Case che non dormono, clima di citta'.
Grida sgraziate dal terzo piano, dove poverta' e ignoranza combattono per calpestare dignita'.
Malattie nascoste al piano di sopra, sconfitte con una risata di giorno, paura che gela le ossa solo al buio, in un gemito sul soffitto.
Signore che scendono dal quarto piano per indagare il destino di un photus, con le ciabatte e la vestaglia a fiori, le chiavi che tintinnano in una mano, ottantatre anni e ancora cucire a macchina, per pagare la parrucchiera e sentirsi vivi.
Fighetti da loft che sputano sentenze e poi si vergognano quando passano nel cortile comune, cosi' inadatti alla socialita' semplice di un condominio da fare compassione.
Luci da tante finestre stanche, in alcune si fara' rumorosamente l'amore, perche' e' sabato. Sempre che il bambino si addormenti, che e' gia' mezzanotte ed e' ancora sveglio come un grillo.
Lotte feroci di gatti che si contendono un territorio infinito, perdita d'occhio di tetti e fabbriche che ancora traspirano, dopo vent'anni di inattivita', il sudore degli uomini.
Palazzoni che crescono veloci, per appartamenti gia' tutti comprati. Case basse che si rattrappiscono nell'ombra, che hanno paura si morire.
Zanzare che si trattengono a fianco delle orecchie, annusano l'autan e se ne vanno. Lasciano una scia di rumore che e' tutta vita, mentre i lombrichi scavano grotte nei vasi che sembra quasi di sentirli. Un giorno, forse, ritorneranno le lucciole.
Musica da un ristorante ecuadoregno o da una casa ecuadoregna, perche' ci sono poche regole chiare e una di queste e' che si lavora come schiavi tutta la settimana, ma al sabato sera si canta e si balla.
Modem e connessioni vecchio stile per un adolescente frustrato che cerca il porno sul web usando il computer della sua grassa madre, che cerca di dormire e gli dice spegni. Nemmeno le seghe davanti allo schermo ci si puo' fare, in una casa cosi' piccola. Per forza poi mi scrivono che sono una checca sulla saracinesca di fronte a casa.
Con un padre che nemmeno lo accompagna a pulire quella scritta.
Cagnolini di migranti, emblema del pregiudizio. Ho pensato che il ragazzo dal sorriso candido che abita di fronte fosse un badante, che il barboncino fosse di un'anziana signora.
Non e' cosi', e' solo il suo cane. Mi ha fatto strano, come se un ragazzo del bangladesh non potesse avere un cane da compagnia. Come se quello fosse un accessorio che non si possono permettere quelli che devono costruirsi qui una vita, come se avessero diritto solo a conquistarsi l'essenziale. Che pensiero stupido, che una persona non possa volere un cane solo perche' non parla italiano.
Rose che si aprono perfette, pomodori che maturano, lampade che illuminano pavimenti che si raffreddano.
Una sirena che passa lontana. L'altra notte un ragazzo di vent'anni ha ammazzato due ragazzi di vent'anni, in questa citta'. Poi si e' fatto accompagnare dai suoi genitori alla caserma dei carabinieri. Ha detto che non sa perche' l'ha fatto ne' come l'ha fatto. Forse e' stato un brutto sogno, ci sveglieremo fra poco, deve avergli detto sua madre.
Luci soffuse e nessuna paura, niente di male puo' accadere in questo terrazzo che e' un nido fra le case, che tutti possono godere.
Una civetta ripete il suo suono monotono e familiare, un rumore di campagna fra i molti che si sentono, se solo si sta a sentire lo strato sotto i televisori.
Se tutti gli uomini sparissero, questa citta' sarebbe altrettanto viva.
Se tutti gli uomini sapessero di essere uguali ai fiori, ai gatti, agli uccelli, questa citta' sarebbe in pace.
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sabato 25 giugno 2011
Notte in citta'
martedì 10 maggio 2011
Ho fatto un sogno
Ho fatto un sogno in cui il mio condominio riusciva a farsi dare un sacco di soldi dal Comune per diventare un modello innovativo di convivenza e felicita' urbana.
Il mio condominio e' fatto di due palazzine. In quella che da' sulla strada - che e' una strada quieta e caotica allo stesso tempo, con un sacco di ape car parcheggiati la sera e la gente di tutti i colori che sta a chiacchierare sulla soglia delle case, o alle finestre del piano terra - ci sono due negozi vuoti.
