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mercoledì 16 gennaio 2013

Il ritorno di Leda (quella grande)

Dal 15 luglio c'e' qui Leda piccola.
E' una produttrice di contenuto pazzesca. Quanto la gravidanza non passava mai, questi sei mesi e un giorno sono volati. L'esclusività sta per finire, fra pochi giorni riprenderò a lavorare e Mademoiselle Criceto (soprannome meritato per le guance che sembrano contenere noccioline, invece sono solo tonde) ha cominciato lunedì scorso ad andare al nido.
Oggi ero triste.
Perché e' rimasta un'ora e mezzo a giocare tranquilla e curiosa prima di accorgersi che me n'ero andata.
Perché aspettavo mia mamma in visita che non e' potuta venire.
Perché la mia amica B non c'era e nemmeno il gruppo di mamme e bambini del Consultorio.
Perché non so come faro' a interessarmi di nuovo ai giochi degli adulti che, come sapete, già mi avevano stufata prima che arrivasse il criceto, figuratevi ora.
Pero' ero fuori con Leda Piccola (Ellepi, d'ora in poi) che dormiva nel passeggino e c'era una bella aria tersa, perché non lontano e' venuta la neve.
Mi sono fermata in un negozio qualunque e ho comperato tre violette e tre primule. Povere piantine di serra che non so nemmeno se resisteranno, neppure molto belle, a dire la verità.
Ma sono piantine. Le ho portate a casa, tolte dai vasetti ridicolmente piccoli. Ho messo le mani finalmente senza guanti nella terra di vecchie cassette e le ho rinvasate per bene, canticchiando e spiegando a Ellepi che questo e' quello che fa star bene la mamma.
Le ho messe fuori dalla finestra, dove posso vederle al mattino, con sotto l'elleboro dello scorso anno che ancora non vuol fiorire.
Ho vuotato un vasetto che conteneva una petunia morta. Ho tagliato dei rametti sparsi. Ho riavuto la sensazione che un lavoretto tirasse l'altro, quel senso di urgenza e cura che conosco bene e che da molto tempo non riuscivo più ad applicare a nulla che non fosse la mia bimba.
Ho perso tempo dietro al verde dimenticandomi dello scorrere dei minuti, che sarebbero stati ore se le portefinestre aperte sul giardino non avessero messo a rischio la salute del criceto.
Mi sono sentita io per la prima volta dopo molto tempo.
Bentornata a me e a qualche timido fiore nel mio giardino.




giovedì 23 febbraio 2012

Alla ricerca di un non-modello

Questo è un post difficile e politico.
Quindi lo comincio anche se non so se e quando lo finirò.
Il tema è la parola "modello".

Allora, sembra chiaro ai più che il mondo nord-occidentale (forse si può restringere ancora il campo, di sicuro si può parlare di Europa) ha cominciato a percepire con forza crescente i punti deboli del paradigma di sviluppo che ha dato per scontato fino ad oggi. Questo spero che possiamo dircelo senza approfondire la questione della crisi economica, del crollo - più che annunciato - del welfare come l'abbiamo conosciuto eccetera.
In più, ci sono segnali sempre più forti di insoddisfazione rispetto a come l'individuo si relaziona con la società. Su questo sono molto meno confidente, ma mi sembra proprio così, ho raccontato molte storie in questi mesi che parlavano esattamente di questo. Ve ne posso aggiungere una al giorno. A fianco di persone che vogliono un lavoro a tutti i costi ce ne sono sempre di più che si chiedono quale e, soprattutto, perchè. L'entusiasmo che percepisco per le forme autonome, indipendenti, di guadagnarsi il pane, anche se sono più manuali, più faticose, meno qualificate dal punto di vista della formazione scolastica mi sembra evidente e quasi di massa.
Mio marito mi ha detto "c'e' un articolo sul downshifting sul Corriere, sei arrivata in ritardo.". Invece no, a me interessano le cose di massa, mica i fenomeni emergenti.
L'organizzazione, l'azienda, stringe, lega, fa male. Dà il senso che si stia sprecando la vita a occuparsi di come ci si inserisce in un contesto sociale e organizzato più che a fare cose e risolvere problemi.
Questo la generazione precedente non lo capisce.

