Ieri sera ho visto il mio nuovo film preferito. Il titolo e' "My name is Khan" e mi sento di consigliarlo a tutti.
Lo consiglio agli amici intellettuali di sinistra, perche' e' un film di Bollywood, che dopo The Millionaire va di gran moda. L'ha diretto un grande regista indiano, figlio di una dinastia di registi - in India molto funziona per dinastie. L'attore principale - assolutamente impressionante nel ruolo di Khan, che non e' un personaggio facile - e' affidato a uno che a me sembra brutto, ma che e' una specie di Brad Pitt del subcontinente. Sospetto che le ragioni dell'amore degli intellettuali per la nuova Bollywood siano due. La prima e' che, dopo decenni di cinema radical chic intimista francese, penso che per loro sia stato un sollievo andare al cinema e persino divertirsi, uscire gioiosi accennando qualche passo di danza e facendo le facce. Il secondo motivo e' che nessuno dei miei amici intellettuali di sinistra e' mai stato in un cinema di Jaipur, esperienza che molto fa riflettere sulla genialita' assoluta del genere umano, ma conferma anche senza ombra di dubbio che il cinema non e' una roba su cui farsi dei gran pipponi mentali e magari pure un paio di esami all'Universita' (ebbene si', li ho fatti, ma giuro che non facevano parte del piano di studi facoltativo). E' guardare una storia, caderci dentro, partecipare con urla e schiamazzi mentre i bambini ti colano il gelato sulle ginocchia, i loro genitori producono un fratellino due file piu' indietro e le signore sgranano i piselli in prima fila.
Comunque My name is Khan ha dentro di se' molte ragioni intellettuali e di sinistra che forniscono adeguata giustificazione morale. Parla abbastanza male degli Stati Uniti pur rispettandone i miti fondativi (se hai voglia di lavorare e' la terra delle opportunita'), e' ambientato nel periodo del grande cambio dall'epoca di Bush a quella del mio amico ortolano Obama, e' un elogio dell'onesta', del candore e del bene che trionfano grazie alla grande stampa watchdog (si', ho fatto anche un esame di giornalismo, se e' per questo. Devo crocifiggermi per il mio passato?), ma anche una spietata critica a ignoranza e qualunquismo.
Non meno importante, e' ambientato per buona parte in una San Francisco strepitosa.
My name is Khan piacera' anche agli amici pop, perche' e' una grande e meravigliosa storia d'amore, fatta di malattia, che racconta come si possa amare non solo una persona diversa, ma addirittura qualcuno che e' considerato un disabile. Il morbo che e' parte dell'identita' di Khan e' una forma di autismo che impedisce di leggere i sentimenti altrui, una specie di malattia dell'empatia. Una cosa che di per se' sembra precludere a priori una storia d'amore (come se poi i cosiddetti normali, soprattutto se maschi, fossero normalmente dotati di grandi capacita' di comprensione delle altrui emozioni) e invece no. I buoni sentimenti traboccano, si riversano sulla donna amata, ma anche su madri, fratelli e cognate, nonne nere incontrate per caso in cittadine dell'America profonda, interi caseggiati di Calcutta. Solo che non sono fatti di parole - perche' Khan non le sa dire - ma di fatti. Khan aggiusta quasi tutto, perche' la sua clamorosa intelligenza strana e' capace di capire i segreti di ogni meccanismo meccanico. Solo che poi aggiusta anche i destini.
Questo film si puo' consigliare anche a tutti quelli che hanno voglia di avventure, ma non di avventure sterili, in cui tutti si menano e uccidono apparentemente senza una valida ragione. Va bene per chi ha voglia di avventure politiche, di quelle che cambiano la storia, anche se nel piccolo. E' un film politico nel suo bisogno di concretezza. Un film operaio di parrucchiere e agenti di commercio, mica di principi e principesse. Di modesti maestri di scuola disoccupati che si rivelano grandi narratori, al massimo di professoresse fragili di piccole universita'. E' un film sulle religioni, sui sentimenti altruistici che possono stimolare e sulle catastrofi che piu' frequentemente possono generare.
