Oggi mio marito mi ha fatto leggere un articolo di Cacciari sull'Espresso. A me lui non piace, e' uno di quelli che stanno un passo indietro perche' tanto sanno gia' tutto, perche' sono comunque piu' consapevoli e lungimiranti e intelligenti e saggi degli altri.
Comunque questo articolo diceva alcune cose importanti.
Tipo che assistere a questo gioco delle parti fra destra e sinistra sul tema del lavoro fa male, perche' e' un dibattito vintage, irreale, che sta da un'altra parte, su un altro piano rispetto al mondo reale. Un mondo che e' in guerra, soprattutto sul concetto, piu' che sul tema, del lavoro.
C'e'una frase che fa pensare, una frase che dice: "ma crediamo davvero che lo sviluppo, la crescita, il domani, si baseranno sul lavoro a tempo indeterminato nelle grandi aziende?".
C'e' un mare la' fuori, un mare fatto di ventenni e trentenni che stanno rischiando, stanno inventando il proprio modo di sbancare il lunario con la conoscenza e la creativita' delle mani, della testa e dell'inclinazione.
Sono invisibili, non hanno tutele, le loro imprese individuali muoiono come mosche eppure vanno avanti, si rinventano ogni mattina. Sono l'unico futuro possibile in questo Paese nel naufragio.
Intanto guardo un film che si chiama Once. C'e' un musicista di Dublino che ripara aspirapolveri e una ragazza immigrata dall'est europeo, che pulisce case per mantenere la sua bambina e va in giro per le strade vendendo fiori.
Qualche anno fa li avrei trovati diversi, diversi da una norma non meglio precisata, in cui pero' vivere aveva meno componenti simultanee, avrei distinto in modo piu' netto la loro vita dalla mia. Oggi la mia vita e' un giorno diversa, un giorno uguale alla loro.
Sto per farlo, gentili lettrici e gentili lettori di pepetrolio.
Fra pochi mesi saro' precaria a molteplice e varia come un riparatore di aspirapolveri che suona a Dublino.
Come una con una figlia o un figlio da mantenere - almeno un po' - facendo cose differenti.
Fra pochi mesi scrivero' quello che faccio per vivere, in modo non diverso da ora, ma forse faro' commissioni per le vecchiette del palazzo e del quartiere, terro' bambini e gatti e cani se qualcuno ne avra' bisogno e vedro' se qualcuno vuole le mie verdure, le mie olive in salamoia e le mie borsette di velluto recuperato all'ikea.
Soprattutto provero' a fare del mio giardino il mio tesoro, faro' talee delle mie piante nella convinzione che qualcuno desideri avere fiori e verdure vere, cresciute sane in un ambiente sano, che non arrivano a casa piene di afidi e fragilita'. Capaci di crescere, come qualcuno sta facendo piano piano da qualche parte in questo momento.
Tentero' di dare le mie conoscenze arrabattate, scarse, principianti, insieme all'istinto che fa capire cos'e' che fa piegare gli steli e soffrire le foglie. Cerchero' di capire se qualcuno vuole darmi in cambio qualcosa.
Io, i miei fiori, i miei quadrupedi e un nuovo bipede saremo invisibili, protetti solo da mio marito e non piu' riconoscibili per una politica che ci perdera' di vista e non si chiedera' dove siamo andati. Nelle ricerche fatte dai professori di statistica non ci saro', non saro' mai piu' un caso di successo in un articolo di un giornale pilotato da un'amica.
Noi tutti come famiglia avremo una mortalita' d'impresa altissima e ne ce inventeremo altre, ci proveremo e forse dovremo ricomparire, perche' non ci riuscira' di vivere da invisibili.
Quello che Cacciari pero' non dice nell'articolo e' che esiste la tenacia, la tenacia degli invisibili. Quella cosa che fa stare attaccato un bambino alla pancia contro ogni tempesta di ormoni e cause avverse. Quella che fa resistere i peperoncini fuori nel freddo. Quella che fa risorgere gli ellebori malati e crea le foglie dalle talee.
C'e' la tenacia dei non supportati, di quelli che stanno lontani dai loro cari e vanno avanti.
Di Franco che e' tornato dopo quattro mesi di lavoro all'estero dalla sua moglie malata e ha sospirato di sollievo perche' lei ha resistito ed e' ancora viva.
Di quelli che la politica non vede e che non percepiscono l'assegno di disoccupazione, ma non si arrendono e non passano le giornate davanti alla tv.
Ce la fara' il paese e ce la fara' il giardino, perche' le piante crollano, ma ributtano sempre.
Diteci - diciamoci - in bocca al lupo.
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sabato 14 gennaio 2012
domenica 6 novembre 2011
Il mondo dei panettieri che sorridono - pensieri sul precariato
Il nuovo lavoro si porta dietro, come sempre, alcune cose interessanti. Che, come spesso accade, hanno poco o nulla a che vedere con il lavoro in quanto tale.
Fra queste ci sono le persone che incontro. L'azienda della città bassotto è divisa nettamente in due sociodemo – come direbbe mio marito.