Faccio un esempio.
La mia amica ha superato il limite con la sua capa. E' una di quelle persone che immagini non si arrabbieranno mai con gli altri, al massimo con se stesse, invece ha un fondo battagliero e forte e intenso.
Una volta passato il confine ideale della sua rabbia, ha cominciato a farle la guerra sistematicamente, ogni giorno. Su cosa? Su cio' che la sua capa, che ha i capelli bianchi e cinquant'anni, non può nemmeno capire. Sull'assenza di condivisione.
Per un burocrate aziendale della precedente generazione la gestione dell'informazione è potere e il lavoro non serve a ottenere dei risultati, a realizzare delle cose - far crescere una pianta, fare una torta, tirar su una casa - ma a confermare un ruolo all'interno della microsocietà che è il suo mondo. Se il burocrate è sano lo scopo è guadagnare più soldi, ma spesso, molto spesso, non è nemmeno così. Di frequente l'obiettivo del suo comportamento è solo avere un posto un gradino più in alto rispetto al proprio collega, chissa' poi per farci cosa. Condividere, in quest'ottica, è improduttivo, perchè riduce e annacqua una visibilità che deve essere esclusiva. Non importa se è inefficiente per la realizzazione di un'iniziativa, è funzionale all'affermazione del sè. Basta una e-mail non inoltrata, l'omissione di un cc ed e' fatta. Come fra bambini, a fronte di un'azienda, un micromondo che va palesemente a rotoli.
Beh, per la mia amica l'affermazione del sè non ha nulla a che fare con i saluti che riceve nei corridoi dell'azienda. Non e' essere temuta e odiata. Non e' essere invitata per forza e con la bocca storta a una riunione.
Per lei, che è giovane e non sa nemmeno esattamente se ha senso pensare a un cosa fare da grande, tutto ciò che ha senso è riuscire a fare qualcosa di reale, di vero, di appagante ora, per sè e per gli altri. Viene al lavoro per lavorare ed è sorpresa e amareggiata nel vedere che questo non è quello che le viene richiesto.
Lei condivide perchè le serve, perchè pensa sinceramente che diverse teste pensino meglio di una, perchè odia il conflitto inutile che si crea non sull'oggetto ma sul soggetto del compito da fare. Vuole essere serena e con lei gli altri, facendo qualcosa per il mondo, o almeno per il suo. E' convinta, come lo sono io d'altra parte, che nelle pieghe di un'azienda possa scapparci il senso, se quei soldi fatti convincendo qualcuno che mangiare una brioche nel sacchetto di plastica e' meglio che farsi un plumcake vanno, anche se in minima parte, a qualcuno che non ha scelta, perche' non puo' comprare ne' la brioche ne' la farina. Per questo chiama le forze a raccolta.
La capisco perchè è la stessa sensazione che ho io quando apro un giornale di giardini e ho l'impressione che chi ci scrive ignori le piante, la loro salute e la loro provenienza, che quasi consideri fastidioso che siano vive e si preoccupi di tutt'altro.
Lavorare senza condividerne il senso per lei è come per me essere giardinieri senza essere animisti, non so se riesco a spiegarmi.
Comunque.
E' palese che l'insoddisfazione della mia amica non è riservata a una burocrate con i capelli bianchi, si indirizza al suo ruolo all'interno della società - azienda.

