Non avrei mai pensato che il giardino potesse costrure odio invece di pace, che potesse diventare arma di guerra tra me e mio marito.
Invece e' successo proprio questo.
C'e' un muro di berlino, peraltro ricoperto di rincosperno, che ci separa. Da un lato, i gatti ed io, simili come sempre, innamorati di quello spazio che, in modi diversi, ci siamo costruiti. Io piantando, seminando, creando un posto sicuro e vivo dove c'era il tetto di un magazzino. I gatti ritagliandosi angoli d'ombra, trovando nuove cucce per dormire, trasformando pergole in scale per accedere a tetti da cui difendere la propria casa, come guardie sulle guglie di un castello.
Dall'altro c'e' lui, di cui di tutto questo non importa niente.
Non lo soprende un peperone che credevo verde e che diventa giallo, una talea d'ortensia che mette le foglie, non si preoccupa per l'ingiallimento di troppe foglie di pomodoro cotte dal caldo o per i mille piccoli bruchi che mangiano le rose (e che sono tra l'altro bellissimi, trasparenti, con il faccino, cosa che mi rende schiacciarli molto piu' doloroso che con un afide).
Gli pesano i pochi lavori in cui devo coinvolgerlo per forza, perche' non sono capace o sono troppo faticosi. Mi spiace, non sono hulk, ottanta litri di terra da sola faccio fatica a girarli.
Non riconosce nemmeno la competenza, le mille cose di valore che ho imparato, leggendo e provando in questi mesi. Non gioisce di un successo, sbuffa nel sentirmi descrivere una delle mille magie che ho scoperto su un forum o in un libro.
A volte vorrei parlare con lui della differenza fra teorici della potatura e giardinieri che non poterebbero mai, perche' secondo me c'e' dentro una diatriba sociologica, il credere o meno che il mondo si possa manipolare per renderlo piu' forte, sano, o solo per gestirlo.
Mi prende per una pazza. Per lui e' follia il solo avere il dubbio se rifiutare una proposta di lavoro per non abbandonare tutto questo.
Alla fine, lo dico anche a voi dopo averlo ripetuto fino alla nausea alle persone che mi sono intorno, ho accettato di andare a Parma, martedi' scorso ho dato le dimissioni dalla mia azienda e dal 19 settembre saro' lontana dal mio giardino, dai miei gatti e da lui (l'ultimo posto nella lista oggi e' obbligato) dal lunedi' al venerdi'.
E' stata una scelta sofferta, perche' in realta', in questa fase della mia vita, non percepivo questa scelta come una vera alternativa. Mi sembrava comunque che cio' che avesse valore fosse altrove, in una dimensione molto lontana da quella del lavoro, molto piu' vicina a pepetrolio, ai pomodori, a un figlio non nato che adesso dovra' comunque aspettare ancora.
Ho deciso, abbiamo deciso, di darmi una possibilita' per entusiasmarmi di nuovo del mondo.
Puo' darsi che la' sia diverso, che in una citta' piu' piccola, in un'azienda sana e familiare, che unisce il meglio di una bella tradizione a un respiro mondiale che comunque e' stata la mia aria fino ad oggi, in un'azienda che si occupa di cibo e non di petrolio (ah, giusto, ma adesso devo chiamare il blog "pan di fragole" o "ortensie e tarallucci"? Mah, vi sapro' dire), io trovi un nuovo senso di partecipazione alle sorti globali attraverso l'istituzione - azienda, che cosi' poco valore ha avuto negli ultimi mesi, a parte il senso di soffocamento del rubarmi la vita.
Non lo so se sara' cosi', se trovero' nuovo slancio e forse non avro' piu' tempo di scrivere, rimettendomi a testa sotto, in apnea, a illudermi di vivere.
Altrimenti tornero' qui, al mio giardino, a ritrovare il respiro calmo che mi tramettono le fusa della gatta piccola, l'ondeggiare dei fiori di oleandro, il sole implacabile da cui sfuggire nel pomeriggio.
Non so se mio marito sapra' mai capire questo cambiamento di prospettiva, questa diversita' radicale che mi ha presa e che rifiuto di chiamare rassegnazione e rinuncia.
Mi sembra che mai come ora ci sia differenza nei generi, nel cervello di un maschio che mai potra' accettare il tempo ciclico delle stagioni, nel quale le persone cambiano perche' e' naturale che sia cosi' e non per lo scopo di una linea retta, in cui le sorti magnifiche e progressive altro non sono che il testimone che si passa fra generazioni, i risultati che si possono ottenere con la testa e le mani, il senso profondamente politico di fare quello che ci si sente e non sono quello che l'educazione, la scolarizzazione e le aspettative altrui ci hanno insegnato a fare.
Non so se mio marito riuscira' mai ad amare quella che io in questo momento sento come una grande liberta' interiore, che per lui e' solo obbedire a un cartello che indica per le ragazze della mia eta' la strada della maternita' e la vita della raccoglitrice di frutti.
Intanto guardo monolocali a Parma in cui cerco comunque un piccolo balcone. Per avere un pomodoro e un peperone forse senza senso.