C'è la vecchia azienda, tutte persone nate e cresciute lì, con l'accento pesante. Sono loro che hanno fatto quel posto e quella pasta, sono a casa fra le nebbie e le case buttate come dadi nella pianura. Tutta gente per bene, così mi sembra, solo assediata come castellani medioevali.
Sotto le mura ci sono i barbari, mi consenta Baricco di usare la sua terminologia perfetta e abusata. I ragazzi e le ragazze dagli accenti diversi assunti negli ultimi anni per portare quel luogo in un millennio diverso ed estraneo. Quelli che parlano in mensa in inglese con un coetaneo indiano, perchè l'unica differenza che non riescono a sormontare è proprio quella con i nativi della città bassotto.
Quelli romani e quelli filippini, quelli alti e quelli scuri, scuri in una città in cui il razzismo è sdoganato come il marrone insieme al blu nei vestiti.
Quelli con il contratto a termine, o lo stage, o la neoassunzione, che li rende al contempo arrabbiati e allegri. Arrabbiati con loro, i castellani, pasciuti e sazi e apparentemente nullafacenti dietro le loro torri di garanzie. Allegri perchè il precariato li lascia leggeri, non li obbliga a pensarsi lì per sempre.
E qui viene il punto interessante. E' successo qualcosa, secondo me, qualcosa con cui nel tempo la società del mutuo e del posto fisso dovrà fare i conti.
Per tutte queste persone la prospettiva di pensarsi fra le dune di pianura per sempre fa molta tristezza. La stabilità è per loro il sogno di qualcun altro.
Mi sento meno sola, quando parlo con loro.
Diciamo tutti le stesse cose, ed è rasserenante.
Soprattutto le ragazze sono tutte brave bambine come me. Siamo la generazione di quelle che hanno preso ottimo alle medie, sessanta alla maturità e centodieci e lode all'università.
Quelle che hanno sgomitato per entrare nel mercato del lavoro, anche più, forse, di quanto fosse necessario, convinte da madri che avevano fatto fatica sul serio che gli uomini fossero lì agguerriti ad ostacolarle. Quando in realtà erano troppo stupiti anche solo per accorgersi che stavamo arrivando e preparare una controffensiva.
Siamo noi, che ci siamo scoperte brave quasi con sorpresa, perchè in fondo è facile sembrare geniali, basta continuare a fare quello che ci hanno insegnato fin da piccole. Siamo le secchione di turno, fare tutti i compiti e studiare e garantire presenza e attenzione ci sembra il minimo, quando per molti - generazioni intere che hanno lavorato prima di noi - è oltre il massimo. Basta davvero poco in questo mondo per ritrovarsi apprezzate, se sei fatta come noi e sei in questa fase della vita, ancora senza bambini e doppie carriere a complicare (e rendere affascinante) lo schema.
Solo che siamo infelici nel nostro successo apparente.
Ci ritroviamo a trent'anni, qualcuna qualcosa in più qualcuna qualcosa in meno, con la percezione chiarissima che abbiamo fatto tutto per soddisfare gli altri che abitavano la nostra coscienza. Soprattutto le altre, penso, le nostre madri.
Vi ho detto spesso che quando a tre anni qualcuno mi chiedeva cosa volevo fare da grande, rispondevo sempre “fioraia”. Tutte noi abbiamo risposto qualcosa di diverso da quello che siamo ora: erboriste, panettiere, sarte, giornalaie, mamme. La cosa che fa male è che si tratta sempre di mestieri semplici, per molti più umili di quelli che facciamo oggi.
Mica volevamo fare tutte le astronaute o gli ingegneri nucleari.
Cosa ci ha impedito di diventare quello che volevamo?
Siamo ancora in tempo per cambiare oggi, senza perdere la faccia davanti a chi ci ha cresciuto e conosciuto ambiziose e brave e secchione?
La risposta per molte di noi è pensarsi o essere "a tempo".
Non avere più il mito del contratto a tempo indeterminato, oppure guardarlo come l'ennesimo tick di un questionario che non compiliamo più.
Qualcuna non riesce ad accedervi, è vero, ma non si tratta della volpe e l'uva, ve lo assicuro.
Non avere più il mito del contratto a tempo indeterminato, oppure guardarlo come l'ennesimo tick di un questionario che non compiliamo più.
Qualcuna non riesce ad accedervi, è vero, ma non si tratta della volpe e l'uva, ve lo assicuro.
Chi sgomita per quel contratto lo fa spesso per puntiglio, come estremo gesto della cocciutaggine o della debolezza di dover dimostrare.
Tutte quelle che non ce l'hanno ancora ce l'avranno, solo per essere più infelici di prima per un po' di tempo, finchè non capiranno che nulla è cambiato.
Non so cosa significherà per la società nel suo complesso avere una generazione intera, forse anche di più, che ha cambiato radicalmente paradigma, almeno nella sua componente femminile (i maschi mi sembrano ancora più sereni nel modello che hanno inchiavardato loro in testa, ma forse è solo una mia impressione. Se non vogliono il posto fisso è perchè non si sentono ancora pronti a fermarsi, non perchè stiano mettendo in discussione il fatto stesso di fermarsi).
