dormito bene.
Così bene che mi sono alzata tardi e ho fatto tutto di corsa.
C'è aria di me, là dentro. C'è il legno per terra, la luce che entra da tende molto bianche, è tutto chiaro e pulito e a metà fra vecchio - vecchissimo e nuovo che è come intendo io la casa.
Ci sono le foto delle papere che ha fatto la persona che se n'è andata troppo presto, foto rovinate e sciolte da una lunga permanenza in cantina, che sono quasi astratte.
C'è il mio tappeto per sedermi per terra e i fiori in un vecchio vaso.
C'è anche il computer, settimana prossima ci sarà internet e si potrà scrivere pepetrolio invece di abbrutirsi davanti alla TV.
Quando entri c'è Steve Jobs che ti guarda perchè ci sono ancora pochi libri e uno, sulla mensola, è la sua biografia appena uscita. Voglio capire meglio chi è, mi ci sono imbattuta così tanto da quando sono qui che mi ha incuriosito con i soliti vent'anni di ritardo sul mondo (non sono una persona molto avanti, ve l'avevo già detto? Non prevedo le mode, nè i personaggi che diventeranno cool, nè comincio a interessarmi alle tecnologie e agli scrittori prima che diventino di massa. Sono la pancia della gaussiana, quella bella cicciotta).
La sera prima che morisse stavo leggendo Libertà di Franzen, più che altro per vedere se era un caso letterario fittizio o se era bravo davvero - e, tra parentesi, mi pare bravo davvero.
Ad un certo punto c'è una tirata sulla Apple, sulla multinazionale conservatrice per sua essenza organizzativa, che riesce a diventare per un caso abbastanza straordinario di capitalismo recombinant un simbolo della sinistra.Con un modello chiuso come quello di Microsoft. Con prezzi tutt'altro che democratici. Vendendo cose belle e il sogno di diventare belli acquistandole.
Stavo pensando che condividevo abbastanza questo modo di vedere la cosa, che mi aveva sempre fatto diffidare istintivamente di quelli "O apple o niente".
La mattina dopo Jobs non c'era più. E io ascoltavo commossa "Stay young", pensando a quanto è faticoso e necessario restare giovani, a quanto nel mio piccolo tutto quello che stavamo facendo lo facessimo (io e A.) per restare giovani e folli, per non accomodarci nella zona di agio...
Per questo Steve Jobs sta lì a guardarmi con una benevolenza che non mi avrebbe mai riservato da vivo. Guarda le ciotole delle olive che ho portato dal mio giardino, che stanno in acqua a perdere l'amaro.
Guarda i barattoli con la mia menta già secca per le tisane del raffreddore.
Guarda le molte foto di noi due in viaggio. Le foto dell'ascella, le chiamiamo, quelle che ti fanno i turisti come te con la tua macchina fotografica, in cui io sto sotto l'ascella di A. e sorrido con i bidi in fronte, scialli a coprire spalle non abbastanza musulmane o indù o cattoliche, braccialetti e collane di legno raccattate ovunque come una madonna di pompei orientaleggiante.
Penso che sia contento di stare nella mia tana dello scoiattolo, il rifugio per un inverno che non so ancora quanto durerà, ma che grazie a quel posto diventerà accettabile.
E forse un giorno, se non riuscirò per sempre a restare giovane e folle, se anch'io, come tutti, mi troverò ad abitare nei ricordi, troverò sia stata persino una bella stagione.

martedì 1 novembre 2011

Autunno in rosa

Il freddo le fa quasi viola
Oggi indulgo in orrende fotografie del mio giardino bellissimo nel sole annebbiato di foschia dell'autunno. Lo faccio per me stessa e non per voi, per ricordarlo nella città bassotto e per sospirarlo quando le rose, queste compagne incredibili della mia vita, che quest'anno hanno saputo sorprendermi da aprile a novembre, saranno solo bastoncini spinosi.
Rosa, poi verdi, poi rosa: il destino di un'ortensia

L'ultimo dei moicani

Le olive prima della raccolta
Ah, giusto per spirito di servizio: la ricetta che sto seguendo per le olive in salamoia e' questa qui.
Speriamo che funzioni, ma sembra imparata dalla nonna, quindi mi fido. E, tra parentesi, sono quasi sicura che se dovrò buttare via il raccolto sarà colpa della mia incompetenza e non dei preziosi consigli del web.
Al momento le guardo, le bado e spero, perché è un bel pensiero invernale, quello di fare a marzo la prima insalata di riso con le mie olive.
Nere o verdi, speriamo che vengano
Qualcuno sa perchè tutti i colori dei fiori sono così vivi, in questo momento dell'anno? Qualcuno ha una risposta sui misteriosi meccanismi di impollinazione che trasformano una rosa il resto dell'anno orgogliosamente candida in un fiore a pois rosa acceso?
Sembra che il giardino si sia fatto di allucinogeni.
Oppure, questo è il pensiero triste e antropocentrico, che voglia attirare l'attenzione di una giardiniera distratta, che dal lunedì al venerdì sparisce senza ragione lasciando alle erbacce troppo tempo per diventare più alte delle occupanti ufficiali dei vasi. Un po' come la gatta piccola, che fa la cacca sotto al letto quando ha paura che mi dimentichi di lei.
Forse invece ha ragione mio marito, che guarda lo spettacolo selvaggio e trova che le piante, così come gli animali, trovino una certa soddisfazione dalla maggiore libertà che lui lascia loro.
Non so quale sia la prospettiva, che varia con il mio umore, ma in entrambi i casi è così bello tornare e trovarli tutti lì, nella loro vita autonoma che è la mia.

Bianche e violente

Bianche a pois

lunedì 31 ottobre 2011

Traslochi e olive

Benedetti siano quattro giorni di fine settimana, svariati venerdi' fittizi per stare col marito, traslocare nella casetta nuova e, domani, raccogliere le olive.
Il giardino e' commovente nella sua autonomia autunnale, con l'umidita' della notte che lo innaffia, le rose bianche che assumono incredibili sfumature di rosa acceso per il freddo della notte. Siamo agli ultimi boccioli, fra un po' si riposeranno, dopo sei mesi di fioriture ininterrotte che non sapro' mai ricompensare, per quanto compost metta sul terreno sfinito. 
I glicini perdono le foglie, le inutili piante di more (ormai e' ufficiale, nessuna mora e nessun ribes, ormai non c'e' piu' spazio per le speranze) diventano rosse e intense, i pomodori continuano a fiorire come se non ci fosse mai un domani. Il mio unico limone si fa giallo, l'albero cresce, cosi' come le ortensie: i fiori, che ho lasciato attaccati dopo la fioritura di giugno e luglio, si sono fatti da rosa a verdi, ora sono rossi come se volessero salutare prima di andare a nanna.
Il giardinetto della citta' bassotto e' tutto all'ombra, le figlie della mia pianta lo popoleranno appena arrivera' la stagione delle talee.
Le olive sono tante, mezze verdi e mezze nere. Due alberelli su tre, compreso quello che un giorno fu un bonsai che ho lasciato crescere in un vaso da pianta normale, sono carichi di frutti grossi e sani, che stacchero' dolcemente per il primo raccolto della mia vita. L'anno scorso persi tutto con una grandinata d'agosto. 
Oggi ho studiato tutti i siti del mondo e ho deciso di farle in salamoia. Seguo la ricetta di un forum di cuoche, in cui sono entrata in punta di piedi leggendo in silenzio,  per non essere cacciata per incompetenza manifesta.
Ecco quello che ho capito:  mercoledi' porto le olive nella citta' bassotto e le metto a bagno, dove devono stare a perdere l'amaro fino al primo di dicembre, cambiando l'acqua tutti i giorni (o almeno dal lunedi' al venerdi', data la giardiniera pendolare). 
Poi tre mesi di acqua e sale: prima 100 grammi per litro in un barattolo chiuso al buio dell'armadio,  poi 120 grammi per litro, poi 60 grammi e si possono mangiare.
Vi tengo aggiornati sugli esiti, incrociamo le dita e speriamo di leccarcele a marzo.

sabato 22 ottobre 2011

News dalla citta' bassotto

Rose in casa

Piante da bagno

La citta' bassotto lascia poco tempo per scrivere.
Si torna al residence nemmeno troppo tardi, prima di quando si torna a casa nella citta' - cane - normale. Si e' stanchi e soli e si ha voglia solo di telefonare un po' e di spegnersi davanti a un televisore, su un letto che e' quasi tutta la stanza.
Non si ha nemmeno voglia di aprire pepetrolio. Per scrivere cosa, poi?
Nella stanza ci sono le piante di plastica.
Ho trovato un appartamentino.
La signora che lo affitta e' una prof. del liceo, di quelle con cui nella vita sono sempre andata d'accordo.
E' una casa vecchiotta e trascurata, ma c'e' spazio e luce. Soprattutto c'e' un terrazzino, un quadrato tutto grigio e triste con gli spuntoni contro i piccioni in cima ai muri. Ma e' un giardinetto in potenza, un piccolo angolo dove trovare pace di sera. Un posto dove la gatta piccola puo' venire, se si abituera'.
Il prossimo week end, che e' lungo, mi ci spostero' dentro. Provero' a starci meglio di come sia stata in queste cinque settimane.
Provero' a ricominciare a scrivere e pensare, vedro' se qualcosa cresce anche nella citta' bassotto, oppure se il razzismo delle persone e la loro incredibile superbia ammaccata blocca anche i fiori e i pomodori.
Questo vuol dire la citta' bassotto.
Una mia amica mi ha raccontato che i bassotti non sanno di avere le zampe corte, loro credono di essere cani grandi. Sono orgogliosi e arroganti, si credono delle stesse dimensioni di un labrador, di un pastore tedesco, e come tali si comportano. Con dignita' da vincenti naturali. Spesso riescono anche a convincere gli altri di essere cosi'. Meraviglie della profezia che si autoadempie.
Solo che questo rende i bassotti simpatici, gli abitanti della citta' bassotto no.
Si sentono cittadini di una metropoli, hanno addosso il razzismo di provinciali spaventati.
Valutano con sufficienza chiunque non apprezzi il culatello e il loro polveroso teatro, chi non si incanti dell'opulenza fittizia e decadente del loro benessere.
Fanno paura perche' si sentono la parte migliore d'Italia, ma hanno i sogni corti come zampe. Zampe da bassotto, appunto.
Grazie MC per gli orti che mi racconti. Provero' a farne uno anche in mezzo alla nebbia color vuitton in cui vivo cinque giorni la settimana.
Per il momento torno a casa al venerdi', raccolgo le rose e riempio di fiori bianchi e puliti la casa. Metto a svernare in bagno le piante delicate per il freddo che arriva. Accarezzo molto i gatti e il marito e vado avanti con il motto dell'amica di Nemo: zitta, nuota e sorridi, qualcosa di buono verra' anche da questa avventura.
Questa e' un'altra storia, ve la racconto appena ho un tavolo e una pianta.