Io in questo ci vedo un tratto conduttore del tempo che cambia, della crisi del "modello" (e finalmente sono arrivare a questa parola. Sedetevi perche' e' ancora lunga).
C'è stata un'epoca, o almeno così mi raccontano, in cui i migliori, i più intelligenti, oppure i più volonterosi, si indirizzavano verso la politica, con l'idea che quella contasse davvero, che quello fosse il luogo dove le cose avvenivano e dove si poteva condividere il cambiamento. Poi la spinta in quell'universo si è spenta, a favore di altri interessi.
C'è stata un'epoca, e questa l'ho vissuta, in cui i migliori, i più intelligenti, oppure i più volonterosi, guardavano alle aziende, profit e non profit, con l'idea che là ci fosse innovazione e spazio per fare delle cose. Perchè ci si poteva trovare altra gente in gamba e un contesto costruito apposta per far venire fuori progetti e fatti.
Io, che non sono una dei migliori, non sono fra i più intelligenti, ma sono sicuramente volonterosa, sono andata verso l'impresa perchè mi sembrava che quella fosse l'organizzazione che mi consentiva di contribuire a uno "sviluppo sostenibile", anche a dispetto degli scopi dichiarati dall'organizzazione.
Perche' c'erano i soldi, le risorse, non solo economiche, perchè a forza di briciole e di sottoprodotti si costruisse un futuro migliore per i consumatori e non solo per i clienti.
Oggi ho perso questa convinzione e l'hanno persa quelli che stanno intorno a me (anche se non tutti. Ad esempio mio marito no, per fortuna. Amo stare con l'ultimo dei moicani, da questo punto di vista, perchè in fondo vorrei sbagliarmi).
Il senso di sè legato a un'appartenenza politica, il senso di sè legato a un'appartenenza professionale, tutto questo oggi mi sembra più sfumato e meno definito, come se le persone volessero altro, o volessero tutto.

Siamo ritornati al pane e alle rose? Forse sì. 
Solo che non pretendiamo di attaccarci sopra una bandiera.

Ed eccomi finalmente, dopo questa eterna premessa, al titolo di questo post.
Litigo ormai da mesi con mio marito sul mio, sul nostro futuro.
L'ultima volta è stata alla cena di San Valentino in una latteria vegetariana sabato scorso (che ovviamente non era il 14 febbraio, ma di martedi' sto a bassottiland).
Sono entrata in questo posto e l'ho trovato bellissimo. Mi piaceva la signora che portava in tavola i piatti e ti chiedeva come li avevi trovati, perchè sperimenta. Mi piaceva il posto con pochi tavoli e molte idee, i muri azzurro intenso.
Ho detto incautamente: "Come mi piacerebbe mettere su un posto così".

Un posto dove la gente trova partecipazione senza trovare un partito.
Un posto dove la gente mangia la torta e impara a farla.
Un posto dove la mia vicina che prima di compiere ottant'anni faceva la sarta insegna a far da sè cose che una volta sapevano fare tutti (far l'orlo, mettere una toppa, attaccare i bottoni).
Un posto all'insegna della riduzione dello spreco, dove chi vuole può vedere applicato il principio che fa da filo conduttore al mio nuovo modo di vedere la vita, cioè che per essere felice puoi scegliere se guadagnare sempre di più o far costare la tua giornata di meno pur avendo le stesse cose, o di più.
Un posto dove fai le talee invece di andare al garden center.
Un posto dove pianti i semi e vedi crescere le petunie. Apro una parentesi, appena nate sembrano piccoli funghi, è una cosa molto strana.
Un posto dove bevi un te' in mezzo ai fiori e parli.

Il moicano ha cominciato a farmi domande a raffica su come pensavo di mantenere questo posto, su dove l'avrei fatto, su come avrei pagato l'affitto, su chi avrebbe pagato per quel te' e per le mie poche talee, le mie poche petunie, le mie torte che una volta vengono bene una volta no.