Penso che sia tutto molto distruttivo, non c'è niente come un contratto e un mutuo per cancellare nella gente il ricordo di cosa voleva fare a tre anni.
O forse è l'inizio di un mondo, in cui i fiorai, i sarti, i panettieri e i giornalai finalmente sorridono.
venerdì 1 luglio 2011
Ode a una sigaretta che non c'e'
Dovete sapere che ho smesso di fumare.
Fumavo tanto, un pacchetto di diana blu e anche un pacchetto e mezzo, nei giorni particolarmente nervosi.
Mi alzavo dalla scrivania e andavo a fumare in saletta fumatori. Ci mettevo la meta' del tempo degli altri, pensavo un po', mi facevo un discorsetto nella testa, tornavo piu' lucida e mi risiedevo sulla mia sedia.
Ho smesso in circostanze totalmente casuali, che vi raccontero' un'altra volta.
Soprattutto ho smesso perche' avevo smesso di fare le scale per non misurare se avevo il fiatone. Ho smesso perche' avevo male alla schiena, come delle fitte di tanto in tanto e pensavo fosse cancro ai polmoni. Ovviamente le fitte, da bravo dolore psicosomatico, sono scomparse con l'ultima sigaretta. Ho smesso perche' a ogni colpo di tosse controllavo di non avere un gusto metallico in bocca, perche' temevo di sputare sangue. Ho smesso perche' ho la pelle trasparente, vedevo le piccole vene sotto e monitoravo il loro diventare viola, perche' ci vedevo dentro i prodromi di una morte cianotica.
Quella che ha fatto mio nonno, che mia madre mi raccontava ogni volta che mi vedeva accendere una sigaretta. "A ogni crisi respiratoria che superava mi diceva tu non sai quanto sia bello respirare. Poi, una volta, non e' riuscito a dirmelo piu'". Aveva cinquant'anni e cinquant'anni non mi sembrano piu' cosi' tanti.
Ho smesso perche' sono ipocondriaca, questo lo sapete gia', e non tutto il male vien per nuocere, no?
Comunque. In questo momento esatto vorrei una sigaretta.
Sapendo che mi sentirei terribilmente in colpa, mi darei dell'idiota perche' dopo tanto tempo e conoscendo l'angoscia di monitorarsi continuamente il respiro ci vorrebbe proprio una cretina.
Pero' vorrei una diana e un accendino, da non usare per accendere l'incenso (che, tra parentesi, mi sa che e' cancerogeno pure quello).
E' arrivata la proposta scritta dall'altra azienda. Scritta, non piu' rassicurazioni e chiacchiere al telefono. Una serie di fogli di carta con stampate su le cifre, i ruoli, le condizioni eccetera eccetera.
Quello che non c'e' scritto e' che fra me e quel lavoro ci sono cento chilometri di autostrada, un monolocale in affitto, lunghe notti da sola, niente bambini ancora per un po', i gatti che miagolano e le piante che appassiscono.
Oppure che c'e' una casa in campagna sulle colline, i gatti felici e ancora piu' liberi, sempre che si possa essere piu' liberi di cosi', bambini che nascono in cittadine dal welfare sicuro e glicini e rose piantati finalmente per terra.
Qui cosa c'e'? C'e' la mia citta', il mio sindaco che non potra' contare sul fatto che non lo lasci solo, i miei vicini e le mie sere nel giardino a scrivere pepetroli. C'e' mio marito a casa troppo tardi la sera, la mia collega amica che non abbandono perche' se resto nella mia azienda mi allontano di un piano e di un corridoio.
Sto facendo come la merla che costruisce il nido, qui dentro. Sto portando rametti e foglie secche, costruendo stabilita' e certezze provvisorie. Sto facendo il buco e mi ci sto nascondendo dentro. Ma sto anche scoprendo parti di me dimenticate da anni, sto scrivendo, cazzo, scrivendo quasi tutti i giorni di pensieri miei. Sto allevando esseri viventi che crescono in gran quantita' (nonostante il cruccio della salvia che deperisce senza un perche', rinnovo l'appello a chiunque abbia avuto nella vita una salvia che si suicida lentamente senza apparente motivo, ditemi cosa posso fare per motivarla a stare al mondo).
Non sto mettendo un romanzo nel cassetto, sto mettendo la mia vita in rete.
Sto amando persone, animali e vegetali a cui regalo presenza e non distanza, sto facendo un cuccia per i gattini che non so ancora se verranno. Sto lasciando un'utopia di cambiamento teorico del mondo per un esempio concreto di come si puo' vivere oggi cercando la pace con il prossimo, che per sua essenza e' vicino e, a volte, nemmeno troppo simpatico.
Cambiare lavoro, cambiare azienda non mi sembra un cambiamento vero. Come passare dal Vietnam all'Iraq. Sempre un mercenario resti. Non si scardinano le logiche, non si risolve il problema.