venerdì 7 ottobre 2011

Dedico una mattina a Steve Jobs

Peccato che non sia una "early morning person". Stamattina mi sono alzata prestissimo per accompagnare A. in stazione. E' venuto a trovarmi nella città bassotto (giuro che vi spiego presto cosa vuol dire) e stamattina tornava a Casa. Casa con la maiuscola, uniformemente quella nostra e dei gatti e la città che non ho mai sentito bella e mia e perfetta come ora che sono qui.
Pian piano è venuto giorno sulle edicole illuminate e sui bar già aperti. Ora soffia un vento che dicono porterà un freddo che per fortuna non vuole venire. Voglio pensare che resti estate per me, per addolcire queste prime settimane lontane.
Ho ascoltato il discorso di Steve Jobs, il celebre Stay hungry, Stay foolish di Stanford, ho pianto un pochino per quest'uomo che non è mai stato il mio guru ma che dice una cosa che io sento nello stomaco da sempre: la vicinanza costante della morte, l'impossibilità di rimuoverne il pensiero e la conseguente necessità di essere vivi ogni giorno in modo speciale, di stare accesi, di amare molto e di fare solo ed esclusivamente quello che fa sentire in pace.
Il profondo egoismo che viene dal non essere capaci di pensarsi sempre alla prima settimana di una vacanza di due è forse la caratteristica più costante del mio carattere mutevole.
Da questa vengono i pomodori, il silenzio interiore che mi danno, l'effimera idea di eternità che è la stessa di questa mattina in cui il sole sale piano.
In cui guardo la foto sulla scrivania, vedo mio marito e me in un viaggio di nozze lontano, più giovani ma non più leggeri, e penso che non vale la pena nient'altro che accompagnarci reciprocamente in stazione essendo capaci di restare molto vicini.

sabato 1 ottobre 2011

16 settembre 2011

Questa linea del non saluto mi sembra l'unica possibile, perche' come si fa a salutarti? 
L'analisi della situazione e' semplice. 
Nel 2003 io ero professionalmente niente, l'unico bagaglio solido delle elementari ben fatte a cui all'epoca non davo abbastanza peso. 
Ero una ragazzina, non scema probabilmente, ma decentemente noiosa e ideologica e piena di convinzioni fin troppo salde. Emotiva e chioccia e con lo sdegno facile, ma cosi' lo sono ancora.
Oggi sono una con una professionalita'. Sara' da valutare se capace di usarla da sola. 
Sono anche una donna, forse, con la stessa ingenuita', meno certezze, un'idea abbastanza chiara di quelli che sono i miei pregi - tenere insieme la gente, essenzialmente, intorno a un progetto - una ancora piu' chiara di quelli che sono i miei difetti. Questo atavico bisogno di essere amata e apprezzata da tutti che non riesce a diventare altruismo. Quest'ansia di controllo che impedisce agli altri di fare la loro vita, di scegliere e di sbagliare. Che proibisce a me di rilassarmi.
In mezzo fra la me di qualche anno fa e quella di oggi ci sei tu. 
Mi hai insegnato a fare il mio lavoro senza farne mai un mestiere. Lezione pericolosissima, che mi e ci condanna a sicura insoddisfazione, perche' non saremo mai capaci di dire: "il mio confine e' qui" e non riusciremo mai a smettere di arrabbiarci per ogni cosa che non va, per ogni sbaglio nostro o altrui, per ogni debolezza o fragilita' di quelle che in fondo sono solo aziende, transitorie e imperfette organizzazioni umane. 
La stessa lezione, pero', ci regala la sicurezza di essere vive, una sensazione profonda di senso che non puo' avere chi pensa che il lavoro sia quella cosa che si fa per avere denaro, o prestigio, o riconoscimento. Mi e ci hai salvate dal dubbio di stare buttando via noi stesse, cosa piu' importante, secondo me, di qualunque tolleranza. 
Poi mi hai fatto vedere come tutto sia possibile, come tutto si possa fare. Mi hai passato un senso di non limite calcolato che e' forse uno dei regali piu' importanti che mi hai fatto. Non sedersi per non annoiarsi, spingere l'asticella oltre il fiume, oltre il filo spinato dell'inedia e della consuetudine, oltre qualunque gregge di gnu con lo sguardo vuoto che ti si puo' parare davanti. Si puo' raggiungerla anche con le infradito ai piedi, anche se non si sa la strada, anche se di la' non si sa bene cosa c'e'. Mi viene da piangere perche' non so come faro' senza questo, a partire da lunedi'.
L'ultimo bastoncino che mi hai tirato, qualche mese fa, io giuro che sarei andata a prenderlo. Ad un certo punto hai deciso che non potevo farlo, che non ero capace, che non sarei riuscita e che forse saremmo affogate tutte nel percorso. 
Ti rendevi conto che io ero gia' ricoperta di fango, che quella decisione non l'avrei mai accettata perche' era contro tutto quello che tu stessa mi avevi insegnato a fare. Penso di essermi comportata come ti aspettavi, in fondo, deludendoti. Mollando e non portando a casa quello che non sarebbe mai stato quello che mi avevi chiesto. 
Io ho fatto una gran fatica, credimi, molta di piu' che continuare a litigare con l'ottusita' di un consulente. Ho deciso che era giusto cosi', perche' io non sono una persona obbediente. Non ho mai fatto niente perche' me l'hai ordinato e perche' sei la mia capa, ho fatto tutto perche' ci credo e perche' sono d'accordo con te. Fare come chiedevi perche' lo chiedevi, non perche' ne fossi convinta, sarebbe stato tradirti. E io questo non l'ho mai fatto e non l'avrei fatto mai.
Voglio pensare che tu sapessi che quella era la fine di un pezzo del percorso, che la coerenza verso me stessa e la lealta' verso di te imponevano, a quel punto, che ci fosse una cesura. Che prima o poi ci voleva un taglio perche' tutte e due potessimo andare avanti. 
Il cambiamento poteva prendere tante forme diverse, ha preso quella migliore per tutti quelli che leggono questa storia dall'esterno, dal mio curriculum, dal tuo come capa e mentore, dalla narrazione aziendale. A qualcuno forse avrebbe fatto piacere vedere qualche altra bella lite, sapere che non ci parliamo piu'. 
Penso che siamo state brave e mature a fidarci abbastanza l'una dell'altra perche' questo non accadesse. Tu soprattutto, io piango troppo per essere credibile.
Volevo solo spiegarti perche' l'altra sera dicevo che non sara' mai piu' com'e' stato  fino adesso e la spiegazione e' semplice, sta tutto nell'epica, nel romanzo di formazione che sono stati questi anni. 
Ho la sensazione di aver avuto il grande privilegio di aiutarti a costruire qualcosa di nuovo, di bello, di pulito all'interno dell'azienda. Qualcosa per cui si possa andare orgogliose a fare una lezione ai nuovi assunti, vederli con lo sguardo illuminato. 
Abbiamo fatto l'impossibile, il nostro inglese approssimativo e una dose massiccia di faccia tosta hanno aperto porte serrate a persone che non so nemmeno se abbiano mai capito quanto importante era quello che stavano facendo, visto nella prospettiva dell'azienda intera, dell'immagine del nostro disgraziato Paese, di un futuro del mondo in cui credo davvero che le imprese dovranno e potranno, spero vorranno e non saranno obbligate, a essere qualcosa in piu' che produttori di soldi.
L'altro giorno la persona con cui lavorero', al telefono, mi ha detto: "Preparati, sara' strano, sara' tutto diverso. Vieni da un'organizzazione immensa, da una portaerei strutturata e chiara nei compiti e nelle attivita', ti troverai su una barchetta, su un aeroplanino, in cui dovrai fare un po' di tutto e arrangiarti." 
Ho sorriso, non ho risposto. Non sa che in realta' le cose importanti le abbiamo sempre fatte da sole, che l'immagine di superpotenza e di efficienza e di grande organizzazione si e' retta in cosi' larga parte su tutte quelle ore passare a discutere e a litigare, a scrivere al volo, a strutturare piani di battaglia su foglietti volanti e a forzare idee che erano solo nella nostra testa finche' non sono diventate fatti, avvenimenti, movimenti di gente e prodotti che si possono prendere in mano e toccare. 
Non sa che l'unita' e' stata tutt'altro che una perfetta falange militare, ma un esperimento costante di fantasia e ingegno e lavoro a testa bassa e coraggio di andare oltre i ruoli che la struttura assegna.
Nessun nuovo lavoro sara' mai tutto questo, niente sara' mai paragonabile a farlo per la prima volta, alla faccia di tutti e addirittura molto spesso senza nemmeno che gli altri se ne accorgano, con te. 
Non dico che non mi divertiro'. Ho ancora una cosa da dimostrarmi e, in parte, da dimostrarti. Che ho imparato abbastanza da riuscire a tirare io adesso l'asticella a qualcuno. Che posso fare delle cose da sola. 
Che sono capace anche di non copiarti, che la mia strada per arrivare alle cose, che a volte non e' uguale alla tua, puo' essere efficace lo stesso.
Lo sai che io sono diversa da te. Non sono capace di accettare l'obbedienza senza il consenso come a volte tu ti illudi di fare (anche se secondo me dentro di te non sei convinta), non riesco e non riusciro' mai a suscitare il conflitto per ottenere un risultato come fai con metodo scientifico, perche' io dentro al conflitto non ci so stare, mi fa paura. Mi manca la genialita' delle intuizioni, il collegamento diretto e immediato, la visione istintiva d'insieme, ma sono brava a tenere duro, a cercare alternative, a fare compromessi in cui prendo piu' di quello che concedo. 
Non ho la tua memoria e la tua precisione implacabile, ma ho l'empatia - o, come la chiamava la valutatrice, la seduttivita' - per tenere testa a un interlocutore, per non spaventarmi mai troppo.
Mi do un paio d'anni per provarci. Un paio d'anni anche per capire se il mio destino nella prossima fase della mia vita e' lavorare dentro un'organizzazione o fare qualcosa di diverso, contribuire in un altro modo a tenere in piedi questo mondo storto. Mi do due anni per vedere com'e' la provincia che ho lasciato a diciott'anni e com'e' stare lontani da tutto quello che ho costruito fino ad oggi, che e' fatto anche di passioni diverse da quella civile, o da altre espressioni di passione civile, da gatti e fiori e pomodori. Forse durera' meno, forse di piu'. Cerchero' di essere lucida, anche se provero' a non farmi scoraggiare dalle prime difficolta' e dalle prime impressioni, che saranno per forza dure.
Tu finisci quello che devi finire, ma non farti ingabbiare se il gioco non ti diverte piu'. 
Stancati troppo solo se continua a valerne la pena.
Mangia, chiedi che ti portino il panino se a loro non viene in mente.
Se ti viene un'idea per ribaltare tutto di nuovo, chiamami. Io lo faro'.