Ho risposto per un po', poi mi sono messa a piangere, perchè ho gli ormoni fragili in questo periodo.
Non riuscivo a dirgli che quelle domande non mi interessavano, che mi facevano star male non perchè non volessi fare un bagno di realtà, ma solo perchè non erano rilevanti, sporcavano le mie frasi, le mie idee, senza portar loro valore. Lui vuole che io faccia un modello, vuole che metta insieme una serie di bisogni che vedo e che so che ci sono, che li appiccichi a un business plan e che ci cavi fuori un esempio di qualcosa che gli altri possono desiderare di fare o di volere.
Vuole che crei un terzo polo, che espressione orrenda, fra "scappo dalla città, la vita, l'amore, le vacche" (con tutto il rispetto e l'amore che porto a chi fa questa scelta) e il managerialismo moicano secondo il quale solo mettendosi tutti insieme in un'organizzazione paramilitare si può fare qualcosa di significativo (con il rispetto e l'amore che porto anche a questi eroi del nostro tempo decadente).
Io sto cercando proprio il contrario. Voglio un non - modello. Voglio vivere facendomi venire idee senza sapere se e come diventeranno mai reali. Voglio cominciare dal mio giardino e dalle relazioni nel mio condominio, per vedere se a quelle si attacca qualcosa. Voglio vedere che pensieri nuovi mi porterà l'essere ancora privo di genere che ho in pancia e che so un giorno mi darà un contributo più utile rispetto ai calci nei reni che mi rifila oggi. Voglio pensare che avrò un posto dove fare torte e vendere fiori perchè le talee si moltiplicheranno a dismisura e così i pomodori e la frutta e non mi interessa oggi che sia un'idea sostenibile, perchè sulla sostenibilità delle cose ho già lavorato troppo a lungo e nella mia testa lo è già.

Forse di non-modelli non ho bisogno soltanto io, ma anche la mia amica che odia la capa e tutti gli altri. Abbiamo bisogno di un momento di pausa creativa, da cui emergeranno approcci più strutturati, mentre ora ci accontentiamo di metter in fila esperienze su una corda da bucato, all'aperto e all'aria buona.
Così è sempre stato fin dall'inizio del mondo. La creazione non esiste, ci sono sempre vecchio e nuovo che vivono insieme in un amalgama di non paradigmi che un giorno un creativo si diverte a nominare, ma dentro cui crescono le cose. Può darsi che non si capisca subito se spuntano funghi o petunie, ma che importa, adesso?

Io in questo momento ho molte lenzuola da stendere, fra cui ci sono questi messaggi. L'essere ancora senza genere ha sicuramente un cestino di mollette con sè, con nuove associazioni, ancoraggi e cose importanti da mettere davanti al resto. Il moicano ci reggerà il filo anche se non capisce ancora, perchè si fida di noi e questo è importante.
Tutto quello che so è qui, ora, in questa attesa di primavera.