Stamattina ascoltavo la radio. Tutte le mattine in macchina sento l'inizio del programma di un giornalista che si chiama Giannino, forse ce l'avete presente. Ecco, Giannino e' una delle persone che riescono in modo piu' efficace a delineare la mia identita' politico - ideologica di statalista socialista pubblicista. Il fatto e' che si tratta di una persona molto intelligente, molto colta e preparata. Che dice una serie di cose. Con cui io non sono mai d'accordo.
Il fatto di sentire un pensiero articolato, complesso e colto di tipo liberista antistatalista e privatistico mi convince del fatto che credo quel che credo non perche' dall'altra parte non c'e' pensiero, perche' ho dei preconcetti dovuti allo schifo che mi fanno gli attuali governanti di questo Paese, ma perche' esistono effettivamente posizioni diverse su temi importanti e io so quale abbracciare.
Era una digressione.
Stamattina Giannino non aveva ancora cominciato il suo programma e alla radio davano un bollettino della borsa. Il giornalista, con somma indifferenza (o soltanto il consueto sonno, che capisco bene), ha detto che il titolo x aveva avuto un aumento di valore del sette per cento, che i mercati avevano premiato il piano industriali di efficienza e ristrutturazione, che includeva mille esuberi.
Il fatto che a mille persone per strada corrispondessero sette punti per gli azionisti, scusate l'indignazione banale, mi ha fatto venire voglia di girare la macchina e tornare a casa nel letto.
Non ci voglio lavorare piu', per favorire, o, dato il mio mestiere, giustificare, logiche idiote di questo tipo. Passare da un padrone all'altro non mi fara' convincere che e' giusto cosi', che all'improvviso ci credo di nuovo, nello sviluppo sociale affiancato a quello economico.
Mio marito la pensa in modo diverso. Lui mi spinge molto, su questo cambiamento. Dice che non bisogna smettere di combattere per l'uomo astratto, per il bene astratto. Che l'uomo quando diventa il vicino, il bene quando diventa il tuo, sono obiettivi troppo minimali per cui lottare a trent'anni, che quello puo' essere il come si vive, ma non il per cosa si vive.
Dice che bisogna continuare a fare i cani da guardia dentro alle organizzazioni, che occorre provarlo con l'esempio e la pratica quotidiana che si puo' perseguire un bene maggiore, senza ritirarsi in paradisi perduti costruiti giorno dopo giorno, con le proprie mani, in giardini di citta'.
Dice che sono troppo brava per mollare ora. Che e' troppo presto.
Che scegliere un lavoro piu' piccolo e semplice, almeno in apparenza, nella mia azienda per sperare di ridurre le ore e il coinvolgimento in ufficio e' un errore di cui posso pentirmi amaramente.
Mi ricorda quanto abbiamo odiato gli autori televisivi che leggevano Guerra e Pace in privato e propinavano Non e' la Rai agli spettatori, convinti che si potesse essere intellettuali in casa e populisti al lavoro. Sicuri di essere piu' intelligenti della massa, che in fondo quello era "solo lavoro" e che la loro identita' vera stesse nelle chiacchiere in salotto con pochi eletti.
Mi dice che la politica, quella vera, si fa stando in mezzo, non a lato.
Mi rammenta che sporcarsi le mani ha un significato piu' ampio che raccogliere terra sotto le unghie mentre si estirpa un'erbaccia dal peperone.
Non lo so se ho ancora la forza di dirgli che ha ragione.
Penso che tutto il pianeta sia al mio stesso bivio. Il confine fra defezione e cambio di paradigma e' molto labile, non sapro' mai se in questo momento mi manca coraggio o ne ho troppo per questo tempo bastardo, di scarse ideologie collettive a guidarmi il cammino. C'e' la volpe e c'e' l'uva. Io l'uva posso raggiungerla, ma non so se la voglio mangiare.
Non so nemmeno se sia uva o se sia un'illusione di evasione. Puo' darsi che restare nella mia azienda a fare la crumira del sistema che a casa ha un bellissimo giardino su cui ritirarsi a scrivere mi renda effettivamente una persona peggiore. Ma anche fare l'utile idiota che continua a lasciare la vita su una causa gigantesca di nome sostenibilita', che finisce per essere un alibi per fare soldi, mi sembra altrettanto deprimente.
Sotto tutto questo, ma e' un discorso troppo ampio per affrontarlo adesso, c'e' anche il dubbio atroce e la rabbia sorda di sapere che essere donna e avere un orologio biologico che ticchetta e' una variabile non indifferente di questa lotta fra pubblico e privato, fra conservazione e innovazione.
Il dubbio di non essere lucida mi da' alla testa. Come il fumo di quella sigaretta che non posso piu' accendere, ma che continua a farmi anelli davanti agli occhi, impedendomi di vedere chiaro e di scegliere, con serenita', quale giardino vale la pena di coltivare.
Fumavo tanto, un pacchetto di diana blu e anche un pacchetto e mezzo, nei giorni particolarmente nervosi.
