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venerdì 11 maggio 2012

Orticola 2012

Fra i pochi vantaggi dell'attesa c'e' il fatto di essere non dico libera, ma lavoratrice domestica, il venerdì.
Questo vuol dire che se vuoi, se sconfiggi l'arrabbiatura e l'inedia di aver passato la mattina in videoconferenza a parlare a un computer e c'e' il sole puoi andare a fare una tarda pausa pranzo fuori e che ti senti pure straordinariamente brava perché hai fatto una passeggiata, come se bastasse quella a ridurre l'effetto cetaceo della tua ombra riflessa sui muri.
Tutto questo se c'e' Orticola diventa straordinario. Io amo Orticola. Non mi importa se e' la Chelsea de no' artri. Se e' uno sfoggio di ridicoli cappellini da parte di improbabili signore prive di tracce di terra sotto le unghie. Se e' pop e snob allo stesso tempo. Amo che sia maggio, che le aiuole del parco siano nuove nuove e splendenti e che ovunque ci siano le piante più belle, quelle che credevi esistessero solo su Gardenia, quelle che hanno un nome proprio che evoca storie e avventure e invenzioni di uomini e donne che di mestiere curavano immensi giardini.
Quest'anno ho notato tre cose, che metto in ordine senza che sembri una recensione.
C'e' uno spaventoso declino di orto e aromatiche. Dopo due anni in cui se non avevi tre pomodori e una salvia allo stand non ti si filava nessuno, in questa edizione l'orto e' solo educativo, solo da bambini.
Non so se sia perché ormai il giardinaggio da cucina e' diventato una roba da Esselunga, troppo pop anche per i pop-snob oppure perché tutti si sono messi a tirare su l'orto da seme, come - arrancando - mi sono messa a fare io. Fatto sta che volevo una salvia per riprovare dopo il fallimento dello scorso anno e sono tornata indietro a mani vuote.
Seconda considerazione: un sacco di gente si e' messa a vendere piante molto strane. Robe che non hanno bisogno ne' di acqua ne' di terra e volteggiano con le radici aeree appese a fragili cestini, piante grasse che sembrano sassi, erbacee perenni che sembrano secche. C'e' pieno di gente intorno a questi banchi, ma non sembrano amanti dei fiori. E' come essere un appassionato di rettili che da' loro da mangiare topolini vivi. Niente a che vedere con l'amore per le bestie, solo una insana passione o una moda destinata a passare.
Infine, quasi a specchio delle due osservazioni sopra, un grande e meritato ritorno dei fiori normali, quelli di cui tutti sanno il nome, nelle varianti più belle e monotematiche.
Splendidi venditori di sole rose, di ortensie che sembrano dischi volanti, gerani e pelargoni, di peonie lunghe lunghe con un solo fiore.
Trovo che sia una cosa bellissima, che si accompagna a un gusto delle piante in primis perché sono parte di noi, dei ricordi, dell'infanzia, di un immaginario condiviso. Ognuno di noi ha una nonna che coltivava rose, pochi un avo dedito alle sterpaglie o alle piante carnivore, per fortuna.
E' molto meglio descrivere un fiore e sapere che chi hai di fronte riesce a visualizzarlo, ne conosce l'odore e la consistenza delle foglie piuttosto che riempirsi la bocca di parole difficili a cui il prossimo non associa nulla.
Forse e' per questo che ho comprato una rosa, una rosa famosa con un nome proprio. La nuova inquilina del giardino e' una Sans Souci, che avrà il compito di tenere insieme le fioriture gialle dell'arco ereditato con tutti i toni del rosa che circondano l'orto.
E' in boccio, senza neanche un fiore aperto e purtroppo tornando in taxi uno l'ho perduto, ma in pochi giorni sarà aperta e felice, spero, come le sue sorelle.
L'ho portata a casa passeggiando fra bella gente, come un augurio di stare senza pensieri, senza preoccupazioni, nel futuro che mi e ci si apre davanti.

Rosa Sans Souci - Barni

martedì 8 maggio 2012

La vie en rose

E' una mattinata nervosa. Sono a casa, sempre in malattia perché lei fa ancora venire le contrazioni.
Sono distante dal lavoro abbastanza per avvertire tutta la follia degli sforzi compiuti in ufficio, la miopia del rincorrere sempre nuove parole d'ordine per non finire quello che si sta facendo, per avere sempre una nuova sfida - come dicono loro - come se la vita non ne ponesse abbastanza, come se senza non si potesse stare.
Sono ancora vicina, ancora invischiata come un moscerino nella ragnatela, abbastanza da sentirmi in colpa per questa frenesia che non mi appartiene. Non so se, come e quando la recupererò, presa come sono dal senso estremo della generazione della mia pancia e del mio giardino.
Eppure dovrò, prima o poi, altrimenti non si mangia, altrimenti si annoia il prossimo, altrimenti non si vive. Forse.
La' fuori ci sono le rose. Che a fare un fiore e solo quello ci mettono il tempo che ci vuole. Che non mutano da giallo a rosso se non ce n'e' ragione, che sanno essere quello che sono, sono capaci di prendere una decisione e portarla a termine, con la cocciutaggine di chi sa di essere nel giusto.
Sono una persona che vorrebbe imitare le rose e non ne e' capace.
Sono affascinata dalla capacita' di generare senza riuscire ad abbandonarmi a queste sensazioni senza terrore.
Sono piena di consapevolezza sul non senso e non so creare alternative per la mia vanità e per il mio bisogno di essere anche animale sociale.
Sono fregata dall'essermi sentita dire troppo a lungo che sono intelligente e che devo lasciare un segno nel mondo.
Come se finire le slides fosse un tratto di matita nella tela del Pianeta, dove ho l'impressione che una rosa, o una bambina, contino molto di più.
Insomma, anche oggi niente di nuovo. Solo l'ennesimo post simile a quello che mi spinse a cominciare questo diario oltre un anno fa.
Nel mezzo ho cambiato così tante cose, mi sono affannata tanto.
Eppure il dilemma e' sempre lo stesso.
Vediamo come si sanerà e se prima o poi sarò capace di dare una risposta.
Rosa peonia senza nome, che viene dalla campagna
Rosa Cocktail
Rosa Serenissima Barni lilla celeste

giovedì 3 maggio 2012

Cosa fa l'amore...