E poi, grazie. 

martedì 13 settembre 2011

Fra due orchidee scartate e un nano di quercia dentro di me e' successo qualcosa

Tanti giorni che non scrivo, troppe cose nella testa e nelle mani. Lavoro come una pazza continuando a salutare persone (ormai e' vero, fra due giorni me ne vado), con molta ansia per quello che lascio nel pc e nei cassetti, poca per le persone, che mi sembra inverosimile non vedere piu'. 
Come sempre quando non riesco a non pensare, ho passato la domenica a giardinare. Con foga, come se dovessi compensare le piante per quei troppi giorni in Cina, per il troppo lavoro, per la malattia della gatta piccola - vi raccontero' anche di quella per bene - che mi hanno impedito di curarle. 
Come se dovessi dir loro che anche se da lunedi' saro' lontana tre quarti di settimana sono loro la priorita', sempre e comunque.
Ho potato i rincospermi che crescono sulla spalliera del portico e che avevano approfittato della mia assenza per gettare lunghi rami contorti verso il cielo. Un cielo finto, fatto di legno, che non avrebbe dato piu' luce a loro ma solo un sacco di umidita' a noi. Si sono stupiti e arrabbiati, ho finito bianca di linfa come un imbianchino che ha appena terminato un soffitto, pero' dopo un'ora erano gia' li' pacifici a crescere di nuovo, a loro agio nella forma imposta, con la cocciutaggine e la certezza negli astri che invidio da sempre ai rampicanti.
Sempre a proposito di piante appoggiate, ho finalmente trovato una spalla alla rosa gialla avuta in eredita'. Alla fine ha vinto lei, mi sono stancata di mutilarla e ora sara' libera di crescere attaccata al portico, se ne avra' voglia. Sperando che la cura d potatura radicale, che conto di ripetere anche quest' inverno, le regali una nuova giovinezza.
Infine, ho collocato i regali della mia mamma e di Ciro e gli scarti di mia nonna.
Nell'ordine ho vinto una quercia alta quindici centimetri, figlia di un grande albero del letamaio. Sta in un vasetto piccolo, legata a un bastoncino corto con due lacci troppo grandi per lei, blu di verderame (secondo Ciro il verderame e' una specie di panacea capace di prevenire qualunque problema). L'ho messa sotto ai rami protettivi del glicine, al riparo dal calore innaturale di questo settembre, ma nella posizione giusta per cogliere i raggi del sole quest'inverno quando cadranno le foglie e il glicine sembrera' un cristo in croce.
Il secondo gruppo di nuovi arrivati sono una nidiata di talee di oleandro. Le mie, per quanto curate prima della partenza, hanno vissuto male il distacco e sono morte. Quelle di Ciro, invece, sono giunte ben radicate fino a me, che ne scopriro' il colore il prossimo anno. Ho la quasi certezza che saranno rossi e che non sapro' dove metterli nel mio giardino di colori tenui, ma alla peggio faranno compagnia ai pomodori nell'orto.
Infine, sono l'estrema speranza di due sfortunate orchidee, che hanno avuto il destino infelice di essere regalate a mia nonna, a cui risaputamente muore qualunque vegetale. Mia madre ha guardato le infelici e ha detto: "strano che siano gia' cosi' mal messe, tua nipote ha ancora quelle che le hanno regalato per il matrimonio."
E' bastato questo perche' quel che resta di due fiorite bellezze bianche - poco e niente - atterrassero in giardino, dove stanno in mezz'ombra, all'umido di due vasi di rincospermo. Non stanno bene per niente e io poi non e' che con le orchidee vada molto d'accordo. Ne ho viste di troppo belle in Asia per illudermi che possano essere felici nel clima della mia citta' del nord. 
Faro' comunque del mio meglio. Perche' da lunedi' staro' via qualche giorno alla settimana, ma l'anima e il pensiero rimarranno in giardino.
Qualunque cosa dica chi credevo mi conoscesse. 
E oggi sostiene che la mia voglia e il mio percorso di decrescita siano solo l'alibi intellettuale di una a cui la vita va bene a dispetto della crisi, che deve inventarsi un'insoddisfazione e un disagio verso il modello di sviluppo in cui e' immersa per celare un senso di colpa. 
Lo chieda alla quercia e all'orchidea, quella persona, cosa credo sia importante nella vita. Forse avra' qualche sopresa, forse, in un attimo di distrazione, mi e' davvero successo qualcosa dentro.

lunedì 5 settembre 2011

Il sogno di un mandarino, e il mio

Se vuoi essere felice per un giorno, prendi moglie. 
Se vuoi essere felice per un mese, ammazza un maiale. 
Se vuoi essere felice per sempre, pianta un giardino. 

Mi perdonino il marito e il maiale se mi sembra uno dei pochi insegnamenti del viaggio in Cina.
E' esistito un tempo in cui i funzionari di un palazzo corrotto e bizantino prima ancora che Bisanzio esistesse ad un certo punto della loro carriera, quando non avevano piu' entusiasmo sufficiente per amministrare, si ritiravano in una citta' chiamata Suzhou. Oppure in qualche altro luogo di quel loro enorme paese.
Si richiudevano in un'autoreclusione che sa tanto dell'attualissimo downshifting, tiravano su qualche muro perimetrale e costruivano un giardino.
Dentro c'era il mondo intero, e quel mondo c'e' ancora, anche se la Cina che c'e' fuori da quei muri non e' piu' quella che i mandarini hanno visto.  Li immagino che escono oltrepassando la soglia alta della loro casa e si guardano intorno perplessi in quel proliferare di cantieri e cemento. Si girano scuotendo la testa e rientrano in paradiso. Acque che scorrono e ristagnano in laghetti piu' piccoli di quello che sembrano, alberi giganteschi potati per essere la scala ridotta di loro stessi, rocce e colline, torri e pagode. Animali e pesci che non si mangiano e come sempre hanno lo sguardo piu' intelligente e consapevole di quello delle persone. Stagionalita' progettate per offrire sempre uno scenario diverso, ogni giorno che passa. Ho visto i giardini dei loti e delle budleje, ma sono gli stessi degli aceri rossi, delle peonie, delle camelie fiorite.
Ogni passo deve essere un quadro. E' una regola di giardinaggio cosi' evoluta, cosi' essenziale, che sembra incredibile che sia uscita dalla mente dei bisnonni di coloro che ho conosciuto io, gente impegnata a distruggere il territorio con l'accanimento casuale del bruco sulla foglia, del virus che finira' per uccidere il suo ospite.
Perfezioni non maniacali, lontane da quella formalizzazione paranoica che mette angoscia invece che serenita'. Tante panchine, tanti punti di sosta, come se contemplare e osservare la quiete in movimento del giardino fosse il senso della vita di chi costruisce. Tunnel e passaggi a zigzag per ingannare benevolmente l'occhio e fargli credere che il giardino non finisca mai, che includa tutto quanto di bello c'e' intorno. E' il paesaggio preso in prestito, un concetto prezioso perche' non implica il furto, ma  il dialogo fra spazio privato e spazio pubblico.
Morbidezza e poesia fatte di conoscenza del clima, dell'umidita' spessa che smorza i colori e fa crescere tutto lanciando liane e riempiendo di felci e bambu' ogni interstizio.
Pazienza e amore per le nebbie della primavera e dell'autunno, che annullano gli spigoli e gli spioventi dei tetti e lasciano solo l'ondeggiare di una foglia, il nuotare lento di una carpa, il cadere di un fiore sullo specchio riflesso di una pagoda.  I giardini di Suzhou insegnano il rispetto per il popolo che li ha voluti e curati e per il tempo che li ha conservati nella loro perfezione che si evolve. Persino la banda dei quattro, che ha distrutto la citta' proibita e i templi, non li ha toccati, non riuscendo a trovare reazionaria la vita che vi scorre.
Non riesco pero' a non chiedermi dove sia finito quel popolo e perche' abbia perso la gioia di vedere un albero crescere.
Forse e' solo un momento.
Ho visto quarantenni rampanti buttare bottiglie di plastica vuote nelle acque dei laghetti.  Ma ho visto anche nonni e bambini seduti a guardare l'acqua in silenzio.
O a farsi guardare da una carpa dagli occhi millenari, ferma immobile in un momento sospeso.   

domenica 4 settembre 2011

Il futuro e la zucchina

Complice una lunga pioggia che mi ha esentata dall'innaffiare, finalmente riesco a sedermi a scrivere. 
Il giardino si asciuga e la gatta piccola si riprende all'ombra da un attacco di vermi di cui preferisco non descrivere le conseguenze sulla casa. Il gatto grande, indifferente a qualunque dramma domestico, si gode la nostra presenza, anche se non ha mai dubitato che tornassimo. 
Perche' poi non dovevamo tornare? Per restare in Cina? No, grazie. 
Avevo promesso un quaderno, che e' morto al quarto giorno. Le ragioni sono diverse. La prima e' che mi faccio un vanto di mantenere ironia nelle mie descrizioni del mondo. La' non ce la facevo. Sono stata investita dal brutto in modo cosi' violento che scriverne mi faceva rabbia o mi faceva piangere.
Il secondo motivo e' che dopo poche ore avevo un giudizio su quello che stavo vedendo e, soprattutto, sulle persone con cui interagivo, che purtroppo non e' stato smentito nei giorni successivi, quindi il diario rischiava di affogare nella noia e nel lamento.
Infine, scrivere mi faceva pensare a momenti come questo: il dondolo in giardino, il cotto umido sotto i piedi, i gatti nel verde smeraldo che viene dal sole dopo un temporale e una farfallina bianca che svolazza incurante del pericolo che corre di essere mangiata. Non riuscivo a non chiedermi cosa ci facevo la', nel vuoto pneumatico di una finta modernita', mentre tutto quello che mi importa succedeva a sei ore di fuso di distanza.
Sarei una cretina se pretendessi di dare un giudizio esaustivo su un continente per averci messo piede per poco piu' di venti giorni, posso solo dire che quello che ho visto mi rifiuto di credere sia il futuro. 
Non perche' non mi piace. Ci sono un sacco di cose che non mi piacciono, ma dicono qualcosa del nostro domani. I giudizi morali non plasmano la realta', per fortuna e purtroppo.
Semplicemente perche' io non ho visto niente di nuovo o innovativo.
Non e' il nuovo costruire milioni di condomini di cemento armato da trenta piani, ogni appartamento con una sua verandina chiusa - tanto l'aria e' irrespirabile, non ha senso avere un balcone e un suo bocchettone dell'aria condizionata.
Non e' il nuovo comperare scarpe e borse e vestiti e gadget giapponesi in centri commerciali a dieci piani, di cui otto sotterranei.
Non e' il nuovo far morire i giardini di smog, i laghetti soffocati da infestanti di cui nessuno si cura piu', finche' ci sono bottiglie di plastica da gettarci dentro e negozietti che vendono paccottiglia da portarsi a casa per ricordo.
Non e' il nuovo non vivere un momento se non dentro una macchina fotografica, attraverso la quale esprimere emozioni e vincere timidezze dentro cui altrimenti si soffoca. 
Non e' il nuovo la sporcizia, la puzza e la compassione di animali di ogni tipo - non importa se protetti o rari o destinati a sparire - chiusi vivi in gabbie nei mercati o fotografati come poveri cadaveri interi sui menu dei ristoranti a buon mercato.
Non e' il nuovo proteggere la propria assenza di curiosita' dietro una lingua complessa ed elementare, che disegna il mondo, ma non sa incontrarlo.
Non e' il nuovo andare avanti a testa bassa, consumando la realta' come rapaci affamati, incuranti di tutto e di tutti se non di un adesso gia' svanito di fronte a una nuova tentazione che viene da un occidente stereotipato.
Non e' il nuovo copiare gli errori gia' commessi da altri, perche' e' ottuso pensare che se le curve dello sviluppo hanno un andamento comune in tutti i Paesi, la Cina fara' eccezione. Lo puo' pensare solo chi ignora o decide di dimenticare la storia, la rivoluzione industriale cosi' come il destino di generazioni di imperatori a cui costruire muraglie o armare eserciti di terracotta non ha valso l'immortalita'. Sotto un ritratto di Mao che non riesce nemmeno piu' a scuotere il capo tondo e che assomiglia sempre piu' a Siddartha nella sua distanza serenissima dalle sofferenze del mondo. 
Il colesterolo, le automobili e gli immobialiaristi uccideranno a mio parere la Cina e i cinesi, ed e' un peccato perche' chi e' vittima di un black out della storia puo' almeno beneficiare dell'esperienza degli altri, non commettere gli stessi errori, usare entusiasmo, voglia di fare e gioventu' per innovare sul serio, oppure per sperimentare nuovi modi di sbagliare. 
La civilta' del falso, invece, procede imperterrita verso un destino gia' scritto, con il solo problema, a quanto pare per loro irrilevante, che non penso che il Pianeta possa avere la pazienza di offrire un'ubriacatura di sviluppo vecchio stile a un altro miliardo e quattro di persone. La misura e' gia' colma, i piatti ormai vuoti e le bottiglie sgocciolate, ben prima che oltre la meta' di lor si sia anche lontanamente avvicinata al tavolo del buffet. 
Forse li salvera' - e ci salvera' - una pianta di zucchine rampicanti che un vecchietto e' riuscito a far crescere fuori dalla finestra di un appartamento al dodicesimo pianto, affacciato su un cavalcavia del centro citta' di Pechino, in ricordo e in auspicio di una Cina diversa, di cortili e orti e giardini, che potrebbe essere davvero moderna. 
Se solo qualcuno accettasse l'idea che puo' essere futuro anche qualcosa che costa cosi' poco. 