Mi alzavo dalla scrivania e andavo a fumare in saletta fumatori. Ci mettevo la meta' del tempo degli altri, pensavo un po', mi facevo un discorsetto nella testa, tornavo piu' lucida e mi risiedevo sulla mia sedia.
Ho smesso in circostanze totalmente casuali, che vi raccontero' un'altra volta.
Soprattutto ho smesso perche' avevo smesso di fare le scale per non misurare se avevo il fiatone. Ho smesso perche' avevo male alla schiena, come delle fitte di tanto in tanto e pensavo fosse cancro ai polmoni. Ovviamente le fitte, da bravo dolore psicosomatico, sono scomparse con l'ultima sigaretta. Ho smesso perche' a ogni colpo di tosse controllavo di non avere un gusto metallico in bocca, perche' temevo di sputare sangue. Ho smesso perche' ho la pelle trasparente, vedevo le piccole vene sotto e monitoravo il loro diventare viola, perche' ci vedevo dentro i prodromi di una morte cianotica.
Quella che ha fatto mio nonno, che mia madre mi raccontava ogni volta che mi vedeva accendere una sigaretta. "A ogni crisi respiratoria che superava mi diceva tu non sai quanto sia bello respirare. Poi, una volta, non e' riuscito a dirmelo piu'". Aveva cinquant'anni e cinquant'anni non mi sembrano piu' cosi' tanti.
Ho smesso perche' sono ipocondriaca, questo lo sapete gia', e non tutto il male vien per nuocere, no?
Comunque. In questo momento esatto vorrei una sigaretta.
Sapendo che mi sentirei terribilmente in colpa, mi darei dell'idiota perche' dopo tanto tempo e conoscendo l'angoscia di monitorarsi continuamente il respiro ci vorrebbe proprio una cretina.
Pero' vorrei una diana e un accendino, da non usare per accendere l'incenso (che, tra parentesi, mi sa che e' cancerogeno pure quello).
E' arrivata la proposta scritta dall'altra azienda. Scritta, non piu' rassicurazioni e chiacchiere al telefono. Una serie di fogli di carta con stampate su le cifre, i ruoli, le condizioni eccetera eccetera.
Quello che non c'e' scritto e' che fra me e quel lavoro ci sono cento chilometri di autostrada, un monolocale in affitto, lunghe notti da sola, niente bambini ancora per un po', i gatti che miagolano e le piante che appassiscono.
Oppure che c'e' una casa in campagna sulle colline, i gatti felici e ancora piu' liberi, sempre che si possa essere piu' liberi di cosi', bambini che nascono in cittadine dal welfare sicuro e glicini e rose piantati finalmente per terra.
Qui cosa c'e'? C'e' la mia citta', il mio sindaco che non potra' contare sul fatto che non lo lasci solo, i miei vicini e le mie sere nel giardino a scrivere pepetroli. C'e' mio marito a casa troppo tardi la sera, la mia collega amica che non abbandono perche' se resto nella mia azienda mi allontano di un piano e di un corridoio.
Sto facendo come la merla che costruisce il nido, qui dentro. Sto portando rametti e foglie secche, costruendo stabilita' e certezze provvisorie. Sto facendo il buco e mi ci sto nascondendo dentro. Ma sto anche scoprendo parti di me dimenticate da anni, sto scrivendo, cazzo, scrivendo quasi tutti i giorni di pensieri miei. Sto allevando esseri viventi che crescono in gran quantita' (nonostante il cruccio della salvia che deperisce senza un perche', rinnovo l'appello a chiunque abbia avuto nella vita una salvia che si suicida lentamente senza apparente motivo, ditemi cosa posso fare per motivarla a stare al mondo).
Non sto mettendo un romanzo nel cassetto, sto mettendo la mia vita in rete.
Sto amando persone, animali e vegetali a cui regalo presenza e non distanza, sto facendo un cuccia per i gattini che non so ancora se verranno. Sto lasciando un'utopia di cambiamento teorico del mondo per un esempio concreto di come si puo' vivere oggi cercando la pace con il prossimo, che per sua essenza e' vicino e, a volte, nemmeno troppo simpatico.
Cambiare lavoro, cambiare azienda non mi sembra un cambiamento vero. Come passare dal Vietnam all'Iraq. Sempre un mercenario resti. Non si scardinano le logiche, non si risolve il problema.
Stamattina ascoltavo la radio. Tutte le mattine in macchina sento l'inizio del programma di un giornalista che si chiama Giannino, forse ce l'avete presente. Ecco, Giannino e' una delle persone che riescono in modo piu' efficace a delineare la mia identita' politico - ideologica di statalista socialista pubblicista. Il fatto e' che si tratta di una persona molto intelligente, molto colta e preparata. Che dice una serie di cose. Con cui io non sono mai d'accordo.
Il fatto di sentire un pensiero articolato, complesso e colto di tipo liberista antistatalista e privatistico mi convince del fatto che credo quel che credo non perche' dall'altra parte non c'e' pensiero, perche' ho dei preconcetti dovuti allo schifo che mi fanno gli attuali governanti di questo Paese, ma perche' esistono effettivamente posizioni diverse su temi importanti e io so quale abbracciare.