Lasciate perdere la biancheria stesa dietro della vicina, che rovina un po' l'insieme estetico, ma voi ve la ricordate questa rosa? L'ho ereditata dai precedenti proprietari del giardino e in due anni aveva fatto un fiore in tutto.
Per forza: stava dalla parte sbagliata, quella senza sole, non era mai stata potata e aveva un legno che ci si poteva fare un tavolino.
Sopravviveva a stento fra oidio da umidità e pidocchi, così triste e sbagliata che non avevo nemmeno capito di che colore fosse.
Il primo passo e' stato potarla. Il secondo attaccarla alla pergola, che ritrovasse la sua natura.
Il terzo, semplicemente, volerle un po' di bene. Come e' successo con il ribes, la ricompensa arriva, il giardino non delude.
Ecco, forse e' questo il filo conduttore di questa primavera piovosa e incerta.
Amare e curare, covare fiori e piantine dell'orto come faccio con questa bambina in pancia.
Sperare e pazientare, quest'anno più che mai perché con così poco sole, con così poche certezze, e' tutto più difficile.
L'arco di rose gialle mi fa ben pensare quando apro la finestra la mattina, mi fa guardare a luglio, a un'altra rosa, a un pomodoro, a una zucchina, che avrà la mia e la nostra faccia, che ora mi tremola in pancia e presto avrà una voce e starà al sole, come i miei fiori.
Rosa rampicante gialla senza nome

sabato 21 aprile 2012

Aggiornamenti dall'orto

Dopo giorni e giorni di pioggia finalmente un po' di sole a scaldare l'orto.
Qualche cenno veloce sullo stato delle piantine, poi vi racconto meglio.
Zucchine: soddisfazione somma. Piantate piu' tardi dei peperoni e dei pomodori (fine febbraio - inizio marzo) sono germinate quasi tutte e crescono che e' un piacere nonostante il poco sole e l'umidita' allucinante.
Pomodori: trapiantati nella cassa, nonostante le intemperie resistono e crescono. I miei eroi cuore di bue non tradiscono mai.
Peperoni: piccoli e lenti, ma lo so che non hanno l'esuberanza degli altri ortaggi. Vorrebbero piu' caldo e piu' secco, ma sono passati dal portauovo al vasetto e mettono fuori le loro foglioline con perseveranza. Ce la possiamo fare.
Melanzane: una gioia, fin troppe. Occorrera' diradarle prima o poi, intanto le lascio crescere ancora un po'.
Aromatiche perfette: l'inverno sotto al portico le ha fatte sopravvivere e adesso sono divertenti, con la distesa di menta e le fragole tutte in fiore, mentre il timo si e' messo la mimetica fra foglie vecchie e nuove.
Oggi, direttamente nei vasoni, si seminano basilico e camomilla perche' avere le mie foglie e i miei fiori per condire e' stata una delle cose piu' piacevoli dell'inverno.
Infine: la prima rosa degli infiniti boccioli che hanno tutte, incluse quelle storiche e quelle che l'anno scorso mi hanno fatto un fiore solo in tutto l'anno. La solita consolazione in questa primavera cosi' faticosa, con Leda che fa penare e il riposo forzato che puo' essere il sogno solo di chi non lo deve fare.
Se pero' viene il sole, se pero' vengono le rose, allora ce la possiamo fare.

giovedì 23 febbraio 2012

Alla ricerca di un non-modello

Questo è un post difficile e politico.
Quindi lo comincio anche se non so se e quando lo finirò.
Il tema è la parola "modello".

Allora, sembra chiaro ai più che il mondo nord-occidentale (forse si può restringere ancora il campo, di sicuro si può parlare di Europa) ha cominciato a percepire con forza crescente i punti deboli del paradigma di sviluppo che ha dato per scontato fino ad oggi. Questo spero che possiamo dircelo senza approfondire la questione della crisi economica, del crollo - più che annunciato - del welfare come l'abbiamo conosciuto eccetera.
In più, ci sono segnali sempre più forti di insoddisfazione rispetto a come l'individuo si relaziona con la società. Su questo sono molto meno confidente, ma mi sembra proprio così, ho raccontato molte storie in questi mesi che parlavano esattamente di questo. Ve ne posso aggiungere una al giorno. A fianco di persone che vogliono un lavoro a tutti i costi ce ne sono sempre di più che si chiedono quale e, soprattutto, perchè. L'entusiasmo che percepisco per le forme autonome, indipendenti, di guadagnarsi il pane, anche se sono più manuali, più faticose, meno qualificate dal punto di vista della formazione scolastica mi sembra evidente e quasi di massa.
Mio marito mi ha detto "c'e' un articolo sul downshifting sul Corriere, sei arrivata in ritardo.". Invece no, a me interessano le cose di massa, mica i fenomeni emergenti.
L'organizzazione, l'azienda, stringe, lega, fa male. Dà il senso che si stia sprecando la vita a occuparsi di come ci si inserisce in un contesto sociale e organizzato più che a fare cose e risolvere problemi.
Questo la generazione precedente non lo capisce.

Faccio un esempio.
La mia amica ha superato il limite con la sua capa. E' una di quelle persone che immagini non si arrabbieranno mai con gli altri, al massimo con se stesse, invece ha un fondo battagliero e forte e intenso.
Una volta passato il confine ideale della sua rabbia, ha cominciato a farle la guerra sistematicamente, ogni giorno. Su cosa? Su cio' che la sua capa, che ha i capelli bianchi e cinquant'anni, non può nemmeno capire. Sull'assenza di condivisione.
Per un burocrate aziendale della precedente generazione la gestione dell'informazione è potere e il lavoro non serve a ottenere dei risultati, a realizzare delle cose - far crescere una pianta, fare una torta, tirar su una casa - ma a confermare un ruolo all'interno della microsocietà che è il suo mondo. Se il burocrate è sano lo scopo è guadagnare più soldi, ma spesso, molto spesso, non è nemmeno così. Di frequente l'obiettivo del suo comportamento è solo avere un posto un gradino più in alto rispetto al proprio collega, chissa' poi per farci cosa. Condividere, in quest'ottica, è improduttivo, perchè riduce e annacqua una visibilità che deve essere esclusiva. Non importa se è inefficiente per la realizzazione di un'iniziativa, è funzionale all'affermazione del sè. Basta una e-mail non inoltrata, l'omissione di un cc ed e' fatta. Come fra bambini, a fronte di un'azienda, un micromondo che va palesemente a rotoli.
Beh, per la mia amica l'affermazione del sè non ha nulla a che fare con i saluti che riceve nei corridoi dell'azienda. Non e' essere temuta e odiata. Non e' essere invitata per forza e con la bocca storta a una riunione.
Per lei, che è giovane e non sa nemmeno esattamente se ha senso pensare a un cosa fare da grande, tutto ciò che ha senso è riuscire a fare qualcosa di reale, di vero, di appagante ora, per sè e per gli altri. Viene al lavoro per lavorare ed è sorpresa e amareggiata nel vedere che questo non è quello che le viene richiesto.
Lei condivide perchè le serve, perchè pensa sinceramente che diverse teste pensino meglio di una, perchè odia il conflitto inutile che si crea non sull'oggetto ma sul soggetto del compito da fare. Vuole essere serena e con lei gli altri, facendo qualcosa per il mondo, o almeno per il suo. E' convinta, come lo sono io d'altra parte, che nelle pieghe di un'azienda possa scapparci il senso, se quei soldi fatti convincendo qualcuno che mangiare una brioche nel sacchetto di plastica e' meglio che farsi un plumcake vanno, anche se in minima parte, a qualcuno che non ha scelta, perche' non puo' comprare ne' la brioche ne' la farina. Per questo chiama le forze a raccolta.
La capisco perchè è la stessa sensazione che ho io quando apro un giornale di giardini e ho l'impressione che chi ci scrive ignori le piante, la loro salute e la loro provenienza, che quasi consideri fastidioso che siano vive e si preoccupi di tutt'altro.
Lavorare senza condividerne il senso per lei è come per me essere giardinieri senza essere animisti, non so se riesco a spiegarmi.
Comunque.
E' palese che l'insoddisfazione della mia amica non è riservata a una burocrate con i capelli bianchi, si indirizza al suo ruolo all'interno della società - azienda.