Fra le due palazzine c'e' un cortile, con due garage ricavati dalle vecchie officine che una volta stavano dove ora c'e' il loft. Sopra ai due garage, ovviamente, c'e' un tetto.
Ho sognato che quei tetti diventavano orti. Uno si poteva chiudere d'inverno per farne una serra e produrre i pomodori e le fragole nella brutta stagione, l'altro invece restava scoperto. Ranuncoli da taglio e rose intervallavano gli ortaggi. Al centro del cortile c'era un orto girasole, una grande ruota con su dei vassoi piatti che giravano piano per seguire il sole. La ruota era collegata all'impianto fotovoltaico che abbiamo - per davvero - sul tetto delle palazzine.
Le vecchiette potevano coltivare l'orto girevole, perche' non occorreva ne' salire le scale, ne' chinarsi per raccogliere i frutti, bastava girare la ruota e la verdura che dovevi innaffiare arrivava proprio al tuo livello.
C'erano anche insalate verticali, che crescevano sui muri in apposite strutture e profonde vasche con carote e patate su tutti i ballatoi dei pianerottoli. Il pesco e l'albicocco del cortile abitavano grandi vasi (conche, con le c aspirate, direbbe la mia vicina, perche' lei e' toscana) che non facevano rimpiangere loro la piena terra. Facevano molto piu' del frutto singolo che esibiscono oggi. Negli angoli piu' ombreggiati stavano frutti di bosco e funghi. C'erano anche le galline, che razzolavano nel pollaio ricavato dal vecchio bagno del magazzino. Nessuno le uccideva, le allevavamo per le uova. Il gallo era cosi' felice che cantava alle 8 per non svegliarci troppo presto. Non avevamo conigli solo perche' non volevamo assassinarli per mangiarli.
I negozi sulla strada erano gestiti da noi: in uno vendevamo gli esuberi della nostra produzione, dopo averla distribuita equamente agli inquilini, secondo i bisogni e le possibilita' economiche di ogni famiglia. Meno a chi poteva comperare cibo biologico nei negozi di lusso, di piu' a chi tirava avanti con una piccola pensione o aveva un lavoro precario. I fiori, invece, erano dati a tutti in quantita', perche' la bellezza non e' una questione di soldi.
L'altro negozio era la sede dell'associazione che avevamo costituito per disseminare il nostro modo di stare insieme. Era anche il posto dove accoglievamo i visitatori, organizzavamo piccoli corsi di giardinaggio urbano e visite guidate per le scuole della zona. Facevamo pagare solo se signore snob e gli intellettuali snob. Tanto dopo che avevano capito che l'innaffiatoio pesa e che le rose bucano le dita con le spine non venivano piu'.
La cosa e' che eravamo tutti piu' felici. Certo, litigavamo perche' c'era sempre qualcuno che non voleva mettere i fagiolini perche' sua moglie era allergica o che dissotterrava di nascosto una patata. Sempre meno, pero'. Ogni giorno c'erano piu' condomini che volevano fare le guide all'orto o che si offrivano per un turno in negozio. Alcune signore si erano messe a fare la conserva di pomodoro nel cortile del loft, per non dover buttare via tutti quei bei cuori di bue che erano maturati tutti insieme. Gli uomini, il sabato, riparavano insieme i tralicci delle melanzane, che venivano sempre giu'.
Non avevamo firmato un patto, un accordo. Non avevamo stilato un regolamento ne' stabilito dei ruoli. Eravamo solo condomini che ogni giorno decidevano senza decidere di vivere meglio. La differenziazione del lavoro e' una cosa sana, nessuno di noi si sentiva un contadino, un commerciante, un educatore. Era solo una parte contenta della nostra vita.
Non eravamo diventati tutti belli, ricchi e chic. C'era ancora il rastone del quarto piano, la famiglia con i fiorellini di plastica legati al balcone e il cagnolino grazioso, la signora che al primo sole diventava marrone come il cuoio. C'era quella con la voce stridula e il figlio adolescente, a cui degli stronzi avevano scritto gay con lo spray fuori dal portone. C'era la sarta elegante e dritta come un fuso e la signora che assomiglia tanto a mia nonna. C'era il disegnatore di fumetti e l'uomo di fatica, il manager in carriera e sua moglie che ogni tanto si sbagliava e sorrideva.
C'ero io, che chiamavano Biancaneve per il modo che avevo di fermarmi a osservare i fiori mentre li innaffiavo, per come ero felice quando i girasoli risollevavano le foglie dopo avere avuto molta sete.
Ho fatto questo sogno e forse lo rifaro' ancora per vedere come va avanti.