Era una digressione.
Stamattina Giannino non aveva ancora cominciato il suo programma e alla radio davano un bollettino della borsa. Il giornalista, con somma indifferenza (o soltanto il consueto sonno, che capisco bene), ha detto che il titolo x aveva avuto un aumento di valore del sette per cento, che i mercati avevano premiato il piano industriali di efficienza e ristrutturazione, che includeva mille esuberi.
Il fatto che a mille persone per strada corrispondessero sette punti per gli azionisti, scusate l'indignazione banale, mi ha fatto venire voglia di girare la macchina e tornare a casa nel letto.
Non ci voglio lavorare piu', per favorire, o, dato il mio mestiere, giustificare, logiche idiote di questo tipo. Passare da un padrone all'altro non mi fara' convincere che e' giusto cosi', che all'improvviso ci credo di nuovo, nello sviluppo sociale affiancato a quello economico.
Mio marito la pensa in modo diverso. Lui mi spinge molto, su questo cambiamento. Dice che non bisogna smettere di combattere per l'uomo astratto, per il bene astratto. Che l'uomo quando diventa il vicino, il bene quando diventa il tuo, sono obiettivi troppo minimali per cui lottare a trent'anni, che quello puo' essere il come si vive, ma non il per cosa si vive.
Dice che bisogna continuare a fare i cani da guardia dentro alle organizzazioni, che occorre provarlo con l'esempio e la pratica quotidiana che si puo' perseguire un bene maggiore, senza ritirarsi in paradisi perduti costruiti giorno dopo giorno, con le proprie mani, in giardini di citta'.
Dice che sono troppo brava per mollare ora. Che e' troppo presto.
Che scegliere un lavoro piu' piccolo e semplice, almeno in apparenza, nella mia azienda per sperare di ridurre le ore e il coinvolgimento in ufficio e' un errore di cui posso pentirmi amaramente.
Mi ricorda quanto abbiamo odiato gli autori televisivi che leggevano Guerra e Pace in privato e propinavano Non e' la Rai agli spettatori, convinti che si potesse essere intellettuali in casa e populisti al lavoro. Sicuri di essere piu' intelligenti della massa, che in fondo quello era "solo lavoro" e che la loro identita' vera stesse nelle chiacchiere in salotto con pochi eletti.
Mi dice che la politica, quella vera, si fa stando in mezzo, non a lato.
Mi rammenta che sporcarsi le mani ha un significato piu' ampio che raccogliere terra sotto le unghie mentre si estirpa un'erbaccia dal peperone.
Non lo so se ho ancora la forza di dirgli che ha ragione.
Penso che tutto il pianeta sia al mio stesso bivio. Il confine fra defezione e cambio di paradigma e' molto labile, non sapro' mai se in questo momento mi manca coraggio o ne ho troppo per questo tempo bastardo, di scarse ideologie collettive a guidarmi il cammino. C'e' la volpe e c'e' l'uva. Io l'uva posso raggiungerla, ma non so se la voglio mangiare.
Non so nemmeno se sia uva o se sia un'illusione di evasione. Puo' darsi che restare nella mia azienda a fare la crumira del sistema che a casa ha un bellissimo giardino su cui ritirarsi a scrivere mi renda effettivamente una persona peggiore. Ma anche fare l'utile idiota che continua a lasciare la vita su una causa gigantesca di nome sostenibilita', che finisce per essere un alibi per fare soldi, mi sembra altrettanto deprimente.
Sotto tutto questo, ma e' un discorso troppo ampio per affrontarlo adesso, c'e' anche il dubbio atroce e la rabbia sorda di sapere che essere donna e avere un orologio biologico che ticchetta e' una variabile non indifferente di questa lotta fra pubblico e privato, fra conservazione e innovazione.
Il dubbio di non essere lucida mi da' alla testa. Come il fumo di quella sigaretta che non posso piu' accendere, ma che continua a farmi anelli davanti agli occhi, impedendomi di vedere chiaro e di scegliere, con serenita', quale giardino vale la pena di coltivare.
giovedì 9 giugno 2011
L'autunno
La mia collega mi dice: "Oggi esco alle tre, perché mio figlio ha la recita scolastica per la fine della prima elementare."
Io: "Che bello, chissà che emozione! Qual è il soggetto?"
La mia collega: "Non lo so. Lui fa la parte dell'autunno".
Ho avuto davanti agli occhi l'immagine di un bel bambino concentrato e composto che recita facendo l'autunno.
L'ho trovata una cosa struggente, di quelle che ti fanno desiderare di avere sempre sei anni.
O di saper prendere ogni impegno della vita con la serietà che merita impersonare l'autunno alla recita di prima.
Io: "Che bello, chissà che emozione! Qual è il soggetto?"
La mia collega: "Non lo so. Lui fa la parte dell'autunno".
Ho avuto davanti agli occhi l'immagine di un bel bambino concentrato e composto che recita facendo l'autunno.