Insomma, sono contenta perche' ho fatto un pepe (diminutivo di pepetrolio, coniato da mio marito che mi chiede alla sera:"hai scritto un pepe?") intero su un film e non ho detto nulla della trama, perche' odio quelli che ti dicono devi vedere questo film e poi te lo raccontano cosi' nei particolari che ti passa qualunque curiosita'. Fate cosi', guardatelo e poi rileggete quello che ho scritto, cosi' vediamo se ho azzeccato tutte le categorie cineaste.
Altre novita' della giornata: al momento ho tre fragole in maturazione. Calcolando che l'unica prodotta fino ad ora l'ho dovuta dividere a meta' col coniuge e che ero piu' interessata alla riuscita estetica dell'oggetto che al sapore nutro grandi aspettative.
Seconda novita': la mia citta', almeno in questo primo turno, ha sostenuto la mia voglia di cambiamento, con un risultato commovente e inaspettato.
Da domani cominciano due settimane molto dure, in cui mi aspetto di tutto da quelli che hanno governato fino a ora. Pero' quando cambiava il vento sulla banderuola del tetto della casa di Mary Poppins ci stava un bel po'. Speriamo che i dirigenti nazionali, da entrambe le parti, ci lascino in pace a discutere del futuro di questo posto, nell'orto che c'e' qui. Che la citta' non diventi il laboratorio di un bel niente. Che non si teorizzi un domani di effetti valanga e di grandi decisioni. Che si prenda il voto per quello che e': un dialogo fra una serie di persone che cercano una strada migliore per stare insieme. In questo momento, in politica come in ogni cosa, non mi interessano le macroanalisi e i macrodisegni.
Mi importa che le cose piccole maturino in pace.
Come le mie fragole.
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martedì 17 maggio 2011
martedì 3 maggio 2011
L'orto del Commander in Chief
Nell'orto e nel giardino il dilemma del prigioniero non te lo puoi permettere. Non puoi fare la guerra in nessun modo.
Se la fai fredda e pianificata - ad esempio eliminando preventivamente tutte le fonti di potenziali insetti e tenendo ogni pianta a debita distanza dalle altre - e' un disastro, avrai vegetali stitici, niente fiori ne' frutti. Ti potrai permettere forse una fila rada di photinie, che se fossi un ragnetto rosso ignorerei anch'io. Niente rose, niente zucchine, nemmeno oleandri che quelli stanno simpatici alle cocciniglie, con il loro potentissimo scudetto protettivo da tartarughe mignon.
Se dichiari guerra aperta e' forse peggio. Sradicare un pesco al primo attacco di bolla e' un crimine da tribunale dell'Aja. Io ho resistito due anni e ho rifiutato di uccidere il poveretto, che adesso è stato piantato in campagna da mia mamma, perchè non ce n'è, un pesco ereditato da gente incurante e non nano in vaso non cresce bene, fa troppe poche radici e si ammala.
Anche la guerra alle erbacce è inutile, forse controproducente. Puoi mettere i sassi per arginarle, oltre che per evitare che la gatta piccola confonda vasi e cassetta della sabbia, due oggetti indiscutibilmente troppo simili per fargliene una colpa. Puoi togliere i bulbi selvatici e deboli che qualche bambino idiota ha piantato dieci anni fa e poi dimenticato (già, il giardino prima di me ha dovuto sopportare anche la presenza di infanti. Non sapete quante sorprese dell'ovino kinder ho dissotterrato).
Se poi però un trifoglio o un'ortica ce la fanno lo stesso a crescere, estirparli fa male al cuore e, secondo me, anche al giardino. Cosa può pensare una pianta di fragole se sente la mano che l'innaffia sradicare senza pietà le sue piccole vicine, colpevoli solo di non dare frutti profumati? Va bene che le fragole non pensano, ma non si sa mai.
Quella che sto per fare e' una considerazione banale, messa in pratica da migliaia di maestre elementari che fanno giocare i loro pupilli con vasi e terra invece che con sabbia e secchiello. L'orto e il giardino sono esperimenti di pace.