martedì 30 agosto 2011

Occhi tondi è tornata a casa

Faticoso, traumatizzante, foriero di pensieri sulla sostenibilità dello sviluppo, fatto di cemento armato, animali di ogni tipo in padella che stringono il cuore, piante miracolose in mezzo al traffico, cieli bianchi e aria densa come panna, che non ossigena il cervello. 
Razzista e arrabbiato per un popolo che ha dimenticato la sua storia e che pensa che tutto ciò che non si vende non abbia valore. 
Falso, come tutto quello che si vede e si fa, come il sorriso di un bambino che ha senso solo dentro l'obiettivo di una macchina fotografica. 
Divertente malgrado tutto, grazie alla sacrosanta capacità di ridere prima di disperarsi, senza dimenticare di pensare. 
Questo è stato il nostro viaggio. 
Ho tanto da scrivere e tanto da raccontare, lo farò presto.
Il giardino mi ha aspettata, resistendo come poteva, ingrigendosi e ammalandosi un po', ma non abbastanza per non essere recuperato.
I gatti anche, a modo loro, nascondendosi da tutti finchè non hanno sentito la mia voce e tornando in piena notte, pieni di fusa. Come spiegare loro che ogni tanto è necessario andare?
Sono nella mia casa e la mia casa mi sembra bellissima. 
Mi è mancato tutto.
Mi è mancato tanto anche pepetrolio.
Ma adesso occhi tondi (dal punto di vista cinese) è tornata.
A presto.

mercoledì 10 agosto 2011

Saluti da Pechino

Il pepequaderno procede,  spero tutto vada bene anche a casa (la suocera vigila e dice di si,  lei non dice le bugie) ...ci sarà da trascrivere,  da ripensare,  da condividere,  appena ci sarà una tastiera di dimensioni decenti

lunedì 8 agosto 2011

Pepetrolio 1.0

Ebbene, si parte.
Dopo un week end di bagagli, rifiniture all'impianto, alchimie nel vicinato perche' qualcuno vada a nutrire i gatti in mia assenza, fra poche ore si va.
Pepetrolio torna 1.0, si da' alla carta per tre settimane e non e' sicuro che funzionera'.
Se si' vi raccontero' di giardini cinesi e di citta' che crescono, non decrescono e forse collassano. Oppure il contrario, ancora non lo so.
Buona vacanza a tutti.

giovedì 4 agosto 2011

Requiem per G.

Ero gia' pronta a parlarvi di un sito molto interessante che ho trovato oggi e che ho messo anche sul pepe (tanto non e' pubblicita', perche' si tratta di un progetto non profit) che consente di scambiare cose invece di comprarle e di mettere a disposizione quello che sai o che sai fare degli altri. 
Vi avrei detto che ho messo un annuncio, in cui provo a offrire le mie artigianali competenze giardiniere in cambio di semi, talee o altri frutti della creativita' umana...ovviamente da settembre, al ritorno dalla Cina. Avrei confessato cho non ho molto altro da offrire, salvo attingere a certi orrori fuori lista nozze, ma sono curiosa di capire se c'e' possibilita' di condividere beni intangibili, prima di passare alle ciotole in silver.
Solo che poi sono tornata dall'ufficio, ho chiamato come sempre mia madre e aveva la voce rotta. Mi ha detto che era successa una cosa terribile, ed era vero.
"Ho finito di soffrire, vi ho voluto molto bene". Cosi' se n'e' andato G., cinque anni piu' di me. 
Una vita perfetta di un ragazzo perfetto. Moglie elegante e ricca, un lavoro da avvocato in giro per il mondo, una nonna e una mamma che lo adoravano.
La signora Elide, novantadue anni barelliera a Lourdes, schiena dritta e carattere di ferro, moglie del medico condotto che ha curato la varicella a generazioni di mie compaesani, seppellira' fra pochi giorni il suo nipote bellissimo e raffinato. Quello con la passione per le porcellane e la decorazione della tavola di Natale. Quello che aveva a lungo vissuto con lei, accompagnato da un cane husky algido e  con gli occhi gelidi, un alieno sperso nelle pianure emiliane con troppo pelo e troppo gelo nello sguardo. 
La migliore amica della mia mamma mettera' sotto terra un figlio, continuera' a portare la bicicletta con il cestino a mano per il centro del paese, un po' piu' curva, appoggiata piu' pesante al manubrio. Sulle spalle avra' il fardello immeritato di non aver capito, di non avere nemmeno intuito. Di essere stata al mare mentre suo figlio decideva di smettere di recitare su quel grande palco che era la sua vita. 
L'aveva sentito alle cinque del pomeriggio, G. 
Era in studio, al primo piano. Aveva la voce serena e felice, stava per partire per le vacanze. La sera dopo sarebbe andato a salutare i suoi, a cena da loro. Ciao. Ciao, a domani. Invece due ore dopo e' salito al quarto piano del palazzo dove lavorava e si e' buttato di sotto.
Lo raccolsero che ancora respirava, canta Guccini. E questo, della locomotiva, e' il pezzo che mi ha sempre rotto la voce in gola mentre cantavo.
Aveva le gambe e il bacino rotto, ma era ancora vivo. 
L'unica cosa che non gli e' riuscita perfetta nella vita, ammazzarsi. Si e' dovuto accontentare di una fine meno netta, in un letto di ospedale. 
A me resta il ricordo di Cicciobello nero, che mi regalo' lui che eravamo bambini. Ho un ricordo pulito e chiaro di quel pomeriggio, una sua festa di compleanno, credo. Ero molto piccola, perche' era il periodo della depressione di mia mamma e lei non credeva di farcela, ad accompagnarmi a casa di quella che era innanzitutto la sua migliore amica.
Ricordo una telefonata su questo. 
Alla fine eravamo andate e sul finire della giornata, nel cortile in cui anni dopo avrebbe vissuto il cane husky circondato dalle rose grasse della signora Elide, io continuavo a stringere quel Cicciobello esotico. G. si era avvicinato a sua madre, le aveva detto qualcosa all'orecchio. Lei aveva annuito. A quel punto mi avevano detto che voleva regalarmi il bambolotto. 
Forse aveva intuito che ero una bambina sola in mezzo a una bufera e aveva pensato che quel morbido pezzo di plastica mi avrebbe ancorata e impedito di volare via, ma nemmeno mia madre, nel suo formalismo, aveva avuto il coraggio di togliermelo dalle mani. Come se quel gesto di compassione nei miei confronti non avesse dato nemmeno a lei la possibilita' di trincerarsi dietro la ritrosia della buona educazione.
Credo che fosse una persona nobile d'animo, cosi' mi si e' attaccato addosso da allora per un dono inadatto alla sensibilita' di un bambino maschio di sette o otto anni.
La prima cosa che viene in mente e' che si sia ammazzato per sfuggire alla perfezione della sua esistenza. Per non essere piu' il primo della classe compagno buono, generoso e simpatico che era stato per il mio scapestrato cugino. 
Che si sia ucciso schiacciato da quella gabbia di idealita' rarefatta che si era costruito intorno. Forse quella morte slabbrata e' stata una beffa del suo destino, o forse l'unica liberta' che si e' concesso. 
In realta' sapere perche' l'ha fatto non serve a nulla. E' una domanda che puo' solo straziare, come straziera', ineluttabilmente e ingiustamente,i suoi familiari.
A me resta solo un grande vuoto in fondo allo stomaco, il ricordo di un Cicciobello e il senso, disperato, di quanto grande possa essere il dolore quando nemmeno riesce a diventare parola, grido, rabbia, pazzia. Quando il muro dell'ipocrisia e' cosi' alto che non si puo' rompere, nemmeno per salvarsi la vita.
Si puo' solo saltare, con l'infinita, ingenua e magnanima pieta' di negare fino all'ultimo agli altri, alla propria madre, il proprio star male.
L'ultimo regalo di G. a sua mamma sono state due ore di serenita' prima della notizia. Forse vorrebbe che lei lo immaginasse in viaggio verso una meta esotica, una meritata vacanza per il figlio adorato, ancora intatto e sorridente.
Io provo a vederlo cosi', stasera. Soffocando la ribellione istintiva per un gesto che non lascia ritorno, la rabbia verso chi non ha voluto o potuto provarci ancora.
Spero che mia mamma riesca a dormire, questa notte, che non pensi quello che mi ha detto per telefono, affacciata su un baratro di orrore, che i figli non si conoscono mai fino in fondo.
Tu, mamma, la tua la conosci, stai tranquilla, il suo dolore e' abbastanza superficiale da diventare facilmente un pianto. Un pianto che si puo' consolare, come quello che spero si concedera' presto la tua amica e la sua famiglia spezzata. 
 