L'ho trovata una cosa struggente, di quelle che ti fanno desiderare di avere sempre sei anni.
O di saper prendere ogni impegno della vita con la serietà che merita impersonare l'autunno alla recita di prima.
domenica 29 maggio 2011
Non voglio essere un piumino di tiglio
E un altro giorno e' andato. E un altro sogno e' andato. Un'altra illusione di stabilita', di casa, bruciata. O forse no.
Giusto perche' non pensiate che sia pazza: venerdi' e' arrivata la proposta. La proposta di lavoro che aspettavo da tempo. La fuga perfetta. Mesi di colloqui e poi la telefonata: "Posso parlarle, dottoressa? Ha tempo per segnarsi qualche cifra?".
I numeri, intesi come soldi, sono tanti. Molti di piu' di quelli che prendo ora. Non troppi, altrimenti penserei che mi stanno sopravvalutando, che corro il rischio di bruciarmi subito. Non pochi, perche' altrimenti non staremmo qui a parlarne. Pero' i soldi non sono la questione.
La mia filosofia sul denaro e' on - off, o ci sono o non ci sono. Se non ci sono e' una tragedia. Se ci sono bastano. Non ho gusti particolarmente raffinati, le borsette di vuitton non mi piacciono. Sul serio, le trovo oggetti poco interessanti. Non sono una viaggiatrice zaino in spalla, ma non ho bisogno del lusso. Dei posti mi piace sentire il caldo, non l'aria condizionata.
Amo la mia casa - che e' bellissima - anche perche' e' in periferia. In centro ci stanno i cagoni, penso di avevelo gia' scritto, quelli che non hanno mai piantato il basilico con l'indice come ho fatto stasera e non si sono mai grattati via la terra da sotto l'unghia con lo spazzolino apposta.
Avere molti piu' soldi, incomparabilmente piu' soldi, non cambierebbe di una virgola i miei desideri e i miei sogni. Felicita' e' un dondolo, nessuno me lo toglie dalla testa.
Il lavoro, dicevamo. Il lavoro nuovo consiste nel ricominciare daccapo a fare quello che ho fatto nell'azienda in cui lavoro oggi. Un pazzesco rewind, perche' loro sono messi come era messa la mia azienda nel 2007, quando io e la mia mentore - o ex mentore, ora aguzzina indifferente o ferita, che e' la stessa cosa - abbiamo cominciato a lavorare li'. Tutto da fare, tutto da inventare, un percorso da costruire, sul quale trascinare gli altri, convinte che li avremmo fatti piu' felici. Perche' noi siamo i buoni in un'azienda di cattivi. Quelli che si occupano di redistribuire i soldi, di ribilanciare gli interessi, quelli che hanno lo sguardo al valore di lungo periodo e non al profitto di breve termine. Noi siamo la sostenibilita' in una multinazionale del petrolio, e ho detto tutto. Quante volte i colleghi mi hanno detto: "voi si' che fate cose interessanti, voi si' che fate un bel mestiere." E' vero, e' un bellissimo mestiere, con tutto il dolore delle contraddizioni, dello stare sul crinale perche' non sai e non hai modo di sapere se quando ti dicono che inquini i fiumi in Africa e' vero oppure no. Puoi solo rispondere che cerchi di non farlo, che se lo fai cercherai di farlo sempre meno. Devi cercare di non essere ridicolo negando l'evidenza e di continuare a crederci. Quindi un bel mestiere, che spesso fa venire il buco nello stomaco, perche' solo i cretini non hanno dubbi e quindi ne hai anche tu tutti i giorni.
Le differenze fra l'attuale lavoro e la proposta: quelle radicali sono due. La prima e' che non c'e' la mentore, nel senso che avrei io il suo ruolo. Questa e' la cosa piu' divertente di tutte, ammetto con un filo di superbia che e' l'aspetto che mi fa meno paura. Penso sinceramente, umilmente, di doverle tutto.
Di lei ho l'essere esigente fino alla maniacalita' (vi ricordo che tolgo a mano gli afidi alle rose invece di usare un semplice spray), da lei ho preso il coraggio e il non avere paura delle imprese che sembrano troppo grandi (lo dimostra il giardino intero, i pomodori che prosperano nella grande citta'), per lei ho "messo su il canino", come dice mio marito, nel senso che ho imparato a essere dura quando serve, a non temere il conflitto, a non essere sempre troppo gentile. Troppo emiliana per questa citta'.
Di migliore, rispetto a lei, ho il fatto che voglio bene agli altri e, anche se sembra incredibile dato il mio portato di traumi adolescenziali, sono abbastanza convinta che gli altri vogliano bene a me. Sono meno spaventata, meno insicura, meno aggressiva perche' non ho bisogno d soffiare a chiunque mi voglia solo fare una carezza.
Per questo penso di poter fare onestamente, con dignita' e con una certa possibilita' di successo il mio mestiere nella nuova azienda.
Lei e' piu' geniale di me. Io sono piu' umana. Qualche vantaggio conto che ci sia.