Sono la ricerca strenua e faticosa di un equilibrio. Sono la lotta per una soluzione dove non c'e', per poi scoprire che c'e' sempre e c'e' sempre stata.
C'e' sempre un modo per gestire personalita' contrapposte, per dirimere la diatriba fra un glicine che si espande e una mora timida che deve farsi spazio alla sua ombra. Senza tagliare, guidando. C'e' sempre un girasole per attirare gli insetti che impollineranno i pomodori, un oleandro avvelenato che impedira' ai gatti di razzolare la terra della salvia. Basta non alimentare il conflitto, esercitare il rispetto come forma alta della convivenza.
A volte sento miagolare i quadrupedi in qualche angolo del giardino. E' un miagolio basso e articolato, fatto guardando all'insu'. Mi piace immaginare che stiano parlando con il piccione appollaiato sul muretto, gli stiano anticipando un attaco che sara' infruttuoso, ma questo loro non lo sanno e si impegnano moltissimo. Mi piace pensare sia un'estrema arma diplomatica: "piccione, sto per saltare con l'obiettivo di mangiarti, ma sono un gentiluomo, quindi se vuoi puoi ancora volare via." Conto fino a tre. Uno...
Il giardino non crea nemici e, soprattutto, non gode del loro massacro.
Per questo stasera non riesco a mettere insieme le immagini di un Obama sorridente che pianta l'insalata con la moglie e le figlie riccioline e lo stesso uomo, un po' piu' magro e serio, che dichiara di aver fatto uccidere il santone barbuto che si nascondeva vicino a Islamabad. L'ha detto molte volte: "Io avevo la notizia, io ho dato l'ordine di attaccare. Oggi e' un giorno buono per la pace."
Come spieghera' alle sue figlie, allevate alla scuola dell'orto, che quello non era un uomo, ma un insetto maligno? Come spieghera' che i gatti avvertono, loro padre no. Sia ben chiaro che non provo nessuna simpatia per chi si mangia le mie foglie, ne' per chi ci fa la cacca sopra. Figuratevi per un invasato barbuto.
Pero' c'e' un senso di coerenza violata nelle due immagini che ho visto a pochi mesi di distanza. Ci sono personaggi da cui te l'aspetti. Il principe Carlo va a caccia di volpi, il texano mangiava i vitelli e sua moglie ha sicuramente una borsetta di coccodrillo. Cosa vuoi mai aspettarti da gente cosi'?
Obama e Michelle, pero', sembravano diversi. Sembravano voler educare. Educare alla pieta', all'equilibrio, al compromesso possibile. Educare all'orto.
La vita e' molto dura, anche in un giardino. Ci sono i buoni e i cattivi, l'ombra e la luce, il momento della nascita e quello della morte. Non c'e' pero' mai la sconfitta, quella che leggo oggi nel presentarsi goffo e nello sguardo sfuggente di uno che ancora una volta non ha trovato soluzione migliore che fare la guerra e avverte, anche se in modo sfocato, che fare altrimenti si poteva. Bastava imparare da un glicine e da una mora.
Se la fai fredda e pianificata - ad esempio eliminando preventivamente tutte le fonti di potenziali insetti e tenendo ogni pianta a debita distanza dalle altre - e' un disastro, avrai vegetali stitici, niente fiori ne' frutti. Ti potrai permettere forse una fila rada di photinie, che se fossi un ragnetto rosso ignorerei anch'io. Niente rose, niente zucchine, nemmeno oleandri che quelli stanno simpatici alle cocciniglie, con il loro potentissimo scudetto protettivo da tartarughe mignon.
Se dichiari guerra aperta e' forse peggio. Sradicare un pesco al primo attacco di bolla e' un crimine da tribunale dell'Aja. Io ho resistito due anni e ho rifiutato di uccidere il poveretto, che adesso è stato piantato in campagna da mia mamma, perchè non ce n'è, un pesco ereditato da gente incurante e non nano in vaso non cresce bene, fa troppe poche radici e si ammala.