Che per me oggi rappresentano qualcosa a cui non voglio rinunciare, un angolo di bellezza da chiudere nella valigia con cui comincero' questo pezzetto nuovo della mia esistenza.
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sabato 9 luglio 2011
martedì 17 maggio 2011
Inventario degli odori felici
Il Profumo di Suskind e' un bel libro. Un po' paraculo, se mi consentite il termine. Un'ottima idea, un'ambientazione che attira (chissa' perche' il medioevo affascina tanto le persone?), una scrittura facile di chi ha buona penna e sa di averla, un po' di sangue e sensualita' splatter che non guastano mai. Il narrare attraverso gli odori la vertigine di un'ossessione che si svela mano a mano al lettore ha un certo fascino.
L'unica cosa e' che io non trovo niente di inquietante negli odori. Mi sforzo, ma non riesco ad associare il profumo a qualcosa di negativo.
Eccovi quindi il mio inventario degli odori felici, partendo ovviamente dal giardino in questo splendido maggio di sole e caldino perfetti.
Gia' sotto la pergola si sentono il rincosperno, un po' dolciastro, e il gelsomino (che ho il sospetto sia un caprifoglio giallo, ma questo lo studiero' il prossimo week end). Sanno di cene a bere birra densa ridendo come matti per scenette da stanlio e olio, di colazioni pigre di domenica, con la mia amica in maglietta e mutande che mangia i biscotti dietetici che sembrano truciolato dell'ikea, di chiacchiere sulla vita fatte per il gusto delle parole che rotolano in bocca, con i fili del ragionamento resi piu' lisci dall'alcool. La gatta piccola cosi' piccola che passa per i buchi del cannicciato ha quell'odore, cosi' come le corse dietro uno scarafaggio della stessa gatta fattasi grande e coraggiosa. E' il profumo di una lanterna verde regalata per compensare una faticosissima serata a progettare una cucina, che brilla nella luce fioca che ondeggia di piante.
Uscendo dalla pergola si incontra il profumo di una rosa banale, una rosa rosa che non avrei mai piantato, ma che ho ereditato e che mi riempie di soddisfazione con i suoi mazzetti fitti, con i petali persi sul pavimento come dietro una sposa nei giorni di vento.
Da destra si insinuano gli odori densi degli odori da cucina. La menta li copre tutti, intensa come il mohito di un aperitivo di tanti anni fa, in un bar antico vicino al palazzo del mio primo lavoro. Sembrava un destino. Sono arrivata in questa citta' e il mio primo ufficio stava in un edificio storico, con un nome strano, "delle stelline". Mi hanno spiegato subito che era un posto di suore e che le stelline erano le bambine, le orfanelle esposte e raccolte attraverso una ruota che ancora si vede sulla parete. Anch'io ero sperduta, anch'io ero nuova a quel mondo e avevo bisogno di qualcuno - preferibilmente non una suora - che mi badasse e accogliesse. In quel bar vicino conoscevo i colleghi che surrogavano gli amici che non avevo ancora. Mi convincevo mi piacessero anche se non era vero, perche' volevo che la ruota girasse per poter essere dentro. La menta era la via di accesso a quel desiderio cosi' intenso che adesso mi fa sorridere.
Il timo, la melissa, il rosmarino, la salvia dalle foglie grandi non sanno di niente, bisogna toccarli per sentirsi sulle mani un odore che e' quasi un gusto.
I pomodori pizzicano il naso, come le foglie pizzicano le mani. Sanno di Corsica, di serate umide fuori dalla grande casa che chiamerei della liberta' se non fosse quanto di piu' lontano esista dal partito che usurpa questo nome, con l'accappatoio addosso a raccogliere frutti grossi e gonfi su cui passeggiano insetti buoni per grigliate senza carne, almeno per me.
Vicino all'orto stanno le rose che ho scelto, quelle che sanno del maggio della mia infanzia, quelle raccolte nei giardini un po' storte e spampanate, che non so nemmeno se sia italiano. Le rose delle passeggiate verso la Pieve, io atea inebriata dalle mani piene di fiori delle donne del mio paese, che camminavano in una festa della rinascita dopo l'inverno che inneggiava a Maria come a Persefone che ritorna dall'Ade sulla terra di sua madre (forse la storia piu' bella di tutte le storie mai raccontate). Bianche e rosa sui bordi, piante non sane ma combattive, capaci di foglie tempestate di muffe antiche e increspate dalla cattiva salute che fioriscono lente, ma hanno boccioli che sembrano non smettere mai di allargarsi in cento mille petali che frusciano nell'aria ferma, lanciando un profumo che e' un grido piu' che un canto, che e' la disperazione della vita breve vissuta con tutta l'intensita' che un destino su uno stelo possa concedere.
Poco piu' in la', la rosa violetta che sa di limone, discreta e misteriosa, l'ultima che ho comprato domenica scorsa e che lunedi' mi sono trovata in ufficio. Qualcuno ne aveva raccolto un bocciolo in un posto lontano da li' e aveva pensato di portarla in quello stanzone per godersela un po'. Ed era proprio lei, figlia di una pianta gemella alla mia, quella che avevo scelto fra mille in una grande fiera, perche' era diversa fra tutte. Il caso e' un artista.