mercoledì 3 agosto 2011

Biocompleanno

Vabbe', avro' pure compiuto trentatre anni e se non mi stesse per cambiare la vita di nuovo avrei considerato seriamente il suicidio, ma stasera ho avuto il mio bellissimo biocompleanno e sono cosi' felice che lo devo scrivere.
Il mio povero coniuge onnivoro aveva deciso di trovarmi un ristorante vegano per festeggiare.
Ha cercato sul web, cosa del tutto ragionevole, e anche sul suo eccezionale telefonino superaccessoriato che fa anche il caffe'. Il risultato e' stata una biogastronomia con un paio di tavolini all'aperto, un ragazzo che ravanava al computer su un banco frigo con dentro tre vaschette d plastica e non un cliente ne' oggi, ne' ieri, ne' mai.
Il dramma e' che non sembrava nemmeno uno di quei posti che riciclano denaro sporco, semplicemente un'idea imprenditoriale non riuscita. Peccato, il tipo aveva l'aria simpatica, ma non ce la siamo sentiti di entrare e siamo diventati il milionesimo non cliente.
Un po' abbacchiati e alla ricerca di un consiglio ci siamo avviati verso un supermercato dei gas, un posto molto fico di cui non do il nome solo perche' cerco di evitare la pubblicita' qui sopra (comincia per bottega e finisce per gas). E' una cooperativa che offre servizi logistici ai gruppi di acquisto della città (frigoriferi, magazzino ecc...). In più c'è un caffè, un negozio a filiera corta, una libreria, uno spazio per gli incontri eccetera. Soprattutto, c'è un bel po' di gente con un bello sguardo.
Eravamo ragionevolmente certi che non potessero darci la cena, ma in compenso ci hanno offerto una meravigliosa sangria nel cocomero, uno spuntino a base di pomodorini e zucchine (salame per il coniuge, e' un posto bio e a filiera corta, ma i maiali non lo sanno) e una perfetta dritta per la cena.
Prima lezione: tripadvisor, google, tutte le diavolerie del marketing culinario non valgono un buon consiglio erogato insieme a un bicchiere di vino. Non ce n'e': quelli a distanza sono strumenti preziosi, ma questo mondo qui, quello del consumo responsabile, della risposta anticapitalistica dentro il capitalismo, dell'autorganizzazione e delle scelte non e' fatto solo di quello.
E' sorrisi, e' una parola, e' comunita', e' fiducia. La rete fa il sul mestiere, mette in contatto le persone, poi da quel contatto nasce la rete. Altrimenti non funziona.
Detto questo, siamo finiti in questo bioristorante. In realta' e' un bionegozio con tavoli, su tutte le pareti ci sono scaffalature piene di prodotti invitanti.
Solo alcune immagini, come sempre.
Lo conduce un ragazzo con una uniforme da chef a righe. L'avete mai visto "one man band" di pixar? Se no fatelo subito, e' un cortometraggio e lo trovate su youtube. Il ristoratore e' un mix fra i due cantanti, un cartone animato semovente, capace di conquistare me (ma era facile) e il coniuge (che era piu' difficile).
E' capace di guardare una persona e dirgli cosa vuole mangiare. Ironico senza prendere in giro, privo di quella serietà un po' ridicola che hanno - purtroppo - alcuni esponenti del mondo bio, almeno nella mia città. Sa ascoltare e includere anche chi non arriva già convinto, in quel suo posto locale bello perche' non patinato, normale, uno spazio che un giorno si e' stufato di affittare vuoto, che ha trasformato in una vita e in un mestiere.
Il cameriere indiano è arrivato in Italia, penso, ieri l'altro. Un sorriso a cinquanta denti, molti piu' delle parole che conosce della nostra lingua. Passa frequentemente all'inglese, anche quello basico. Compensa con una gentilezza e un'attenzione da caposala di un megaristorante di New York.
Mi sono sentita preziosa.
Ancora di piu' quando sulla torta veg alla carota tiepida si e' materializzata una candelina, per mano del musicista della pixar prestato ai fornelli.
Che e' poi corso al pianoforte che c'era in un angolo perche' evidentemente la somiglianza non era casuale e mi ha suonato happy birthday. Al che si e' alzata un'altra ragazza, perche' era anche il suo compleanno. Alla fine della serata i nati il tre d'agosto presenti all'appello erano quattro. Non male per dieci tavoli.
Seconda lezione: basta lasciarsi portare e aprire il cervello al buonumore e gnomi, fate e cartoni animati verranno a festeggiare il tuo compleanno.
L'ultima per stasera: la liberta' di questo intermezzo fra due vite e' impagabile, era tanto che non pensavo e che non mi godevo l'esistenza cosi'. Occorrera' mantenerlo, questo spirito leggero.
Non so se ne saro' capace, ma stasera, con sulle spalle tutti i miei anni da vegliarda, voglio pensare di si'.

Compleanno

Oggi è il mio compleanno.
Mi sento decrepita, Gesù Cristo alla mia età ha pure fatto una brutta fine.
Da oggi mi si impone datazione con il carbonio 14.
Farò finta che il 3 agosto non esista, per non finire come Marta Marzotto.
Unico lato positivo della vicenda: ogni anno che passa mi sembra di aver fatto un casino di cose.
L'anno scorso al mio compleanno avevo appena messo in piedi la nuova casa, era arrivata la gatta piccola e andavo e venivo come una pazza da New York perchè avevo vinto un pezzo nuovo del mio lavoro.
Quest'anno parto per la Cina con un autunno di fuoco che mi attende. Dovrò trovare una nuova mini - casa di appoggio, imparare a parlare al telefono con mio marito (cosa in cui siamo negati), conoscere nuove persone, tenere i semenzai dei pomodori e peperoni in due posti diversi...
Dovrò passare dall'illusione di dare energia al mondo a quella di dare da mangiare al mondo attraverso il lavoro di un'azienda. Mica facile, quest'ultima cosa.
Insomma, il bilancio annuale è sempre il solito: da un lato la vita mi vola via, dall'altro la vivo con coscienza e intensità.
Non mi lamento e attendo il nuovo ristorante veg in cui spero mi porti mio marito questa sera.

martedì 2 agosto 2011

Qualunquismi sociologici (in partenza per la PRC)

Lunedì prossimo, quindi, si parte per la Cina.
Non so cosa aspettarmi, ho un umore a mezza via fra contenta e perplessa.
Sono contenta perché viaggiare è sempre una delle ragioni più sensate per stare al mondo e, soprattutto, una delle poche motivazioni valide per lavorare e percepire uno stipendio (al di là della mera sussistenza, ovviamente, che comunque si può ottenere con molta ma molta meno dedizione e spreco di energie).
Sono curiosa di vedere questo Paese che è Asia, ma un'Asia molto meno gioiosa e profonda e risolta di quella che conosco. Tendo a fidarmi di Terzani e mi ha sempre impressionata la sua descrizione del materialismo del popolo Han, così radicalmente in contrasto con la spiritualità laboriosa e la tendenza al trascendente dei miei amici Birmani e con la rassegnazione alla fatica e al dolore che diventa entusiasmo per la vita di quelli Indiani.
Mi dicono che gli Han sono terribilmente maleducati per gli standard occidentali. Oppure, semplicemente, quella che è la cortesia occidentale non interessa loro. Che senso ha la gentilezza formale se l'individuo non ha tanto peso nella società? Cosa importa lo straniero, l'ospite, se ciò che conta è la famiglia, il nucleo?
Penso che questo aspetto mi colpirà e mi farà male.
Una delle cose più preziose dell'Asia che ho conosciuto è l'enorme senso di protezione. Essere in mezzo a culture così differenti e sentire che sei al sicuro, perchè tu, nella tua inutilità e piccolezza, sei l'ospite di un Thailandese, di un Birmano, di un Indiano e la tua sicurezza, il tuo benessere, la tua felicità contano.
Mi darà meno fastidio il rapporto buffo con il tempo. Ho letto di diversi viaggiatori turbati dall'assenza del concetto di conservazione del patrimonio culturale e dell'eredità del passato. I Cinesi sembra che non accettino le rovine, che a noi italiani sono così care. Pare che ricostruiscano. Dov'è impossibile, spianano e rifanno daccapo. I guerrieri di terracotta stessi non sono mica veri, sono rifatti negli anni settanta. Impossibile capire, a quanto pare, l'età di un monumento.
Questo aspetto è sicuramente strano, ma l'ho già conosciuto. Per un Asiatico la domanda: "A che epoca risale questo oggetto?" non ha tanto senso. Probabilmente l'origine risale alla notte dei tempi, ma poi è stato aggiustato, abbellito, ricostruito, rimontato...niente UNESCO, niente "heritage", siamo asiatici.
L'aspetto che mi inquieta e mi inquieterà sicuramente della Cina è la corsa verso un futuro magnifico e progressivo, a prescindere dagli impatti sull'ambiente e sulle generazioni future. Spero si tratti di uno stereotipo, di una deformazione dell'informazione occidentale. Spero che in realtà ci sia attenzione, che lo sviluppo sia più sostenibile di quanto si legge.
Sarà il particolare momento che vivo, questa diffidenza nei confronti della crescita a tutti i costi, sarà la frugalità della crisi dell'occidente, sarà che il ripensamento degli stili di consumi mi sembra la grande rivoluzione, insieme all'Internet, dell'epoca che vivo.
Curiosità e diffidenza sono i sentimenti più forti che provo per un Paese che sembra essere in un'altra fase storica rispetto a quella europea e alla mia, che crede nel boom della produzione e dei beni perché ci deve credere, perché ne va dello sfamare un mondo di persone.
Mi turba un Paese che non può chiedersi come lo sta sfamando.
Le megacities non fanno per me e sto per vederne due, Pechino e Shangai.
Credo nei paesoni globali, in questo momento, luoghi di snodo da cui si può partire per il resto del mondo, ma che sono anche capaci di creare comunità.
Per tutte queste ragioni il viaggio in Cina si preannuncia interessante, aggettivo che suggerisce mio marito per caratterizzare l'esperienza, molto faticoso, foriero di pensieri macrosociali e molto azzeccato, per contrasto, all'anno appena trascorso.
Intanto lavoro poco e preparo casa per la partenza.
Domenica ho insegnato alla signora del quarto piano come innaffiare le piante del cortile.
Curioso, fare un tutorial di innaffiatura a una vecchietta. Come ha fatto a vivere quasi ottant'anni senza avere mai incrociato nemmeno per caso l'informazione che si bagnano le piante la sera? Oppure che è meglio non bagnare le foglie, ma solo la terra? Oggi, comunque, concimerò un po' tutto e preparerò il verde condiviso alle tre settimane senza di me.
Nei prossimi giorni mi occuperò anche della terra del mio giardino, che per l'innaffiatura ormai è a posto, ma richiede un po' di nutrimento prima di partire.
Taglierò i fiori, come ho letto da qualche parte, per assicurarmi di trovarne di nuovi al ritorno. L'anno scorso in soli sei giorni di assenza una grandinata epocale bucò tutte le piante a foglia, ma contro questa evenienza non posso fare nulla, solo sperare di non saperlo per non rovinarmi l'umore mentre sono dall'altra parte del mondo.
Idem per i gatti. Sarà un test di libertà estrema, per cui posso solo incrociare le dita e confidare nelle loro proverbiali sette vite e nel loro amore per la casa e per me.
Non posso chiuderli fra quattro mura per tre settimane, impazzirebbero. Non posso chiedere alla mia vicina di essere me e di cercarli sui tetti quando tardano a tornare, è già molto gentile perchè viene a nutrirli.
Non so come farà la piccola, senza il mio fianco a cui appoggiarsi pesante la mattina, facendo milioni di fusa. Ne' come farà il grande, quando tornerà a vedere se in casa va tutto bene e per l'ennesima volta non troverà nessuno.
Soprattutto non so come farò io, sapendoli in quello che percepisco come un costante pericolo.
E' il pericolo della libertà, il maggior regalo che ho fatto loro da quando sto nella casa con il giardino e li ho tolti dalla vita di gatti di appartamento.
La maggiore preoccupazione per me, che capisco così quanto costa l'amore.