Io in questo ci vedo un tratto conduttore del tempo che cambia, della crisi del "modello" (e finalmente sono arrivare a questa parola. Sedetevi perche' e' ancora lunga).
C'è stata un'epoca, o almeno così mi raccontano, in cui i migliori, i più intelligenti, oppure i più volonterosi, si indirizzavano verso la politica, con l'idea che quella contasse davvero, che quello fosse il luogo dove le cose avvenivano e dove si poteva condividere il cambiamento. Poi la spinta in quell'universo si è spenta, a favore di altri interessi.
C'è stata un'epoca, e questa l'ho vissuta, in cui i migliori, i più intelligenti, oppure i più volonterosi, guardavano alle aziende, profit e non profit, con l'idea che là ci fosse innovazione e spazio per fare delle cose. Perchè ci si poteva trovare altra gente in gamba e un contesto costruito apposta per far venire fuori progetti e fatti.
Io, che non sono una dei migliori, non sono fra i più intelligenti, ma sono sicuramente volonterosa, sono andata verso l'impresa perchè mi sembrava che quella fosse l'organizzazione che mi consentiva di contribuire a uno "sviluppo sostenibile", anche a dispetto degli scopi dichiarati dall'organizzazione.
Perche' c'erano i soldi, le risorse, non solo economiche, perchè a forza di briciole e di sottoprodotti si costruisse un futuro migliore per i consumatori e non solo per i clienti.
Oggi ho perso questa convinzione e l'hanno persa quelli che stanno intorno a me (anche se non tutti. Ad esempio mio marito no, per fortuna. Amo stare con l'ultimo dei moicani, da questo punto di vista, perchè in fondo vorrei sbagliarmi).
Il senso di sè legato a un'appartenenza politica, il senso di sè legato a un'appartenenza professionale, tutto questo oggi mi sembra più sfumato e meno definito, come se le persone volessero altro, o volessero tutto.

Siamo ritornati al pane e alle rose? Forse sì. 
Solo che non pretendiamo di attaccarci sopra una bandiera.

Ed eccomi finalmente, dopo questa eterna premessa, al titolo di questo post.
Litigo ormai da mesi con mio marito sul mio, sul nostro futuro.
L'ultima volta è stata alla cena di San Valentino in una latteria vegetariana sabato scorso (che ovviamente non era il 14 febbraio, ma di martedi' sto a bassottiland).
Sono entrata in questo posto e l'ho trovato bellissimo. Mi piaceva la signora che portava in tavola i piatti e ti chiedeva come li avevi trovati, perchè sperimenta. Mi piaceva il posto con pochi tavoli e molte idee, i muri azzurro intenso.
Ho detto incautamente: "Come mi piacerebbe mettere su un posto così".

Un posto dove la gente trova partecipazione senza trovare un partito.
Un posto dove la gente mangia la torta e impara a farla.
Un posto dove la mia vicina che prima di compiere ottant'anni faceva la sarta insegna a far da sè cose che una volta sapevano fare tutti (far l'orlo, mettere una toppa, attaccare i bottoni).
Un posto all'insegna della riduzione dello spreco, dove chi vuole può vedere applicato il principio che fa da filo conduttore al mio nuovo modo di vedere la vita, cioè che per essere felice puoi scegliere se guadagnare sempre di più o far costare la tua giornata di meno pur avendo le stesse cose, o di più.
Un posto dove fai le talee invece di andare al garden center.
Un posto dove pianti i semi e vedi crescere le petunie. Apro una parentesi, appena nate sembrano piccoli funghi, è una cosa molto strana.
Un posto dove bevi un te' in mezzo ai fiori e parli.

Il moicano ha cominciato a farmi domande a raffica su come pensavo di mantenere questo posto, su dove l'avrei fatto, su come avrei pagato l'affitto, su chi avrebbe pagato per quel te' e per le mie poche talee, le mie poche petunie, le mie torte che una volta vengono bene una volta no.

Ho risposto per un po', poi mi sono messa a piangere, perchè ho gli ormoni fragili in questo periodo.
Non riuscivo a dirgli che quelle domande non mi interessavano, che mi facevano star male non perchè non volessi fare un bagno di realtà, ma solo perchè non erano rilevanti, sporcavano le mie frasi, le mie idee, senza portar loro valore. Lui vuole che io faccia un modello, vuole che metta insieme una serie di bisogni che vedo e che so che ci sono, che li appiccichi a un business plan e che ci cavi fuori un esempio di qualcosa che gli altri possono desiderare di fare o di volere.
Vuole che crei un terzo polo, che espressione orrenda, fra "scappo dalla città, la vita, l'amore, le vacche" (con tutto il rispetto e l'amore che porto a chi fa questa scelta) e il managerialismo moicano secondo il quale solo mettendosi tutti insieme in un'organizzazione paramilitare si può fare qualcosa di significativo (con il rispetto e l'amore che porto anche a questi eroi del nostro tempo decadente).
Io sto cercando proprio il contrario. Voglio un non - modello. Voglio vivere facendomi venire idee senza sapere se e come diventeranno mai reali. Voglio cominciare dal mio giardino e dalle relazioni nel mio condominio, per vedere se a quelle si attacca qualcosa. Voglio vedere che pensieri nuovi mi porterà l'essere ancora privo di genere che ho in pancia e che so un giorno mi darà un contributo più utile rispetto ai calci nei reni che mi rifila oggi. Voglio pensare che avrò un posto dove fare torte e vendere fiori perchè le talee si moltiplicheranno a dismisura e così i pomodori e la frutta e non mi interessa oggi che sia un'idea sostenibile, perchè sulla sostenibilità delle cose ho già lavorato troppo a lungo e nella mia testa lo è già.

Forse di non-modelli non ho bisogno soltanto io, ma anche la mia amica che odia la capa e tutti gli altri. Abbiamo bisogno di un momento di pausa creativa, da cui emergeranno approcci più strutturati, mentre ora ci accontentiamo di metter in fila esperienze su una corda da bucato, all'aperto e all'aria buona.
Così è sempre stato fin dall'inizio del mondo. La creazione non esiste, ci sono sempre vecchio e nuovo che vivono insieme in un amalgama di non paradigmi che un giorno un creativo si diverte a nominare, ma dentro cui crescono le cose. Può darsi che non si capisca subito se spuntano funghi o petunie, ma che importa, adesso?