giovedì 19 maggio 2011

Il richiamo del Bianconiglio

Stasera sono uscita dall'ufficio in lacrime. La guerra era finita, finita davvero, con uno di quei gesti ufficiali che sanciscono che non si puo' piu' tornare indietro. Diciamo che era appena stata aperta la crisi di Governo, da stasera il Paese va ufficialmente avanti senza di me. Mi resta da fare ordinaria amministrazione come durante il semestre bianco. 
Piangevo non per tristezza, non per rimpianto, nemmeno per ripensamento. Piangevo parlando al telefono con la mia mamma, perche' e' finito senza poesia un capitolo della mia vita che e' durato tanti anni e se ne apre uno nuovo in cui il lavoro dovra' avere per scelta un altro aspetto, un'altra forma e molta meno passione. Per certi versi era un addio alla giovinezza lavorativa, quella degli entusiasmi e del crederci fino in fondo, come se fossi arrivata tu con in tasca la ricetta per non far sembrare insalata le primule dieci giorni dopo che le hai comprate. Solo che se quel trucco esistesse l'avrebbero scoperto diverse generazioni fa. 
Camminavo verso la macchina, che rimane sempre sul fondo del parcheggio perche' non sono una persona mattiniera, anche se compenso restando finche' l'enorme spazio non resta vuoto, la mia piccola vettura con gli occhi da ranocchia che attende come il cocchio di Cenerentola gia' ritrasformato in zucca. 
Parlavo con mia mamma della profonda delusione di questa fine burocratica e asettica, di quanto mi sentissi da mesi una vera cretina, che non aveva capito che dai diamanti non nasce niente, in senso letterale. Dicevo che, anzi, non paga di aver seminato, scrutato la terra, innaffiato i germogli, ora mi stupivo pure di trovarmi davanti una gigantesca pianta carnivora che voleva mordermi un dito. Insomma, uno di quei momenti di sano autolesionismo a cui la mia povera mamma si e' ormai assuefatta, anche se un giorno mi mandera' a quel paese con un immenso effetto liberatorio che la purifichera' finalmente da tutte le malattie che purtroppo ha addosso. 
Mi guardavo i piedi, come al solito. Mio marito dice che ho il radar, perche' trovo sempre le monetine per terra. Il fatto non e' imputabile a uno spiccato spirito di osservazione, ma e' il retaggio della mia nota sindrome maniaco depressiva, la stessa che provoca l'ipocondria.
Ve lo raccontero' un'altra volta, ma da adolescente sono stata molto malata e, per un periodo, ho avuto paura dell'Aids. Cosa anche abbastanza normale, direte voi, non e' che sia un raffreddore. Peccato che io avessi molto timore di pungermi con una siringa lasciata per terra e che questo abbia significato per anni girare con gli anfibi anche in piena estate, far sdraiare prima di me la mia amica sulla sabbia al mare per assicurarmi che il telo non fosse posato su un ago, non sedermi al cinema a luci spente, togliermi letteralmente il primo strato di pelle con l'alcool ogni giorno per disinfettarmi da presunti contatti pericolosi. 
Insomma, anni di vita difficile che mi hanno lasciato il radar, ovvero il guardare costantemente e inconsciamente dove metto i piedi. Cosi' trovo le monetine, ma mi perdo il paesaggio. Cosa volete, poteva andare peggio, mi consente di fare l'indifferente e vivere abbastanza normalmente. Vi assicuro che era peggio spiegare alle persone perche' dovevano tenere chiusi i finestrini quando io ero in macchina, dal momento che una siringa colpita di taglio da una ruota poteva saltare dentro l'auto dal vetro aperto e pungermi. 
A un certo punto, pero', almeno per individuare la macchina, ho alzato gli occhi e li ho visti.
I coniglietti saltellavano su un piccolo pezzo di prato di un verde perfetto fra la fine del parcheggio e la strada trafficata, separata da un terrapieno. Erano tre o quattro, attenti ma non troppo sospettosi. Tutti marroni e con la forma esatta di un disegno di maestre a forma di coniglietto. Quei particolari coniglietti hanno il di sotto della coda bianca, cosa abbastanza paradossale calcolando che da li' escono i bisogni. A rigor di logica sarebbe stato piu' sensato farli tutti bianchi e li' sotto marroni. Invece no, sono al contrario, forse proprio per enfatizzare quel gran senso di compostezza e pulizia che emanano. Mi hanno osservata passare, voglio pensare che ormai mi conoscano e non mi considerino un pericolo, perche' li vedo spesso. Mi sono fermata e hanno drizzato le orecchie, che sono di mezza lunghezza, seduti sulle gambe posteriori. Poi si sono messi a quattro zampe e mostrandomi il sedere bianco sotto al codino corto si sono mossi a balzelli verso una radura. Non ci sono volpi ne' cacciatori nel parcheggio, quindi mi sono sembrati abbastanza soddisfatti. In natura penso che quel pezzetto bianco sia un po' come il centro di un bersaglio, il modo inventato dalla natura per fare in modo che i predatori li mirassero meglio ed evitare cosi' che il mondo si ritrovi ricoperto di coniglietti. Sono contenta, pero', che abbiano trovato un posto dove vivere sereni, ammiccandomi di tanto in tanto. La scena, pero', restava abbastanza surreale.
Voi capite che e' quasi piu' facile far credere alla persone che le siringhe possono passare dal finestrino piuttosto che convincerle che ci sono i coniglietti nel parcheggio di una multinazionale petrolifera, quindi non l'ho detto a nessuno. 
Pero' ho pensato che un giorno li seguiro' in mezzo alla radura, come in un romanzo di Carroll, per scoprire un mondo all'incontrario dove quello che qui su ha valore non ne ha. Allora smettero' di piangere e anche di parlare al telefono.
Oppure, ho pensato poi, forse non lo so, ma li ho gia' seguiti.