sabato 30 luglio 2011

Giardino culinario (o la casa delle streghe)

E' come la vecchia barzelletta dei doni, quella che non si puo' essere contemporaneamente onesti, intelligenti e votare Forza Italia.
Io so far venire su le piante abbastanza bene e cucino abbastanza male.
Peccato perche' fra le due cose ci sarebbe una piacevole connessione.
Ho quantita' industriali di basilico bellissimo che ho cresciuto da seme. Fa un profumo incredibile, si sente in meta' giardino. In piu' ho del basilico adottivo, che mi ha lasciato il mio amico che e' andato prima per lavoro poi per vacanza in Africa e non se ne poteva occupare.
Oggi ho fatto il pesto. Ho persino comprato il mortaio a mano al mercato, di legno d'ulivo, per farlo come si deve. L'aglio me l'aveva regalato Ciro, viene dall'orto in campagna. Sta appeso a cacciare le streghe e a rovinarci irrimediabilmente l'alito. I pinoli li ho comprati, non so neanche come sia fatta la pianta. Mai visto venire i pinoli da un pino.
Ho pestato coscienziosamente, ma non e' venuto niente. Le foglie si sono spappolate, ma non mischiate ai pinoli, come se si ribellassero al loro destino alimentare, come se dichiarassero al mondo che loro avevano altre aspirazioni, molto piu' alte che accompagnarsi alle trofie.
Sono rimaste un po' legnose, le nervature come vene troppo grosse per farsi vincere dalle mie forze manuali.
Mah. Forse non sono capace io e pesto in modo troppo svogliato.
Forse faccio crescere piante spiritate e troppo ambiziose.
Forse l'aglio non funziona e in realta' le streghe abitano in mezzo al basilico.

venerdì 29 luglio 2011

Diario ipocondriaco parte seconda

Negli ultimi giorni ho visto spesso in tv la pubblicita' di un nuovo programma, che deve essere orribile, quindi non lo guardero' mai.
Una famigliola felice ha appena trovato casa. E' una rassicurante villetta in una strada americana, di quelle con il patio, tutte bianche, con il giardinetto intorno. Quelle che vengono giu' con un refolo di vento, figuriamoci con Katrina.
Fanno una foto tutti insieme davanti all'ingresso, quelle tremende tradizioni che servono solo a ricordare come passa in fretta la vita e come si diventa subito vecchi senza nemmeno accorgersene. 
La voce fuori campo dice: "finalmente hanno trovato la casa dei loro sogni...peccato che sia gia' occupata". Si tratta infatti di un programma sui fantasmi che infestano le abitazioni. La luce si fa improvvisamente livida e spettrale grazie a un sapiente uso del bianco e nero e i vari membri della famigliola incontrano uno a uno gli spaventosi inquilini della casa. Si capisce che non ne usciranno vivi.
L'ipocondria per me e' questa cosa qui. La trasformazione repentina di un avvenimento felice, di un momento positivo, in una scena inquietante e spettrale, piena di pericoli. E' il mondo che si fa in bianco e nero, la notte che scaccia il sole, la serenita' che diventa panico. Potrei andare avanti con le metafore, ma avete capito.
Martedi' e' sparito il gatto grande. Ecco, sono gia' partita male, non e' vero.
Martedi' mattina sono uscita di casa lasciando i due gatti che giocavano felici in giardino. Martedi' sera solo la piccola e' arrivata scampanellando (hanno sempre il campanello al collo per via della caccia agli uccellini). 
Non mi sono preoccupata. A volte il gatto grande sparisce e ritorna a notte fonda.
Mercoledi' mattina di nuovo solo la piccola, niente gatto grande.
Parto per Roma - trasferta in giornata - chiamo nel pomeriggio la signora che ci aiuta con le pulizie, che viene ogni settimana. Mi dice che ha visto il gatto grande, che e' venuto a mangiare poi e' uscito di nuovo. Mi dice che sembrava arrabbiato, non si e' lasciato accarezzare, era un po' arruffato.
Rientro alle undici per temporali su Fiumicino e del gatto neanche l'ombra.
Giovedi' mattina richiamo la signora per avere piu' dettagli sull'incontro. Il gatto era strano e con il pelo tutto brutto e in disordine (avrete visto dalle foto che e' un gatto molto peloso), sembrava di pessimo umore ed e' andato via subito senza nemmeno fare un po' di feste.
Giovedi' torno a pranzo a casa per vedere se ci sono novita'. Nessuna.
Alle sette rientro e comincia la ricerca seria. Vado in cantina, prendo la scala lunga e mi arrampico sul tetto del garage che c'e' dietro al muro di fondo del giardino, da dove cominciano le loro passeggiate aeree. 
Vi risparmio il fatto che a un certo punto non riuscivo a scendere perche' la scala era troppo lontana e il vicino e' venuto a recuperarmi mentre ero seduta sul muro con le gambe penzoloni, la gonnellina e le scarpe col fiocco come alice nel paese delle meraviglia, perche' sono scene pietose. In ogni caso le scoperte sono le seguenti. 
Punto primo: i tetti sono un mondo, un mondo relativamente pulito (tranne il fatto che ho visto dove i miei eroi fanno la cacca quando non sporcano la cassettina), con solo qualche biro caduta dai palazzi. Niente scarafaggi, niente animali morti, niente di strano. Un mondo di gommoso rivestimento grigio scuro che degrada e si rialza, un territorio da cui si ammirano gli interni di mille appartamenti che si affacciano li' intorno, da cui si accede e depositi e giardini (di terra) di villette dimenticate dalla contemporaneita' dei condomini. Quasi bello.
Punto secondo: c'e' una piccola colonia di gattoni dall'aria ben pasciuta (lo testimoniano anche diverse ciotole) che vivono su un tetto al piano ammezzato, un po' piu' avanti sulla sinistra del giardino. Di fronte c'e' un appartamento con il terrazzo, immagino una gattara che da' da mangiare a quella famigliola di bestie (niente cuccioli, devono essere sterilizzati). I condomini, incuriositi dalla ragazza con la gonnella che passeggia sui tetti seguita da un marito perplesso e da una gattina - la piccola - bel felice che scoprissi il suo mondo, mi hanno spiegato che sono sei, tutti in vari toni del bianco, grigio e tigrato. 
Punto terzo: il mio giardino, visto al tramonto da quella prospettiva, e' bellissimo. E' il giardino segreto, come lo avrebbe descritto il libro se avesse inserito una prospettiva aerea. 
Comunque: del gatto grande nessuna traccia, ne' vivo ne' morto ne' ferito.
Completo la ricerca con un giro, questa volta terrestre, del vicinato, raccolgo grande solidarieta' ma nessuno l'ha visto.
Ormai convinta di averlo perso per sempre mi metto sul divano a guardare programmi squallidi, senza nemmeno mangiare perche' ho lo stomaco chiuso. 
Alle undici e mezza circa sento uno scampanellio piu' lento rispetto a quello della gatta piccola e lui fa il suo ingresso in casa, diretto a mangiare verso la cucina. Non zoppica, non e' arruffato, e' normalissimo.
Mangia qualche croccantino. Io lo seguo quasi in lacrime. Sei tornato, sei tornato, come stai...voce spezzata e tutto il resto. Lui mi miagola di stare lontana, mi soffia persino.
Esce di casa e fa un vomitino.
Poi rientra e rimangia, gli avevo fatto andare di traverso i croccantini. E' un po' cauto e diffidente, deve aver passato qualche avventura.
Qui scatta l'ipocondria.
Mi convinco che il gatto abbia preso la rabbia. Non chiedetemi perche', e' cosi'. 
Invece di andarmene a letto serena, tutto e' bene quel che finisce bene, mi metto su internet a cercare i sintomi.
Che ovviamente sono tutti quelli che ha il gatto: vagabondaggio, anoressia e vomito, incedere spaventato, aggressivita', pelo arruffato (questo a dire la verita' l'ha visto la signora, a me sembra normale). Mi sembra persino strabico, chiaro segno di problemi neurologici che avanzano.
La casa si fa tetra come nel programma televisivo.
Pulisco il vomitino con le mani infilate in un paio di sacchetti di plastica (non ho guanti usa e getta), mi lavo le mani cento volte. Sto attenta a come maneggio il cibo. Non tocco nemmeno la piccola, perche' condividono le ciotole e quindi se lui e' malato e' malata anche lei.
Dimenticavo: nel vagabondaggio su internet scopro anche che la rabbia in Italia c'e', anche se e' rara. Ci sono stati casi in Friuli, in Trentino Alto Adige, in alta Lombardia. E' trasmessa dalle volpi dei boschi, che poi la trasmettono ai gatti, ai cani e forse ai topi. Oggettivamente difficile incontrare una volpe sui tetti di casa mia, mai avvistate. I miei gatti, poi, non sono mai stati in montagna, a me la montagna neanche piace, preferisco il mare.
A New York pero' l'hanno presa gli scoiattoli di Central Park, quindi c'e' anche in aree urbane. Dimentico che i miei gatti non sono mai stati neanche a New York. Comincio ad avvilupparmi nell'idea che il gatto puo' essere stato morso da un topo infettato da un micio randagio che e' stato morso da un cane che e' stato in montagna. Sembra la fiera dell'est, ma e' convincente. Mi dico che qui la campagna e' a due passi - o due tetti di distanza - quindi chissa' quante bestie selvatiche ci sono. Annuncio a mio marito che moriremo - in Cina, per via delle tre settimane di incubazione - di rabbia. Lasciate perdere che nessuno dei gatti mi ha morso o graffiato. 
Non dormo per niente.
Stamattina la gattina mi dormiva di fianco come sempre, il gatto presunto infetto sul divano in camera piccola. Si e' stiracchiato, ha fatto la coda a punto interrogativo ed e' venuto a strusciarsi contro la mia gamba.
Oggi pomeriggio, al ritorno dall'ufficio, l'ho trovato spaparanzato sulla panca in giardino che dorme beato, mi si e' avvicinato ed e' venuto ad annusarmi la sottana. Non e' arruffato per niente, cammina normale, con il suo incedere lento e dondolante da gatto raffinato.
Io non riesco a toccarlo. Mi fa paura. Penso se ne accorga, perche' mi guarda perplesso. Mi ci vorranno alcuni giorni per convincermi che non e' infetto e non mi attacchera' nulla, che sta bene e io non moriro', perche' la luce torni diurna e normale.
E' una malattia maledetta, una malattia che ti toglie la felicita', l'ipocondria. 
Non so perche' mi sia tornata in modo cosi' prepotente negli ultimi mesi, credevo che la decisione presa sul mio futuro fosse stata sufficiente per ridarmi equilibrio, invece il mio subconscio continua a lavorare e a tirare fuori le sue "oggettivazioni d'infelicita' e paura", che per me sono le malattie. Come faccio dall'adolescenza non ammetto a me stessa di essere inquieta e il mio cervello escogita tumori e infezioni, un timore socialmente accettabile, e me li attribuisce in quantita'. 
Resisto e non telefono alla veterinaria perche' c'e' sempre l'angioletto della spalla destra, chiamatelo razionalita' se volete, a dirmi che servirebbe solo a farmi ridere dietro e che comunque pochi minuti dopo l'effetto tranquillante sarebbe sparito.
Devo mettere a posto qualche altro fondamentale, evidentemente. 
Ci lavorero' nel week end e spero che il viaggio, con il suo portato di sana agitazione e novita', mi aiuti.
Vado a controllare se il gatto sta bene.