Il fatto e' che non l'ho sognato da sola e quindi forse diventera' vero.
Il mio condominio e' fatto di due palazzine. In quella che da' sulla strada - che e' una strada quieta e caotica allo stesso tempo, con un sacco di ape car parcheggiati la sera e la gente di tutti i colori che sta a chiacchierare sulla soglia delle case, o alle finestre del piano terra - ci sono due negozi vuoti.
Fra le due palazzine c'e' un cortile, con due garage ricavati dalle vecchie officine che una volta stavano dove ora c'e' il loft. Sopra ai due garage, ovviamente, c'e' un tetto.
Ho sognato che quei tetti diventavano orti. Uno si poteva chiudere d'inverno per farne una serra e produrre i pomodori e le fragole nella brutta stagione, l'altro invece restava scoperto. Ranuncoli da taglio e rose intervallavano gli ortaggi. Al centro del cortile c'era un orto girasole, una grande ruota con su dei vassoi piatti che giravano piano per seguire il sole. La ruota era collegata all'impianto fotovoltaico che abbiamo - per davvero - sul tetto delle palazzine.
Le vecchiette potevano coltivare l'orto girevole, perche' non occorreva ne' salire le scale, ne' chinarsi per raccogliere i frutti, bastava girare la ruota e la verdura che dovevi innaffiare arrivava proprio al tuo livello.
C'erano anche insalate verticali, che crescevano sui muri in apposite strutture e profonde vasche con carote e patate su tutti i ballatoi dei pianerottoli. Il pesco e l'albicocco del cortile abitavano grandi vasi (conche, con le c aspirate, direbbe la mia vicina, perche' lei e' toscana) che non facevano rimpiangere loro la piena terra. Facevano molto piu' del frutto singolo che esibiscono oggi. Negli angoli piu' ombreggiati stavano frutti di bosco e funghi. C'erano anche le galline, che razzolavano nel pollaio ricavato dal vecchio bagno del magazzino. Nessuno le uccideva, le allevavamo per le uova. Il gallo era cosi' felice che cantava alle 8 per non svegliarci troppo presto. Non avevamo conigli solo perche' non volevamo assassinarli per mangiarli.
I negozi sulla strada erano gestiti da noi: in uno vendevamo gli esuberi della nostra produzione, dopo averla distribuita equamente agli inquilini, secondo i bisogni e le possibilita' economiche di ogni famiglia. Meno a chi poteva comperare cibo biologico nei negozi di lusso, di piu' a chi tirava avanti con una piccola pensione o aveva un lavoro precario. I fiori, invece, erano dati a tutti in quantita', perche' la bellezza non e' una questione di soldi.
L'altro negozio era la sede dell'associazione che avevamo costituito per disseminare il nostro modo di stare insieme. Era anche il posto dove accoglievamo i visitatori, organizzavamo piccoli corsi di giardinaggio urbano e visite guidate per le scuole della zona. Facevamo pagare solo se signore snob e gli intellettuali snob. Tanto dopo che avevano capito che l'innaffiatoio pesa e che le rose bucano le dita con le spine non venivano piu'.
La cosa e' che eravamo tutti piu' felici. Certo, litigavamo perche' c'era sempre qualcuno che non voleva mettere i fagiolini perche' sua moglie era allergica o che dissotterrava di nascosto una patata. Sempre meno, pero'. Ogni giorno c'erano piu' condomini che volevano fare le guide all'orto o che si offrivano per un turno in negozio. Alcune signore si erano messe a fare la conserva di pomodoro nel cortile del loft, per non dover buttare via tutti quei bei cuori di bue che erano maturati tutti insieme. Gli uomini, il sabato, riparavano insieme i tralicci delle melanzane, che venivano sempre giu'.
Non avevamo firmato un patto, un accordo. Non avevamo stilato un regolamento ne' stabilito dei ruoli. Eravamo solo condomini che ogni giorno decidevano senza decidere di vivere meglio. La differenziazione del lavoro e' una cosa sana, nessuno di noi si sentiva un contadino, un commerciante, un educatore. Era solo una parte contenta della nostra vita.
Non eravamo diventati tutti belli, ricchi e chic. C'era ancora il rastone del quarto piano, la famiglia con i fiorellini di plastica legati al balcone e il cagnolino grazioso, la signora che al primo sole diventava marrone come il cuoio. C'era quella con la voce stridula e il figlio adolescente, a cui degli stronzi avevano scritto gay con lo spray fuori dal portone. C'era la sarta elegante e dritta come un fuso e la signora che assomiglia tanto a mia nonna. C'era il disegnatore di fumetti e l'uomo di fatica, il manager in carriera e sua moglie che ogni tanto si sbagliava e sorrideva.