Anche la guerra alle erbacce è inutile, forse controproducente. Puoi mettere i sassi per arginarle, oltre che per evitare che la gatta piccola confonda vasi e cassetta della sabbia, due oggetti indiscutibilmente troppo simili per fargliene una colpa. Puoi togliere i bulbi selvatici e deboli che qualche bambino idiota ha piantato dieci anni fa e poi dimenticato (già, il giardino prima di me ha dovuto sopportare anche la presenza di infanti. Non sapete quante sorprese dell'ovino kinder ho dissotterrato).
Se poi però un trifoglio o un'ortica ce la fanno lo stesso a crescere, estirparli fa male al cuore e, secondo me, anche al giardino. Cosa può pensare una pianta di fragole se sente la mano che l'innaffia sradicare senza pietà le sue piccole vicine, colpevoli solo di non dare frutti profumati? Va bene che le fragole non pensano, ma non si sa mai.
Quella che sto per fare e' una considerazione banale, messa in pratica da migliaia di maestre elementari che fanno giocare i loro pupilli con vasi e terra invece che con sabbia e secchiello. L'orto e il giardino sono esperimenti di pace.
Sono la ricerca strenua e faticosa di un equilibrio. Sono la lotta per una soluzione dove non c'e', per poi scoprire che c'e' sempre e c'e' sempre stata.
C'e' sempre un modo per gestire personalita' contrapposte, per dirimere la diatriba fra un glicine che si espande e una mora timida che deve farsi spazio alla sua ombra. Senza tagliare, guidando. C'e' sempre un girasole per attirare gli insetti che impollineranno i pomodori, un oleandro avvelenato che impedira' ai gatti di razzolare la terra della salvia. Basta non alimentare il conflitto, esercitare il rispetto come forma alta della convivenza.
A volte sento miagolare i quadrupedi in qualche angolo del giardino. E' un miagolio basso e articolato, fatto guardando all'insu'. Mi piace immaginare che stiano parlando con il piccione appollaiato sul muretto, gli stiano anticipando un attaco che sara' infruttuoso, ma questo loro non lo sanno e si impegnano moltissimo. Mi piace pensare sia un'estrema arma diplomatica: "piccione, sto per saltare con l'obiettivo di mangiarti, ma sono un gentiluomo, quindi se vuoi puoi ancora volare via." Conto fino a tre. Uno...
Il giardino non crea nemici e, soprattutto, non gode del loro massacro.
Per questo stasera non riesco a mettere insieme le immagini di un Obama sorridente che pianta l'insalata con la moglie e le figlie riccioline e lo stesso uomo, un po' piu' magro e serio, che dichiara di aver fatto uccidere il santone barbuto che si nascondeva vicino a Islamabad. L'ha detto molte volte: "Io avevo la notizia, io ho dato l'ordine di attaccare. Oggi e' un giorno buono per la pace."
Come spieghera' alle sue figlie, allevate alla scuola dell'orto, che quello non era un uomo, ma un insetto maligno? Come spieghera' che i gatti avvertono, loro padre no. Sia ben chiaro che non provo nessuna simpatia per chi si mangia le mie foglie, ne' per chi ci fa la cacca sopra. Figuratevi per un invasato barbuto.
Pero' c'e' un senso di coerenza violata nelle due immagini che ho visto a pochi mesi di distanza. Ci sono personaggi da cui te l'aspetti. Il principe Carlo va a caccia di volpi, il texano mangiava i vitelli e sua moglie ha sicuramente una borsetta di coccodrillo. Cosa vuoi mai aspettarti da gente cosi'?
Obama e Michelle, pero', sembravano diversi. Sembravano voler educare. Educare alla pieta', all'equilibrio, al compromesso possibile. Educare all'orto.
La vita e' molto dura, anche in un giardino. Ci sono i buoni e i cattivi, l'ombra e la luce, il momento della nascita e quello della morte. Non c'e' pero' mai la sconfitta, quella che leggo oggi nel presentarsi goffo e nello sguardo sfuggente di uno che ancora una volta non ha trovato soluzione migliore che fare la guerra e avverte, anche se in modo sfocato, che fare altrimenti si poteva. Bastava imparare da un glicine e da una mora.
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