martedì 26 luglio 2011

Leda Horticultural Society

Ah, non vi ho detto: con l'abbonamento a Gardenia ho ricevuto l'enciclopedia pratica del giardinaggio della Royal Horticultural Society.
Ammetto che mi sono abbonata al giornale solo per quella. Gardenia non mi piace poi tanto, sta meglio come decorazione sul tavolino sotto la pergola che a leggerla. Ci sono un sacco di giardini splendidi, ma quando progettano un'aiuola sembra che facciano la gara delle piante improbabili e io richiudo perplessa borbottando: "mah, io ci avrei messo le begonie".
Detto questo, mi piace moltissimo possedere l'enciclopedia pratica del giardinaggio. Anche se hanno fatto gli spilorci e mi hanno mandato l'edizione con la copertina di carta leggera, nemmeno plastificata, che la prima volta che la innaffio (non ditemi che non vi e' mai capitato di leggere in giardino e di scoprire all'improvviso che l'oleandro ha bisogno d'acqua, quindi di irrigare incidentalmente anche il libro. O, piu' facile ancora, di lasciare un amato volume sulla sdraietta subito prima che un bel temporale estivo lo sorprenda) si disfa.
L'ho dovuta rilegare con la plastica trasparente, come i libri delle elementari, per garantirle una sopravvivenza minima.
Comunque per me e' uno status symbol, come per qualcuna una borsetta di vuitton.
Mi sento gia' un membro onorario dell'associazione e mi immagino ottantenne in un cottage a coltivare bellissime rose che non risentono minimamente di un tempo da schifo.
Miss Marple si impossessa di me e mi sento felice e dignitosa come una zitella britannica. Ho gia' voglia di fare un laghetto per metterci dentro le ninfee, incurante dell'invasione di zanzare che rovinerebbe la mia reputazione presso i condomini e del fatto che i gatti non aspettano altro che una vasca di pesciolini per darsi alla pesca sportiva. Vi dico solo che non posso nemmeno lasciare a mollo in una bacinella un paio di mutande senza trovarle alla sera in cucina perche' la gatta piccola usa le unghie come ami.
Forse e' meglio che progetti una serra, cosi' ci posso far svernare il limone. Sempre che non mi tocchi fare poi il condono. Comunque.
Se volete venire a prendere il te' da me, prometto di lasciarvi vedere i preziosi libretti, finche' sono tutti interi.

domenica 24 luglio 2011

Di zingari e fili da bucato


Due immagini questo fine settimana.
Abbiamo tirato il filo del bucato attraverso il giardino. Mi rendo conto che non sembra una grande notizia, ma e' un'altra di quelle viste legate all'infanzia che ritornano con il valore delle cose scelte e non trovate gia' fatte.
Il filo correva su tutto il fianco della casa che costeggiava la siepe. Piu' in la', l'autostrada. Era sorretto da due pali di ferro un po' arrugginito, bisognava stare attenti a non stenderci vicino le cose, ai pali, perche' la ruggine non va piu' via.
Vicino c'era il lavatoio di pietra. Quello in giardino mi sa che non l'avro' mai.
Da quando mi ricordo io abbiamo sempre avuto la lavatrice, non ho mai visto mia mamma, ma nemmeno la Dina, la Lisetta, l'Arcisa o mia nonna lavare a mano li' dentro.
Pero' si prendeva l'acqua che usciva fredda dal pozzo. Nella vasca gigantesca si teneva in fresco il cocomero. C'era il buco, in fondo, per far scolare l'acqua e se ci mettevi le barchette navigavano via, fino a sotto la magnolia.
Per me il bucato e' il filo, perche' il giardino, dalle mie parti, non e' mai stato un posto dove prendere il te' o fare le cene. Anche. Ma soprattutto e' sempre stato il pezzo piu' bello della casa, quello in cui si facevano le cose libere. Come stendere al vento, giocare per terra, tenere i gatti, innaffiare le piante.
L'estate per una bambina e' la liberta'. Di sporcarsi, di bagnarsi, di inventare i giochi. Di correre in mezzo ai fili del bucato mentre la' in fondo, mica tanto lontano, dietro la siepe, ci sono le macchine ferme sull'autostrada del sole, perche' si va in vacanza tutti lo stesso giorno e li', poco dopo Modena sud, c'e' il tappo di quelli che escono da Bologna verso la riviera, verso Riccione, verso il mare.
Delle volte si fermavano delle persone, dietro la siepe. Avevano bucato una ruota, oppure fuso il motore. Oppure c'era la coda, avevano i bimbi in macchina e l'autogrill era molto lontano. Le persone intuivano la casa dietro la siepe, forse scorgevano il lavatoio e una bambina che giocava per terra alle barchette. I loro figli avevano sete, si avvicinavano alla rete, dietro i rami, e venivano a chiedere un po' d'acqua. Mia madre allora usciva diffidente da casa, passava le bottiglie dall'altra parte. Se qualcuno aveva avuto un incidente, o era in panne, arrivava Ciro a dare una mano, a passare attrezzi. Si chiamava qualcuno al telefono.
Io mi infilavo sempre in mezzo alla siepe e cercavo i bambini.
Ero una persona abbastanza sola per la mia eta', unica piccola in un mondo di adulti. Avevo sempre qualcosa da mostrare a quello che speravo fosse un nuovo amico che si sarebbe fermato per un po'. Un giocattolo, piu' spesso un gattino nato da poco. Il pegno e la tentazione per chi avesse attraversato il fosso, la rete, la siepe e avesse lasciato l'automobile e i progetti di vacanza per restare con me a giocare.
Guardavo negli occhi quei bambini sconosciuti e fra un buco della rete e una foglia una mano, cosi' simile alla mia, si infilava per accarezzare l'animaletto o per toccare il giocattolo.
Io so che volevano restare, tutti. Ma i loro genitori avevano fretta di rimettersi in marcia, di ritornare alla coda e al sogno di villeggiature sempre uguali.
Gli adulti scappano sempre dal posto in cui stanno, quello l'ho imparato sulla mia pelle. Solo i bambini hanno il coraggio di restare a vedere i fili del bucato che dondolano.
Una volta, non so nemmeno se e' vero o se l'ho sognato, si sono affacciati alla siepe gli zingari. Anche loro avevano bambini, un po' piu' sporchi di me ma nemmeno tanto. Mia madre e' andata a prendere l'acqua, vestiti vecchi e un po' di cibo, perche' erano molto poveri.
Io sono corsa in camera mia, a prendere un giocattolo da regalare, mentre una manina rapace si protendeva al di qua della rete.
Quando sono scesa mia mamma aveva il palmo della sua, di mano, al di la' della siepe, mentre la madre del bambino le leggeva il futuro nelle linee. Lei sembrava spaventata e curiosa. Mi sembrava cosi' adulta, aveva la mia eta' ora. Non so cosa le abbia detto, il cielo e' cambiato all'improvviso ed e' venuta una luce piu' livida.
Penso che si sia limitata ad augurare tutto il bene del mondo a una persona che la stava assistendo, ma non sapro' mai se invece non abbia predetto a mia madre le molte croci che si e' portata addosso tutta la vita, le malattie e l'incertezza di chi ogni giorno teme che non diventera' vecchio.
La seconda immagine, per analogia, e' la mia vicina malata. L'avevo vista meglio, prima dell'ultima chemio. Meno gonfia, piu' rilassata, mi aveva raccontato di un bellissimo matrimonio in campagna a cui era andata. Invece dopo lunedi' e' tornata cupa. I capelli, che facevano una peluria sulla testa calva, sono di nuovo caduti. Ha le occhiaie profonde di chi non riesce a dormire dal dolore.
Deve cambiare i farmaci, perche' gli analgesici a base d'oppio che prende danno assuefazione, deve disintossicarsi prima di provarne di nuovi.
Sta patendo il dopo chemio senza nessun aiuto dalla chimica e glielo si legge in faccia che non e' una cosa che si possa tollerare.
Le ho fatto la tisana di melissa, come se potesse servire a qualcosa. L'ha bevuta tutta, un intero litro, per provare a dormire e a riposare. Le ho chiesto se le era servita. Come il tavor, mi ha risposto, quasi niente ma meglio di niente.
Voglio pensare che ci sia un po' di efficacia nell'erba raccolta nel giardino e offerta come tutto quello che si ha a qualcuno a cui non si puo' dare nulla che serva davvero. Spero che il gesto di raccogliere le foglie, far bollire l'acqua, filtrare il liquido verde con un imbuto nella bottiglia di vetro porti dentro un po' della mia energia e della mia salute, che sia quella la magia che la fara' riposare meglio la notte.
Come una mano interpretata nel cortile di casa, vicino all'autostrada.
Qualunque cosa ci abbia visto, spero che la zingara abbia detto a mia madre che li' dentro leggeva solo un cielo limpido.

giovedì 21 luglio 2011

Bilancio di luglio dell'orto in vaso

Mi allineo ai miei amici orticoltori per un bilancio di luglio del mio primo anno di orto in vaso.
Zucchine (scure, varietà "di Milano"): ottimo bilancio. Le piante sono enormi e i frutti piccoli, ma ne sono venuti in abbondanza a partire da aprile, morbidi e saporiti. Nessuna malattia, nessun bisogno di addizionare la terra se non con un po' di composto bio comperato al mercato della terra.