Io in questo momento ho molte lenzuola da stendere, fra cui ci sono questi messaggi. L'essere ancora senza genere ha sicuramente un cestino di mollette con sè, con nuove associazioni, ancoraggi e cose importanti da mettere davanti al resto. Il moicano ci reggerà il filo anche se non capisce ancora, perchè si fida di noi e questo è importante.
Tutto quello che so è qui, ora, in questa attesa di primavera.

martedì 1 novembre 2011

Autunno in rosa

Il freddo le fa quasi viola
Oggi indulgo in orrende fotografie del mio giardino bellissimo nel sole annebbiato di foschia dell'autunno. Lo faccio per me stessa e non per voi, per ricordarlo nella città bassotto e per sospirarlo quando le rose, queste compagne incredibili della mia vita, che quest'anno hanno saputo sorprendermi da aprile a novembre, saranno solo bastoncini spinosi.
Rosa, poi verdi, poi rosa: il destino di un'ortensia

L'ultimo dei moicani

Le olive prima della raccolta
Ah, giusto per spirito di servizio: la ricetta che sto seguendo per le olive in salamoia e' questa qui.
Speriamo che funzioni, ma sembra imparata dalla nonna, quindi mi fido. E, tra parentesi, sono quasi sicura che se dovrò buttare via il raccolto sarà colpa della mia incompetenza e non dei preziosi consigli del web.
Al momento le guardo, le bado e spero, perché è un bel pensiero invernale, quello di fare a marzo la prima insalata di riso con le mie olive.
Nere o verdi, speriamo che vengano
Qualcuno sa perchè tutti i colori dei fiori sono così vivi, in questo momento dell'anno? Qualcuno ha una risposta sui misteriosi meccanismi di impollinazione che trasformano una rosa il resto dell'anno orgogliosamente candida in un fiore a pois rosa acceso?
Sembra che il giardino si sia fatto di allucinogeni.
Oppure, questo è il pensiero triste e antropocentrico, che voglia attirare l'attenzione di una giardiniera distratta, che dal lunedì al venerdì sparisce senza ragione lasciando alle erbacce troppo tempo per diventare più alte delle occupanti ufficiali dei vasi. Un po' come la gatta piccola, che fa la cacca sotto al letto quando ha paura che mi dimentichi di lei.
Forse invece ha ragione mio marito, che guarda lo spettacolo selvaggio e trova che le piante, così come gli animali, trovino una certa soddisfazione dalla maggiore libertà che lui lascia loro.
Non so quale sia la prospettiva, che varia con il mio umore, ma in entrambi i casi è così bello tornare e trovarli tutti lì, nella loro vita autonoma che è la mia.

Bianche e violente

Bianche a pois

sabato 22 ottobre 2011

News dalla citta' bassotto

Rose in casa

Piante da bagno

La citta' bassotto lascia poco tempo per scrivere.
Si torna al residence nemmeno troppo tardi, prima di quando si torna a casa nella citta' - cane - normale. Si e' stanchi e soli e si ha voglia solo di telefonare un po' e di spegnersi davanti a un televisore, su un letto che e' quasi tutta la stanza.
Non si ha nemmeno voglia di aprire pepetrolio. Per scrivere cosa, poi?
Nella stanza ci sono le piante di plastica.
Ho trovato un appartamentino.
La signora che lo affitta e' una prof. del liceo, di quelle con cui nella vita sono sempre andata d'accordo.
E' una casa vecchiotta e trascurata, ma c'e' spazio e luce. Soprattutto c'e' un terrazzino, un quadrato tutto grigio e triste con gli spuntoni contro i piccioni in cima ai muri. Ma e' un giardinetto in potenza, un piccolo angolo dove trovare pace di sera. Un posto dove la gatta piccola puo' venire, se si abituera'.
Il prossimo week end, che e' lungo, mi ci spostero' dentro. Provero' a starci meglio di come sia stata in queste cinque settimane.
Provero' a ricominciare a scrivere e pensare, vedro' se qualcosa cresce anche nella citta' bassotto, oppure se il razzismo delle persone e la loro incredibile superbia ammaccata blocca anche i fiori e i pomodori.
Questo vuol dire la citta' bassotto.
Una mia amica mi ha raccontato che i bassotti non sanno di avere le zampe corte, loro credono di essere cani grandi. Sono orgogliosi e arroganti, si credono delle stesse dimensioni di un labrador, di un pastore tedesco, e come tali si comportano. Con dignita' da vincenti naturali. Spesso riescono anche a convincere gli altri di essere cosi'. Meraviglie della profezia che si autoadempie.
Solo che questo rende i bassotti simpatici, gli abitanti della citta' bassotto no.
Si sentono cittadini di una metropoli, hanno addosso il razzismo di provinciali spaventati.
Valutano con sufficienza chiunque non apprezzi il culatello e il loro polveroso teatro, chi non si incanti dell'opulenza fittizia e decadente del loro benessere.
Fanno paura perche' si sentono la parte migliore d'Italia, ma hanno i sogni corti come zampe. Zampe da bassotto, appunto.
Grazie MC per gli orti che mi racconti. Provero' a farne uno anche in mezzo alla nebbia color vuitton in cui vivo cinque giorni la settimana.
Per il momento torno a casa al venerdi', raccolgo le rose e riempio di fiori bianchi e puliti la casa. Metto a svernare in bagno le piante delicate per il freddo che arriva. Accarezzo molto i gatti e il marito e vado avanti con il motto dell'amica di Nemo: zitta, nuota e sorridi, qualcosa di buono verra' anche da questa avventura.
Questa e' un'altra storia, ve la racconto appena ho un tavolo e una pianta.

martedì 12 luglio 2011

Come regolare un impianto di irrigazione e partire felici per la Cina

Ebbene sì.
Stamattina l'impianto di irrigazione appariva finalmente ben regolato, i pomodori senza foglie gialle e seccumi, la seconda fioritura beata ad aprire fiorellini bianchi e gialli nel sole.
Niente torrentelli a correre per il giardino, né terra crepata per il troppo asciutto.
Rose relativamente secche, ma dopo i marciumi radicali non ci casco più.
Il giardino è pronto per la Cina, spero che i suoceri vengano di tanto in tanto a controllare che non ci siano drammi o emergenze (incubo di batterie che si scaricano e di tubicini che saltano). E anche a raccogliere i pomodori, che è peccato lasciarli lì agli uccellini.
Un po' di tristezza per questo abbandono di tre settimane, ma s'ha da scoprire il mondo. Altrimenti da dove prenderò l'ispirazione per il mio giardino?

giovedì 7 luglio 2011

Metti una settimana...