A fianco ha il limone a rafforzarla nel suo odorare soave e leggero, che chiude in una danza, in un sospiro, in una ninnananna per le serate senza sonno l'inventario dei miei odori felici. O almeno di quelli del mio giardino.
L'unica cosa e' che io non trovo niente di inquietante negli odori. Mi sforzo, ma non riesco ad associare il profumo a qualcosa di negativo.
Eccovi quindi il mio inventario degli odori felici, partendo ovviamente dal giardino in questo splendido maggio di sole e caldino perfetti.
Gia' sotto la pergola si sentono il rincosperno, un po' dolciastro, e il gelsomino (che ho il sospetto sia un caprifoglio giallo, ma questo lo studiero' il prossimo week end). Sanno di cene a bere birra densa ridendo come matti per scenette da stanlio e olio, di colazioni pigre di domenica, con la mia amica in maglietta e mutande che mangia i biscotti dietetici che sembrano truciolato dell'ikea, di chiacchiere sulla vita fatte per il gusto delle parole che rotolano in bocca, con i fili del ragionamento resi piu' lisci dall'alcool. La gatta piccola cosi' piccola che passa per i buchi del cannicciato ha quell'odore, cosi' come le corse dietro uno scarafaggio della stessa gatta fattasi grande e coraggiosa. E' il profumo di una lanterna verde regalata per compensare una faticosissima serata a progettare una cucina, che brilla nella luce fioca che ondeggia di piante.
Uscendo dalla pergola si incontra il profumo di una rosa banale, una rosa rosa che non avrei mai piantato, ma che ho ereditato e che mi riempie di soddisfazione con i suoi mazzetti fitti, con i petali persi sul pavimento come dietro una sposa nei giorni di vento.
Da destra si insinuano gli odori densi degli odori da cucina. La menta li copre tutti, intensa come il mohito di un aperitivo di tanti anni fa, in un bar antico vicino al palazzo del mio primo lavoro. Sembrava un destino. Sono arrivata in questa citta' e il mio primo ufficio stava in un edificio storico, con un nome strano, "delle stelline". Mi hanno spiegato subito che era un posto di suore e che le stelline erano le bambine, le orfanelle esposte e raccolte attraverso una ruota che ancora si vede sulla parete. Anch'io ero sperduta, anch'io ero nuova a quel mondo e avevo bisogno di qualcuno - preferibilmente non una suora - che mi badasse e accogliesse. In quel bar vicino conoscevo i colleghi che surrogavano gli amici che non avevo ancora. Mi convincevo mi piacessero anche se non era vero, perche' volevo che la ruota girasse per poter essere dentro. La menta era la via di accesso a quel desiderio cosi' intenso che adesso mi fa sorridere.
Il timo, la melissa, il rosmarino, la salvia dalle foglie grandi non sanno di niente, bisogna toccarli per sentirsi sulle mani un odore che e' quasi un gusto.
I pomodori pizzicano il naso, come le foglie pizzicano le mani. Sanno di Corsica, di serate umide fuori dalla grande casa che chiamerei della liberta' se non fosse quanto di piu' lontano esista dal partito che usurpa questo nome, con l'accappatoio addosso a raccogliere frutti grossi e gonfi su cui passeggiano insetti buoni per grigliate senza carne, almeno per me.
Vicino all'orto stanno le rose che ho scelto, quelle che sanno del maggio della mia infanzia, quelle raccolte nei giardini un po' storte e spampanate, che non so nemmeno se sia italiano. Le rose delle passeggiate verso la Pieve, io atea inebriata dalle mani piene di fiori delle donne del mio paese, che camminavano in una festa della rinascita dopo l'inverno che inneggiava a Maria come a Persefone che ritorna dall'Ade sulla terra di sua madre (forse la storia piu' bella di tutte le storie mai raccontate). Bianche e rosa sui bordi, piante non sane ma combattive, capaci di foglie tempestate di muffe antiche e increspate dalla cattiva salute che fioriscono lente, ma hanno boccioli che sembrano non smettere mai di allargarsi in cento mille petali che frusciano nell'aria ferma, lanciando un profumo che e' un grido piu' che un canto, che e' la disperazione della vita breve vissuta con tutta l'intensita' che un destino su uno stelo possa concedere.
Poco piu' in la', la rosa violetta che sa di limone, discreta e misteriosa, l'ultima che ho comprato domenica scorsa e che lunedi' mi sono trovata in ufficio. Qualcuno ne aveva raccolto un bocciolo in un posto lontano da li' e aveva pensato di portarla in quello stanzone per godersela un po'. Ed era proprio lei, figlia di una pianta gemella alla mia, quella che avevo scelto fra mille in una grande fiera, perche' era diversa fra tutte. Il caso e' un artista.
A fianco ha il limone a rafforzarla nel suo odorare soave e leggero, che chiude in una danza, in un sospiro, in una ninnananna per le serate senza sonno l'inventario dei miei odori felici. O almeno di quelli del mio giardino.
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