Peperoni: riuscita eccellente, peccato avere avuto una sola pianta (le altre sono finite nell'orto vero di mio suocero). Peperoni grandi e gialli, saporiti come se fossero maturati al sole di Sicilia invece che in un terrazzo di città. Abbiamo mangiato sei frutti e l'ultimo sta per essere pronto sulla pianta. Stasera approfitterò della luce meravigliosa e tersa che c'è oggi per fotografarlo, se mi riesce.
Peperoncini: piantine che arrivano dai semi che mi ha portato la vicina dalla Toscana. Sono germinati tutti, belle piante forti e sane, ma ancora nessun fiore e peperoncini manco a parlarne. Forse sono tardivi, forse li ho seminati tardi io. Sto tenendo tutte le confezioni delle uova per fare semenzaio sui davanzali quest'inverno e arrivare più pronta alla bella stagione. Caratteristica simpatica di queste pianticelle: stanno girando il mondo. Il condominio ne ha avute tre per casa, un cestino ne abita nel quartiere cinese, tre sono arrivate con un rocambolesco viaggio in treno a Parigi dalla mia amica.
Mica male per dei semini toscani.
Speriamo che agosto porti consiglio e infiorescenze.

Fragole: mah. Bilancio deludente. Tanta rifiorescenza, ma pochissimi frutti. Diciamo che per nutrirci delle nostre fragole avremmo dovuto avere minimo minimo cinque volte più piante, e tutte del tipo fragolone. Quelle più piccole si sono molto propagate (metri di stoloni), ma avranno fatto dieci frutti in tutto, la gran parte mangiati da uccellini temerari che hanno sfidato il rischio gatti.

Basilico da seme: una meraviglia, niente a che vedere con le piantine un po' depresse comperate al supermercato. E' un vaso che ricorda un racconto di Boccaccio, profuma di estate (e anche un po' di pulp, vista la reminiscenza di teste mozzate), questo week end saprà di pesto.

La salvia a foglie grandi è morta all'improvviso, dopo un fine settimana di pioggia che ha fatto marcire le radici. Le piccole talee crescono bene, ci saranno foglie fritte anche il prossimo anno.

Timo simpatico e senza necessità, rosmarino meno florido del previsto - l'origine da supermercato si fa ancora sentire - ma vivo e vegeto, menta meravigliosa, in giardino e nel te', melissa sempre nuova ogni settimana e buona da seccare, per gli infusi di questo inverno.
Della mora e del ribes silenti ho già parlato in più occasioni.

Ho tenuto volutamente per ultimi i pomodori, la mia rivelazione e la vera, massima soddisfazione dell'estate. Quattro piante di cuore di bue hanno prodotto come pazze, abbiamo fatto crudaiole (pasta con i pomodori freschi a crudo e il basilico di cui sopra), insalate, pizze, altri frutti verdi sono in maturazione. Una si sta seccando per esaurimento forze, le farò un monumento e salverò i suoi semi perchè meglio di così non ci si può comportare. Anche in questo caso, nessun aiuto se non un po' di compost bio e un goccio di chelato di ferro dopo due giornate torride con l'irrigazione non ancora ben regolata.
Una sorpresa: tranne la rucola, che è diventata in poco tempo il pasto preferito dei bruchini con la faccia simpatica che hanno rischiato in due giorni di sterminare le mie rose, niente ha avuto parassiti e infestanti. Evidentemente l'equilibrio orticolo ha funzionato, compreso l'accorgimento delle rose sul limitare dell'orto, una cosa imparata da sempre guardando i filari in campagna. Le rose si sono prese ogni bestiola possibile, sono dei colabrodi fioriti, ma in compenso i frutti sono salvi.
Ora è tempo di semi da seccare e raccogliere, di pensare già all'orto del prossimo anno. 
La proiezione e il futuro restano la scoperta più emozionante del giardinare.

martedì 19 luglio 2011

Genova per noi, che eravamo innocenti

Oggi sono dieci anni dal G8 di Genova. 
Ne parlavo oggi con un amico e mi fa impressione l'idea che siano gia' passati cosi' tanti anni. Racconto la storia di come l'ho vissuto io e mi sento una nonna che ha ancora addosso le sensazioni della seconda guerra mondiale e non ti parla di geopolitica, ma di polvere in bocca e macerie.
Per me il G8 e' una sera a casa di mio marito, che non era ancora marito, in cui decidiamo che fare, se andare anche noi con gli altri o meno. Davanti a un bicchiere di vino e alla pasta al tonno. O forse al risotto. Era l'epoca in cui cercava di convincermi di essere un gourmet sopraffino e in cui mi illudeva di parlare con il riso nella pentola. 
Discutiamo sicuramente di V. e delle altre tute bianche, che vanno senz'altro, anche se poi li arrestano. Era l'epoca in cui cominciavano ad arrestarlo, di M. che si muovera' con la banda e il sax, diciamo che sarebbe bello andare con la sacca da giocoleria. Abbiamo una sacca piena di clavette che girano a piombo, palle morbide da lanciare in aria, cerchi e fresbee. Niente diablo, non siamo mai stati capaci. Nella borsa ci sono anche due nasi rossi da clown perche' da poco abbiamo fatto il corso di clownerie e sopra la sacca, che e' gialla con la corda rossa, ci ho ricamato una scritta: "la vie est dans la rue". 
E' la mia prima fase della decrescita, allora non produco cibo dai semi ma mi vesto di roba per lo piu' usata che trovo al mercato della Montagnola e mi cucio le borse da sola. Le regalo e le vendo anche, su un banchetto per strada. Mi dicono che sono brava, le faccio robuste e non si scuciono mai. 
In fondo non e' molto diverso da ora, questo bisogno di fare cose con le mani e non solo con la testa l'ho sempre avuto.
Comunque pensiamo che sarebbe bello andare a fare giocoleria a fianco delle persone che manifestano, mettersi in un angolo e coinvolgere la gente nei giochi che lasciano adulti e bambini a bocca aperta, anche la cosa piu' semplice, anche le tre palline che girano nell'aria. 
Ridiamo del fatto che V. e M. non approveranno, perche' loro la prendono molto piu' seriamente di noi.
Per noi e' una festa, non ci sfiora nemmeno il concetto di pericolo.
Ne abbiamo fatte tante, di manifestazioni. Io e' dal liceo che manifesto appena ce n'e' la possibilita', perche' trovo cosi' bella questa comunione di intenti alta, intensa, politica per come la politica la vedo io. Siamo capaci. Non facciamo cazzate, nessuno ne puo' fare a noi.
Ci sentiamo innocui e lo siamo. Siamo studenti dell'universita' di Bologna, e' la nostra mezz'ora di ribellione concessa a tutti, stara' a noi continuare a vivere da ribelli dopo, rifiutando sempre la via piu' comoda, qualunque essa sia. Anche quella della manifestazione.
A. sta per partire per gli Stati Uniti, ho un dolore fondo nello stomaco all'idea di non vederlo per cosi' tanto tempo, forse mai piu'. Io partiro' un mese dopo per Parigi, devo fare gli esami, comperare il computer portatile da portare con me perche' nel frattempo hanno inventato il messanger e con il North Carolina comunichero' cosi'. Lo staro' comperando, a rate e facendo un prestito, due mesi dopo, l'11 settembre 2001. 
Mia madre mi chiamera', quel pomeriggio caldo. 
Hanno attaccato gli Stati Uniti, vieni a casa.
Sono seduta sul divano di casa mia a Bologna quando uccidono Carlo Giuliani, con la mia coinquilina di allora. Il giorno prima gia' si era capito, che ci sarebbe scappato il morto, le nostre clavette all'improvviso erano diventate armi potenziali, roba per cui potevi trovarti a Bolzaneto, con una denuncia o un calcio chiodato sulla testa. 
Siamo a casa, con un senso di stupore che non lascia spazio nemmeno al rimorso perche' noi non siamo la' con gli altri a farci ammazzare di botte. C'e' N. ancora la' con Radio Fujico e qualcuno che conosciamo per Citta' del Capo (io non ci lavoro ancora), sappiamo che stanno tutti bene, ma siamo talmente destabilizzati dall'idea che la democrazia sia stata sospesa che non riusciamo nemmeno a preoccuparci dei nostri amici, dei nostri casi particolari. 
Siamo ammutoliti. L'11 settembre, per me e molti altri, e' cominciato quel giorno, quando tutto quello che davamo per scontato all'improvviso non lo era piu', quando manifestare e' diventato una cosa da coraggiosi, quando un aereo puo' finire contro un grattacielo.
Il 20 settembre sono partita per Parigi. Erano giorni lividi, ci si guardava intorno con sospetto in metropolitana. I cestini dell spazzatura erano sacchi trasparenti per evitare le bombe, come se dopo quello che era successo si potesse ancora pensare di prevenire un attentato.
Avevamo tutti un grande punto interrogativo stampato sulla faccia, i pacchetti di A. con le lettere e i regalini dagli Stati Uniti arrivavano tardi perche' c'era il rischio antrace.
All'universita' ho conosciuto per primi i ragazzi con i cerotti. Una ragazza con i capelli corti, rasati da un lato, con un enorme pezzo di medicazione bianca sopra. Lei era stata due giorni a Bolzaneto. Si era fatta tutto addosso per la paura. L'avevano ferita ed era piccola ed esile. Era preoccupata per la denuncia e il processo, i suoi l'avevano mandata a Parigi perche' si distraesse e non ci pensasse, perche' continuasse a studiare e a far finta che non fosse successo niente, in quel paio di giorni. Che lo Stato fosse ancora amico.
C. aveva invece protetto tutti, aveva evitato a tanti le botte. Era la' con un'amica e aveva convinto una signora ad aprire il portone per farli rifugiare tutti dentro. C. e' cosi', un'empatia con il mondo cosi' grande da ispirare fiducia a una genovese terrorizzata solo parlandole al citofono. Spero abbia smesso di farsi troppe canne e di ammazzarsi d'alcool, perche' e' una delle persone piu' pulite dentro che abbia conosciuto. 
Non lo vedo da anni, ci siamo scritti, so che ha una bambina che si chiama Perla.
Oggi, dieci anni dopo, penso a tutta quell'innocenza perduta. Non solo la mia, quella di tutto il Paese, che all'improvviso sa che e' possibile ovunque, e' possibile sempre, che il mondo si rovesci all'improvviso.
Che si va avanti comunque e torna il sole. 
Ma non e' lo stesso.
E non e' piu' per tutti.