Metti una settimana in cui hai da prendere una decisione importante e sopportarne le conseguenze burocratiche.
Metti uno spettacolo teatrale una sera e il tuo anniversario di matrimonio (oggi!).
Metti che vai in giardino un po' piu' distratta e affidi all'impianto d'irrigazione automatico la cura delle piante...
Ti svegli una mattina e una delle tue rose preferita e' fatta solo di bastoncini senza piu' una foglia nuova, perche' un esercito di bruchi sta facendo un party.
Che settimana difficile, speriamo di farcela. Con tanti racconti e senza perdere il dono del tempo, che continua a restare il più prezioso per il mio giardino e per me.

domenica 3 luglio 2011

Mea culpa

Confesso.
Stremata dall'oidio, dalla ticchiolatura, da un sospetto marciume radicale nella rosa di fosso ho ceduto alle lusinghe della chimica.
Venerdi' sera, con il capo cosparso di cenere, sono andata alla Coldiretti.
Prima mi sono aggirata fra i biscotti biologici al farro, ho raccattato sei scatolette di pappa molle per la gatta piccola, ho indugiato a lungo fra i mieli con cui dolcificare il te' alla menta. 
Poi, dopo una lunga deviazione fra i tubi per l'irrigazione, mi sono avvicinata al bugigattolo dell'omino dei veleni.
Ho tirato fuori il cellulare con le foto dei miei drammi da pioggia, ho raccattato scatole e boccette con le relative prescrizioni e sono andata alla cassa, sentendomi un'assassina di povere bestiole e spaventata per i gatti, che bevono l'acqua dei sottovasi.
Oggi ho miscelato i preparati e ho innaffiato di robaccia le mie piante perplesse, facendo ben attenzione a non bagnare l'orto, perche' non voglio privarmi della serenita' di raccogliere quello che e' maturato per fare il contorno la sera.
Fa molta puzza, quella roba antifungo, pero' spero salvi le mie fioriture ammaccate da temporali e soli improvvisi.
Ho ceduto e mi dispiace di non avercela fatta nemmeno quest'anno, a far funzionare tutto di puro ecosistema, ma ogni anno le dosi sono sempre piu' piccole,  le erogazioni sempre piu' rade, ogni volta e' piu' per emergenza. 
Un giorno il mio giardino fara' tutto da solo. 
Stasera voglio pensare che abbia tanti anni davanti in cui trovare un equilibrio.
Come me.

sabato 25 giugno 2011

Notte in citta'

Case che non dormono, clima di citta'. 
Grida sgraziate dal terzo piano, dove poverta' e ignoranza combattono per calpestare dignita'. 
Malattie nascoste al piano di sopra, sconfitte con una risata di giorno, paura che gela le ossa solo al buio, in un gemito sul soffitto.
Signore che scendono dal quarto piano per indagare il destino di un photus, con le ciabatte e la vestaglia a fiori, le chiavi che tintinnano in una mano, ottantatre anni e ancora cucire a macchina, per pagare la parrucchiera e sentirsi vivi.
Fighetti da loft che sputano sentenze e poi si vergognano quando passano nel cortile comune, cosi' inadatti alla socialita' semplice di un condominio da fare compassione.
Luci da tante finestre stanche, in alcune si fara' rumorosamente l'amore, perche' e' sabato. Sempre che il bambino si addormenti, che e' gia' mezzanotte ed e' ancora sveglio come un grillo.
Lotte feroci di gatti che si contendono un territorio infinito, perdita d'occhio di tetti e fabbriche che ancora traspirano, dopo vent'anni di inattivita', il sudore degli uomini. 
Palazzoni che crescono veloci, per appartamenti gia' tutti comprati. Case basse che si rattrappiscono nell'ombra, che hanno paura si morire.
Zanzare che si trattengono a fianco delle orecchie, annusano l'autan e se ne vanno. Lasciano una scia di rumore che e' tutta vita, mentre i lombrichi scavano grotte nei vasi che sembra quasi di sentirli. Un giorno, forse, ritorneranno le lucciole. 
Musica da un ristorante ecuadoregno o da una casa ecuadoregna, perche' ci sono poche regole chiare e una di queste e' che si lavora come schiavi tutta la settimana, ma al sabato sera si canta e si balla.
Modem e connessioni vecchio stile per un adolescente frustrato che cerca il porno sul web usando il computer della sua grassa madre, che cerca di dormire e gli dice spegni. Nemmeno le seghe davanti allo schermo ci si puo' fare, in una casa cosi' piccola. Per forza poi mi scrivono che sono una checca sulla saracinesca di fronte a casa. 
Con un padre che nemmeno lo accompagna a pulire quella scritta.
Cagnolini di migranti, emblema del pregiudizio. Ho pensato che il ragazzo dal sorriso candido che abita di fronte fosse un badante, che il barboncino fosse di un'anziana signora.
Non e' cosi', e' solo il suo cane. Mi ha fatto strano, come se un ragazzo del bangladesh non potesse avere un cane da compagnia. Come se quello fosse un accessorio che non si possono permettere quelli che devono costruirsi qui una vita, come se avessero diritto solo a conquistarsi l'essenziale. Che pensiero stupido, che una persona non possa volere un cane solo perche' non parla italiano. 
Rose che si aprono perfette, pomodori che maturano, lampade che illuminano pavimenti che si raffreddano. 
Una sirena che passa lontana. L'altra notte un ragazzo di vent'anni ha ammazzato due ragazzi di vent'anni, in questa citta'. Poi si e' fatto accompagnare dai suoi genitori alla caserma dei carabinieri. Ha detto che non sa perche' l'ha fatto ne' come l'ha fatto. Forse e' stato un brutto sogno, ci sveglieremo fra poco, deve avergli detto sua madre.
Luci soffuse e nessuna paura, niente di male puo' accadere in questo terrazzo che e' un nido fra le case, che tutti possono godere. 
Una civetta ripete il suo suono monotono e familiare, un rumore di campagna fra i molti che si sentono, se solo si sta a sentire lo strato sotto i televisori. 
Se tutti gli uomini sparissero, questa citta' sarebbe altrettanto viva. 
Se tutti gli uomini sapessero di essere uguali ai fiori, ai gatti, agli uccelli, questa citta' sarebbe in pace.

venerdì 24 giugno 2011

In onore delle mie rose

Lo sapete che non so fare le foto. Le faccio con il telefonino, mi vengono tutte sfocate perche' vado troppo vicina, non sono brava a trovare il giusto angolo o punto di vista e i colori non mi sembrano mai quelli veri delle cose.
Pero' oggi era una giornata fotografica, per la luce che colpiva il giardino verso il tramonto, fatta di sole ancora caldo e di ombre nette. 
E quello che c'era nel giardino doveva rimanere a consolare l'inverno. 
Le rose, tutte, o sbocciatissime o ancora chiuse, come se si dessero il cambio per non lasciarmi mai senza fiori. 
Le ho contate, oggi, oltre a fotografarle. Sono otto. Sono tutte cosi' diverse fra loro che se arrivasse un extraterrestre non direbbe mai che sono la stessa pianta. Quella arancio chiaro, che ho ereditato con il giardino, sembra un albero contorto, tutta legno e foglie bianche di oidio che non se ne va, ma e' stata la prima a fiorire quest'anno, e ora mi ha regalato ben due nuove rose, che mi piacciono per riconoscenza verso la pianta, anche se sono un po' strane e contorte. 
La Serenissima di Barni, quella lilla, nella seconda fioritura assomiglia alla rosa a cinque petali rossa e gialla che viene dalla casa sul cavalcavia, che, sopresa, dopo sei anni di conoscenza ha deciso di rivelarmi di essere profumata. Io giuro che le rose le annuso quasi prima di guardarle, ma lei non aveva mai saputo di niente. Invece stasera sapeva di fresco e di buono, come una ragazza bella appena uscita dalla doccia, come una pubblicita' ambientata a Parigi di una colonia costosa. 
Le rose dell'orto sono al quinto giro consecutivo, cariche di giganteschi fiori a macchie bianche e rosa che sembra che cadano in avanti per il peso come una signora con le tette rifatte. Opulente, quasi troppo ingioiellate, ma cosi' vitali e allegre e prorompenti che commuovono e si fanno perdonare anche il fogliame che si sciupa con un soffio di vento. 
La rosa del fosso, invece, fa un solo fiore per volta e lo medita a lungo, non si apre mai, ma poi sembra una peonia gigante all'odore di limone e si fa perdonare la lentezza esasperante. 
Al contrario si comporta la rosa nana, che nel suo piccolo e' tutto un movimento, uno spuntare di nuove foglie, un maturare di minuscole spine e boccioli dai mille petali, danneggiati solo da un rosa troppo rosa che tradisce il fatto di essede stata comprata in saldo all'Esselunga.
Infine, le altre, quelle che attendono il loro turno per dire la loro in questo concerto che non ha bisogno di direttore se ne stanno li' come una promessa, alla faccia delle gardenie che non fioriscono e sono ormai passate nel registro delle piante antipatiche e altezzose, imparagonabili alle mie vecchie amiche, che basta un po' di sole e non ti deludono mai.