C'ero io, che chiamavano Biancaneve per il modo che avevo di fermarmi a osservare i fiori mentre li innaffiavo, per come ero felice quando i girasoli risollevavano le foglie dopo avere avuto molta sete.
Ho fatto questo sogno e forse lo rifaro' ancora per vedere come va avanti.
Il fatto e' che non l'ho sognato da sola e quindi forse diventera' vero.
sabato 7 maggio 2011
Sessant'anni di matrimonio. E un innaffiatoio.
Tra gli infiniti vantaggi che ti da' l'avere piante e animali c'e' ovviamente la socializzazione condominiale. Va be', il nostro e' un condominio un po' particolare, in cui la gente tende naturalmente alla comune. Nel pianerottolo sopra al mio tutti hanno la porta aperta. C'e' gente di ogni tipo, di tutte le eta' e sono convinti che sia normale cosi'. Sembra di stare un po' in quel sud da cui provengono molti inquilini: qualche urlo, molte finestre aperte e pasta al forno che suona il campanello la domenica.
Qui l'amministratore di condominio non ha nessuna autorita', perche' si decide tutto nelle assemblee informali - seguitissime soprattutto dalle signore piu' anziane che le preferiscono alla tv - anche se nessuno sa bene cosa siano ne' che valore legale possano avere.
Quelli che negli altri condomini sarebbero inquilini di pregio - manager urbanizzati dei loft costruiti a piano terra, dove c'erano i magazzini - qui vengono guardati con diffidenza, perche' non condividono lo spirito del luogo, si fanno i fatti loro, chiamano addirittura l'amministratore quando sono invasi dagli scarafaggi, invece di rivolgersi al consigliere condominiale, che visto che esce la ditta la fa passare per tutti gli appartamenti. Perche' ovviamente ha molte - se non tutte - le chiavi di casa.
Non serve precisare che ha anche le nostre. Noi, che siamo quelli dei gatti. Io, che sono quella delle piante.
I gatti si incaricano di show quotidiani a beneficio di tutti quelli che hanno il balcone che da' sul giardino, inseguendosi come acrobati del circo, saltando da un tetto all'altro con sommo dispetto dei gatti dei balconi e, soprattutto, degli sparuti, minuscoli cagnolini delle altre case. Lo fanno apposta, gli infami, a ribadire la vastita' del loro territorio e della loro buona sorte. Noi siamo quelli dei gatti, con un sorriso. Questo e' gia' un lasciapassare. La gente che ha i gatti non puo' essere infida.
Io, in piu', sono quella del giardino. Gia' da prima mi vedevano sempre fuori, a ispezionare una rosa, a soccorrere un gelsomino che si protendeva senza trovare un appoggio, a travasare qualche immane glicine con l'aria di una non proprio abituata ai lavori di fatica. Oppure con la scopa in mano a spazzar foglie, io che non ho mai sentito il bisogno di togliere la polvere dal pavimento di casa.
Poi, il ponte del 17 marzo, festa dell'Italia unita, abbiamo deciso di piantumare il cortile condominiale. E' stato un week end bellissimo, che vale una puntata da solo quindi ve lo raccontero' un'altra volta. Da allora sono la giardiniera ufficiale del condominio, incaricata unica delle innaffiature e della gestione dei vegetali, che includono un pesco e un albicocco dotati ognuno di un frutto.
La sera arrivo e scendo a innaffiare se serve. Qualcuno mi fa spesso trovare l'innaffiatoio pieno, cosi' mi risparmio la prima fatica. Parlo con tutti. La gente rientra dal lavoro, mi trova li' e con ognuno si scambia una parola, si organizza una missione per il sabato - all'ortomercato, alla coop, a una fiera dei fiori, si fa compagnia un momento a una vecchietta.
Stasera mi e' passato davanti un signore anziano, che portava la carta al cassonetto della differenziata, a fianco dell'oleandro condominiale. Mi ha salutata, l'ho salutato.
Ho chiesto come va.
Mi ha risposto si va avanti, da vecchi.
Ma no, da persone in gamba, ho risposto.
E' rientrato e ha salito le scale.
Poi e' sceso di nuovo.
"Dicevo, si tira avanti, da anziani. Abbiamo festeggiato il sessantesimo di matrimonio con mio moglie, tre settimane fa. Sa, ci siam sposati giovani, quindi son gia' sessanta."