domenica 12 giugno 2011

La donna preistorica



Stasera degli amici avevano dei biglietti gratis per Caveman. Per chi non vivesse in citta', si tratta di uno spettacolo che fanno da un po' in un teatro storico del cabaret, uno di quei posti che ti richiamano gli anni ruggenti, quando la retorica urbana dice che dalla nebbia che avvolgeva il duomo uscisse divertimento, innovazione, genialita'.
Avete letto l'ultimo libro di Faletti? Io si', perche' sono onnivora dal punto di vista letterario e quello e' passato da casa. Il clima e' quello. Una citta' dalle notti meno rigide, una citta' con qualcosa da dire, sempre grigia, ma con ironia.
Il monologo, che penso sia un format americano, ma in cui, da bravo soliloquio, conta tanto l'attore, fa ridere parecchio. La metafora e' vecchiotta: le differenze fra uomo e donna risalgono alla preistoria, all'uomo cacciatore e alla donna raccoglitrice di semi.
La sapete quella dell'agricoltura e dell'idea di divino che hanno una sola origine, il culto dei morti? Io l'ho letta in un bellissimo libro di Celli, che parla di piante.
L'autore racconta di generazioni di donne che andavano a portare offerte sulle tombe degli antenati. Piano piano hanno cominciato a vedere che dalla disgregazione sottoterra di questi saggi anziani, o di questi eroi morti giovani, combinata con le testimonianze del loro affetto sotto forma di fiori e frutti nascevano piante nuove, piu' belle - e concimate - di tutte le altre. Da qui due pensieri consequenziali e limitrofi: da frutti e fiori nascono nuovi fiori e frutti, la base dell'agricoltura, e c'e' un aldila', da cui le persone che abbiamo amato e che sono morte ricambiano i nostri doni. Era nata pure la religione.
Non so se sia una teoria affidabile, ma io la trovo bellissima.
Comunque Caveman parla di questo, di donne che osservano e raccolgono informazioni a largo raggio, che prima o poi connettono per formare pensieri nuovi. Dall'altro lato stanno uomini cacciatori, che affinano una tecnica, ma restano focalizzati su un oggetto solo, quindi hanno un cervello che funziona in modo diverso.
Da questo assunto nascono infinite gag sulla quotidianita' e l'interazione fra i due generi, ma questa mi sembra la cosa meno interessante. Andate a vedere lo spettacolo e ridete riconoscendovi in un'infinita sequela di reciproche idiosincrasie.
La cosa graziosa, secondo me, e' che la teoria funziona, che ho molto di quel prototipo femminile.
Lo vedo mentre esco e fuori ancora piove per controllare i danni della grandine, perche' questa primavera, ormai fattasi bizzarra estate, non ci facciamo mancare niente. E' la visione d'insieme di tante foglie a terra, ma e' anche il dettaglio del buco sulla foglia di gardenia, quello dei peperoncini appena nati e quasi annegati a cui tolgo in fretta il sottovaso per farli sgocciolare. Sono le chiome dei glicini ancora una volta tutte reclinate verso il suolo, a fianco della desolazione delle sdraiette di plastica che sembrano una spiaggia a novembre. Un bocciolo di rosa che non riesce ad aprirsi per i funghi, che non ce la faccio ormai piu' a controllare nemmeno con il rame, che do malvolentieri, ma che ultimamente mi era sembrato una scelta obbligata.
E' la consolazione del limoncino che e' ancora al suo posto, attaccato al suo esile rametto cordone ombelicale come se avesse le unghie.
In tutto questo c'e' la donna della preistoria che raccoglieva, e molto presto aveva cominciato a coltivare, i suoi frutti.
C'e' anche in un gesto moderno, che ha una base antica: telefonare subito a mia madre, per farle sapere che capisco l'ansia con cui scruta il cielo, che mi ricordo di quando arrivava una chiamata dalla campagna accolta come la notizia di un lutto e si partiva a tutta velocita', per andare a vedere i danni. Il giro a piedi per il campo dov'era venuta la "tempesta", cosi' si dice grandine dalle mie parti, e il ritorno con la testa bassa, che si scuote. E' tutto andato, anche quest'anno.
Secondo Caveman le donne cooperano, condividono, perche' sono sempre andate insieme in campagna. Mentre le mani lavorano e gli occhi osservavano l'insieme e i dettagli, si chiacchierava, come oggi.
Si trasmetteva sapere.
Oggi, mentre mangiavamo, discutevo con mio marito su quanti sono i giocattoli che si possono fare con i fiori. La mia conclusione era molti. La sua, nessuno. Ma come nessuno, chiedevo io? Io facevo le bamboline girando piano piano all'ingiu' i petali del papavero e veniva fuori una principessa, con anche la coroncina intorno al capo.
Oppure soffiavo i soffioni. Con il gambo dello stesso fiore, che ho sempre chiamato piscialetto, tutto attaccato, ma credo abbia nome tarassaco e si trovi nelle tisane depurative, si potevano fare i riccioli. Bastava cogliere uno stelo, inciderlo appena con le unghie, quello si arricciava tutto.
Poi si poteva suonare con i fili d'erba un po' larghi, che pero' ogni tanto tagliavano dita e labbra e bisognava stare attenti, oppure fare le catene con le margherite.
Mi sembrava strano che non conoscesse nessuno di questi divertimenti banali della mia infanzia.
Poi ho pensato che erano tutti insegnamenti femminili, che queste cose le avevo imparate tutte da mia madre in lunghi pomeriggi in cui mi ero stancata di giocare con i puffi in mezzo ai ciliegi, mentre si facevano i cestini da vendere al mercato. Oppure da mia nonna mentre si faceva su e giu' per i filari del pereto, nell'altro podere.
Mi piace la complicita' sottesa a questo rapporto. Anche con la capa, ormai, il giardino sembra uno dei pochi temi che fanno sotterrare l'ascia di guerra.
Ho sempre notato che animali e piante sono ottimi argomenti che creano un immediato filo fra le persone.
Oggi ho sentito la mia amica, che non mi sta molto vicino in questo periodo difficile perche' vive lontana e ha un'esistenza anche lei piuttosto complicata. E' la mia amica quella piu' amica di tutte, l'unica persona al mondo che quando si e' ammalata mi veniva da parlare al plurale, come se fossimo malate tutte e due.
L'inizio della telefonata e' stato un po' difficile, era strano raccontarle tanti avvenimenti che accadono da distanza, senza condividerli minuto per minuto, avere lunghe file di fatti da descrivere perche' altrimenti diventata impossibile seguire sequenze logiche. Avevo persino un po' di rancore buono, bisogno di dirle: "Ma dove sei? Mi e' indispensabile sapere cosa pensi, averti per aiutarmi a mettere ordine in questo casino che ho nella testa".
Poi mi ha parlato di una sua rosellina moribonda per un attacco di una malattia improvvisa, abbiamo cercato soluzioni per salvarla. Solo poche ore prima stava benissimo, nuovi bocci erano spuntati e aveva getti rossi e verdi, nati dopo una fioritura eccessiva, probabilmente procurata in serra. La mattina era secca e con le ragnatele degli insetti addosso, la sua coinquilina pensando di far bene aveva aggravato la situazione, con un travaso che la poverina non so come potesse aver preso, dato che gia' non stava bene. La mia amica mi ha detto: "l'avevo tanto curata, stava benissimo, pensavo saresti stata orgogliosa di me".
Mi si e' stretto il cuore, perche' ho capito che mi stava vicina da laggiu' a Roma, attraverso una rosa coltivata anche pensando a quando io l'avrei vista.
Come se fossimo state sempre di fianco, a piantare semi, parlando di cosa succede nelle nostre vite, nel mondo, e a inventare cosi' idee nuove.

martedì 7 giugno 2011

Monsoon thoughts

Solo alcune immagini stasera, dopo un'altra giornata di pioggia che ha ormai trasformato il giardino in uno stagno.
L'ultima volta che sono stata in Emilia dalla mia mamma ho visto in cantina un bellissimo catino gigante di zinco, che l'anno prossimo, se continua cosi', trasformero' in un laghetto per le piante acquatiche.
Stasera sono stata fuori pochi minuti, giusto il tempo di raccogliere zucchine gigantesche e fragole finalmente dolci e buone che erano incredibilmente maturate senza sole.
Ne ho approfittato per una veloce ispezione.
La rosa lilla di Barni si conferma appartenere a una razza superiore. Travasata nella stagione peggiore, in piena fioritura, perche' non si poteva lasciare nel vasetto minuscolo di plastica in cui era, non solo si e' abituata a tempo record, riuscendo a far sbocciare magnifiche rose livide e caparbie, ma ha fatto nuovi, lunghi getti di un rosso entusiasta, che ora culminano in minuscoli, strettissimi boccioli che proseguono il loro cammino verso la fioritura in mezzo al disastro metereologico.
A prescindere da questa campionessa della specie e per onesta' nei confronti delle altre abitanti del giardino, mi sento in dovere di sottolineare che tutte le rose, quest'anno, sono foriere di sorprese continue. Quella antica bianca e rosa e' per la terza volta in fioritura, colma di boccioli che dimostrano la sua gioia per la posizione a fianco dell'orto, in un pieno sole che assomiglia a una posizione geografica piu' che a una condizione reale, ma tanto le basta per dimostrarmi la sua gioia e la sua riconoscenza. La rosa candida e' partita in ritardo, ma e' ora una nuvola, anche se le teste sono tutte reclinate e gonfie d'acqua.
In compenso ho un vaso sul tavolo di cucina che mi aiuta a svegliarmi la mattina, anche se e' sempre piu' difficile alzarsi per andare in un ufficio dove ogni giorno lotto per tenere duro, per essere professionale, fino alla fine. Andandomene con la reputazione affettuosa che non voglio perdere mai, per diventare trasparente piano piano e non dare troppe grane a tutti quelli che resteranno dopo di me.
Anche alla mia collega che oggi mi ha detto: "Se tu dovessi andartene un giorno, non so come faremmo, non so come farei". Ha riso, come per un'ipotesi impossibile. Non le ho risposto. Ho pensato che fara'. Che respirera' ancora l'odore di quella moquette polverosa che mi manca gia' se ci penso, mangera' con altri la crostata del suo compleanno, quella che la capa guastera' parlando di lavoro nei cinque minuti dedicati a un pensiero diverso. Che bastera' poco e saro' sparita, solo un ricordo sfumato in un vecchio aneddoto che salta fuori ogni tanto in mensa.
Mi sono soffermata anche a guardare la rosa di fosso, quella che e' esplosa in un fiore unico e gigantesco, che ha fatto in tempo a essere struggente prima di essere rovinato dalla pioggia. Ho guardato sotto, per vedere se per caso qualche altro bocciolo avrebbe potuto sperare in una stagione piu' clemente, addirittura di schiarire il rosa carico al sole.
Ho visto una strana erbaccia. Era una violetta azzurra e gialla, la nipote imbastardita - o rinaturalizzata - di una viola del pensiero da serra, mescolata, cosi' penso, con altre viole di carreggiata di campagna. Mi sono commossa per questa piantina fuori stagione, che e' stata nascosta per mesi sotto la terra per sbucare alla fine di questa primavera sempre piu' strana e fiorire pallida e timida quando la rosa che la ospita ha deciso che questa ormai era diventata casa, quando le aha detto che poteva stare tranquilla.
Il fico in cortile, invece, quello estratto dal buco, e' in crisi nera. E' un dolore vedere appassire le foglie in un mare d'acqua, con radici che non riescono a pescare il liquido che potrebbe tenerle in vita. E' come guardare mia nonna quando stava per morire, i polmoni incapaci di raccattare l'aria, la maschera dell'ossigeno che si schiacciava ritmica sul viso scavato. Spero che ce la faccia, che sappia trovare un po' di forza e nutrimento. Come per mia nonna, posso solo stare a guardare, sistemare una foglia che si e' accavallata alle altre come aggiustavo una ciocca di capelli sulla fronte sudata, sperare che sappia resistere e radicare di nuovo e ricominciare, come mia nonna aveva fatto tante volte prima dell'ultima, la scorsa estate.
Subito sotto stanno le talee delle ortensie rubate, belle e coraggiose e impegnate. Non so se ce la faranno tutte, ma penso che alcune sicuramente si'.
La pioggia ha fatto crepare anche i duroni della mia mamma, che aveva quest'anno un raccolto straordinario in campagna.
Le devo fare un discorso serio, la prima volta che possiamo parlare con calma, non al telefono.
Spiegarle un po' meglio il cambiamento climatico, darle qualche articolo che ho in ufficio su come il clima, da noi, sara' necessariamente sempre piu' monsonico, come in questi giorni. Inverni senza il terrore delle gelate, primavere asciutte e soleggiate, improvvise settimane che bagnano le ossa come queste.
Devo suggerirle che forse e' meglio se comincia ad acclimatare qualche nuova coltura, piu' adatta al tempo che verra', accanto a quelle che coltiva e recupera, con la straordinaria capacita' di far crescere cose che hanno lei, le persone che le stanno di fianco e il terreno di casa.
Forse ve l'ho gia' raccontato, a volte mi ripeto sulle cose che mi colpiscono, ma nell'orto di Ciro germogliano i pali d sostegno. Fanno sorridere i pomodori attaccati a grossi rami recisi ed evidentemente non ben seccati, che si riempiono di getti verde chiaro come se la natura fosse troppo esuberante per fermarsi davanti a qualcosa di irrilevante come la morte.
Penso che forse una volta i duroni, le pesche e le albicocche devono essere sembrate esotiche in Emilia, almeno quanto lo paiono oggi papaie e manghi, in un territorio che all'uomo di allora sembrava normale fosse ancora glaciale e invece cominciava a intiepidire.
Forse e' un'eresia in un mondo, di cui mia mamma e' esponente, che lotta giustamente per recuperare gli antichi semi, ma puo' darsi che ci sia una via di mezzo, un modo per accompagnare il passato verso il futuro senza traumi, con dolcezza. Cercando di adattarsi per gradi al cambiamento, prefigurando un mondo diverso, mentre si cerca di mettere in salvo tutto quello che di buono c'e' nel tempo presente.
E' una bilancia difficile da tenere in equilibrio, un confronto pesante fra utopia e rassegnazione, su cui penso valga la pena tentare di fondare la vita.
Sto imparando che questa e' la condizione di tutti e che cercare di camminare sul crinale fra questi due stati, fra questi due sentimenti, ha una sua irriverente poesia. Quella che distingue il ripiegamento dalla resistenza, quella che cerco anch'io, nel mio piccolo, di perseguire nella mia estate dei monsoni.