Si e' girato e ha di nuovo preso le scale.
Era tornato indietro solo per dirmi questa cosa preziosa, ci aveva pensato, si era dispiaciuto di non avermelo detto cosi' aveva rifatto le scale, una cosa che sicuramente gli era costata fatica. Ci aveva messo un po', Tanto io ero li' a innaffiare. Chissa' quando gli sarebbe capitata l'occasione di dirlo a qualcuno, sua moglie lo sapeva gia'.
Mi sono complimentata sinceramente.
Sono quei momenti che salvano una giornata.
Qui l'amministratore di condominio non ha nessuna autorita', perche' si decide tutto nelle assemblee informali - seguitissime soprattutto dalle signore piu' anziane che le preferiscono alla tv - anche se nessuno sa bene cosa siano ne' che valore legale possano avere.
Quelli che negli altri condomini sarebbero inquilini di pregio - manager urbanizzati dei loft costruiti a piano terra, dove c'erano i magazzini - qui vengono guardati con diffidenza, perche' non condividono lo spirito del luogo, si fanno i fatti loro, chiamano addirittura l'amministratore quando sono invasi dagli scarafaggi, invece di rivolgersi al consigliere condominiale, che visto che esce la ditta la fa passare per tutti gli appartamenti. Perche' ovviamente ha molte - se non tutte - le chiavi di casa.
Non serve precisare che ha anche le nostre. Noi, che siamo quelli dei gatti. Io, che sono quella delle piante.
I gatti si incaricano di show quotidiani a beneficio di tutti quelli che hanno il balcone che da' sul giardino, inseguendosi come acrobati del circo, saltando da un tetto all'altro con sommo dispetto dei gatti dei balconi e, soprattutto, degli sparuti, minuscoli cagnolini delle altre case. Lo fanno apposta, gli infami, a ribadire la vastita' del loro territorio e della loro buona sorte. Noi siamo quelli dei gatti, con un sorriso. Questo e' gia' un lasciapassare. La gente che ha i gatti non puo' essere infida.
Io, in piu', sono quella del giardino. Gia' da prima mi vedevano sempre fuori, a ispezionare una rosa, a soccorrere un gelsomino che si protendeva senza trovare un appoggio, a travasare qualche immane glicine con l'aria di una non proprio abituata ai lavori di fatica. Oppure con la scopa in mano a spazzar foglie, io che non ho mai sentito il bisogno di togliere la polvere dal pavimento di casa.
Poi, il ponte del 17 marzo, festa dell'Italia unita, abbiamo deciso di piantumare il cortile condominiale. E' stato un week end bellissimo, che vale una puntata da solo quindi ve lo raccontero' un'altra volta. Da allora sono la giardiniera ufficiale del condominio, incaricata unica delle innaffiature e della gestione dei vegetali, che includono un pesco e un albicocco dotati ognuno di un frutto.
La sera arrivo e scendo a innaffiare se serve. Qualcuno mi fa spesso trovare l'innaffiatoio pieno, cosi' mi risparmio la prima fatica. Parlo con tutti. La gente rientra dal lavoro, mi trova li' e con ognuno si scambia una parola, si organizza una missione per il sabato - all'ortomercato, alla coop, a una fiera dei fiori, si fa compagnia un momento a una vecchietta.
Stasera mi e' passato davanti un signore anziano, che portava la carta al cassonetto della differenziata, a fianco dell'oleandro condominiale. Mi ha salutata, l'ho salutato.
Ho chiesto come va.
Mi ha risposto si va avanti, da vecchi.
Ma no, da persone in gamba, ho risposto.
E' rientrato e ha salito le scale.
Poi e' sceso di nuovo.
"Dicevo, si tira avanti, da anziani. Abbiamo festeggiato il sessantesimo di matrimonio con mio moglie, tre settimane fa. Sa, ci siam sposati giovani, quindi son gia' sessanta."
Si e' girato e ha di nuovo preso le scale.
Era tornato indietro solo per dirmi questa cosa preziosa, ci aveva pensato, si era dispiaciuto di non avermelo detto cosi' aveva rifatto le scale, una cosa che sicuramente gli era costata fatica. Ci aveva messo un po', Tanto io ero li' a innaffiare. Chissa' quando gli sarebbe capitata l'occasione di dirlo a qualcuno, sua moglie lo sapeva gia'.
Mi sono complimentata sinceramente.
Sono quei momenti che salvano una giornata.
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