martedì 17 maggio 2011

Inventario degli odori felici

Il Profumo di Suskind e' un bel libro. Un po' paraculo, se mi consentite il termine. Un'ottima idea, un'ambientazione che attira (chissa' perche' il medioevo affascina tanto le persone?), una scrittura facile di chi ha buona penna e sa di averla, un po' di sangue e sensualita' splatter che non guastano mai. Il narrare attraverso gli odori la vertigine di un'ossessione che si svela mano a mano al lettore ha un certo fascino.
L'unica cosa e' che io non trovo niente di inquietante negli odori. Mi sforzo, ma non riesco ad associare il profumo a qualcosa di negativo.
Eccovi quindi il mio inventario degli odori felici, partendo ovviamente dal giardino in questo splendido maggio di sole e caldino perfetti.
Gia' sotto la pergola si sentono il rincosperno, un po' dolciastro, e il gelsomino (che ho il sospetto sia un caprifoglio giallo, ma questo lo studiero' il prossimo week end). Sanno di cene a bere birra densa ridendo come matti per scenette da stanlio e olio, di colazioni pigre di domenica, con la mia amica in maglietta e mutande che mangia i biscotti dietetici che sembrano truciolato dell'ikea, di chiacchiere sulla vita fatte per il gusto delle parole che rotolano in bocca, con i fili del ragionamento resi piu' lisci dall'alcool. La gatta piccola cosi' piccola che passa per i buchi del cannicciato ha quell'odore, cosi' come le corse dietro uno scarafaggio della stessa gatta fattasi grande e coraggiosa. E' il profumo di una lanterna verde regalata per compensare una faticosissima serata a progettare una cucina, che brilla nella luce fioca che ondeggia di piante.
Uscendo dalla pergola si incontra il profumo di una rosa banale, una rosa rosa che non avrei mai piantato, ma che ho ereditato e che mi riempie di soddisfazione con i suoi mazzetti fitti, con i petali persi sul pavimento come dietro una sposa nei giorni di vento.
Da destra si insinuano gli odori densi degli odori da cucina. La menta li copre tutti, intensa come il mohito di un aperitivo di tanti anni fa, in un bar antico vicino al palazzo del mio primo lavoro. Sembrava un destino. Sono arrivata in questa citta' e il mio primo ufficio stava in un edificio storico, con un nome strano, "delle stelline". Mi hanno spiegato subito che era un posto di suore e che le stelline erano le bambine, le orfanelle esposte e raccolte attraverso una ruota che ancora si vede sulla parete. Anch'io ero sperduta, anch'io ero nuova a quel mondo e avevo bisogno di qualcuno - preferibilmente non una suora - che mi badasse e accogliesse. In quel bar vicino conoscevo i colleghi che surrogavano gli amici che non avevo ancora. Mi convincevo mi piacessero anche se non era vero, perche' volevo che la ruota girasse per poter essere dentro. La menta era la via di accesso a quel desiderio cosi' intenso che adesso mi fa sorridere.
Il timo, la melissa, il rosmarino, la salvia dalle foglie grandi non sanno di niente, bisogna toccarli per sentirsi sulle mani un odore che e' quasi un gusto.
I pomodori pizzicano il naso, come le foglie pizzicano le mani. Sanno di Corsica, di serate umide fuori dalla grande casa che chiamerei della liberta' se non fosse quanto di piu' lontano esista dal partito che usurpa questo nome, con l'accappatoio addosso a raccogliere frutti grossi e gonfi su cui passeggiano insetti buoni per grigliate senza carne, almeno per me.
Vicino all'orto stanno le rose che ho scelto, quelle che sanno del maggio della mia infanzia, quelle raccolte nei giardini un po' storte e spampanate, che non so nemmeno se sia italiano. Le rose delle passeggiate verso la Pieve, io atea inebriata dalle mani piene di fiori delle donne del mio paese, che camminavano in una festa della rinascita dopo l'inverno che inneggiava a Maria come a Persefone che ritorna dall'Ade sulla terra di sua madre (forse la storia piu' bella di tutte le storie mai raccontate). Bianche e rosa sui bordi, piante non sane ma combattive, capaci di foglie tempestate di muffe antiche e increspate dalla cattiva salute che fioriscono lente, ma hanno boccioli che sembrano non smettere mai di allargarsi in cento mille petali che frusciano nell'aria ferma, lanciando un profumo che e' un grido piu' che un canto, che e' la disperazione della vita breve vissuta con tutta l'intensita' che un destino su uno stelo possa concedere.
Poco piu' in la', la rosa violetta che sa di limone, discreta e misteriosa, l'ultima che ho comprato domenica scorsa e che lunedi' mi sono trovata in ufficio. Qualcuno ne aveva raccolto un bocciolo in un posto lontano da li' e aveva pensato di portarla in quello stanzone per godersela un po'. Ed era proprio lei, figlia di una pianta gemella alla mia, quella che avevo scelto fra mille in una grande fiera, perche' era diversa fra tutte. Il caso e' un artista.
A fianco ha il limone a rafforzarla nel suo odorare soave e leggero, che chiude in una danza, in un sospiro, in una ninnananna per le serate senza sonno l'inventario dei miei odori felici. O almeno di quelli del mio giardino.