La seconda gigantesca differenza e' che la nuova azienda e' percepita come buona quanto l'altra e' percepita come cattiva. Anche questa si occupa di bisogni primari: non energia, ma cibo. Pero' non ha addosso l'odore di zolfo, e' portatrice di un messaggio interessato, ma condivisibile, che invita a non mangiare carne, ma cereali e legumi.
Io sono un po' stanca di dire una cosa in cui credo, cioe' che l'emancipazione femminile, la scolarizzazione, la morte a novant'anni invece che a trenta sono sottoprodotti del petrolio. E' vero, ma e' duro.
E' bello pensare di andare a lavorare per qualcuno che non e' percepito come un male necessario, per qualcuno che ha inventato le sorprese nelle merende (o almeno me lo ricordo cosi'). Non che la' non ci sia nulla da ridistribuire. Si tratta di nutrire il pianeta, niente meno. Ma almeno non ci sono foto con i cormorani ricoperti di merda e i pescatori che pescano cadaveri perche' e' esplosa una piattaforma e a te sembra di prendere tutti in giro.
Qual e' il problema, direte voi? Ti danno soldi per fare qualcosa che pensi di saper fare, lontano da colei che ti ha dato tutto quello che poteva darti e adesso ti succhia solo allegria e fiducia nel mondo, in un'azienda che rispecchia quello che sei o vorresti essere.
Il fatto e' che devo trasferirmi dalla citta' in cui vivo, andare a stare in una deliziosa cittadina piu' piccola, piu' vicina al posto dove sono nata, dove la gente, probabilmente, non se ne fara' niente del mio canino, che piano piano regredira', riportandomi a essere una personcina per bene invece che un lupo mannaro.
Devo lasciare mio marito, i gatti, il giardino per quattro notti la settimana. Sperando che un giorno o l'altro lui, loro e le piante salgano su un camion e mi raggiungano, il che mi allontanerebbe dai miei vicini, da quest'equilibrio precario e prezioso che ho costruito in quest'anno.
Adesso che ho capito che il lavoro non e' tutto, che mi interessa la mia vita, che mi importa dei gesti piccoli, dello strofinare le foglie di limone fra le dita per sentire l'odore, del bollettino dei boccioli sbocciati la mattina, dei passi sul pavimento caldo di sole del giardino. Adesso che so cosa vuol dire sedere con la brezza fra i capelli sul dondolo la sera, osservare l'ortensia che cambia colore, bere il cappuccino passeggiando fra pomodori e zucchine, spazzare i cadaveri di scarafaggio che la gatta piccola mi ha portato nella notte intorno al letto, trovare una piantina del vicino misterioso da piantare in cortile, desiderare almeno un po' un figlio.
Adesso che c'e' pace qui, fra i muri protetti della casa che mai ho avuto il coraggio di sognare, che ci sono i pantaloni a righe e la luna appesa nel buco fra i tetti postindustriali, che c'e' mio marito sul divano e la pizza mangiata fuori, l'albero di Natale fatto con i rami potati delle tuje, la poesia di un tempo che finalmente puo' rallentare.
Occorre sognare un monolocale che abbia almeno un pezzetto di giardino o un piccolo balcone. Occorre sperare che il suo ottimismo sia premiato e che fra solo un anno trovi un lavoro anche lui nella piccola citta'. Bisogna pensare che il gatto grande non si offendera' e che nel suo modo strano mi vorra' ancora bene anche se lo tradiro' andandomene. Che la piccola non dimentichi come mi fa le fusa.
C'e' un'altra casa da sognare, dubitando che possa essere felice come questa, piante che si spera sapro' acclimatare e che non prenderanno malattie terribili fra il lunedi' e il venerdi'. Ci sono bambini che non verranno su nemmeno in questa casa, una piscinetta gonfiabile in fondo al giardino che non esistera' mai.
Un dolore sordo di una vita destinata a essere sempre di corsa, condannata a non conoscere decrescita e rassegnazione anche quando li desidera e li ha ottenuti.
Mi sento come se di nuovo fosse comparso il destino a dirmi cosa devo fare, perche' l'oggi e' gia' ritornato solo un'attesa di domani.
Vorrei potermi fidare della voce che ho dentro, che e' limpida come quella di un cantante di quando ero bambina, che aveva un ritornello che diceva: "hai davanti un alto viaggio e una citta' per cantare" e sperare che, alla fine di quel viaggio non ci sia ancora un altro viaggio, ma un giardino, i miei gatti e mio marito, con un bambino di qualunque colore in braccio.
Ho piantato rucola e basilico, oggi pomeriggio, mentre facevo questi pensieri. Pensavo di non voler seminare solo piante annuali. Pensavo che voglio essere una quercia e non un piumino di tiglio, che non voglio correre il rischio di volare via lontano da lui e da loro.
Bisognera' solo stare a vedere se il mio destino me lo consentira'.
Giusto perche' non pensiate che sia pazza: venerdi' e' arrivata la proposta. La proposta di lavoro che aspettavo da tempo. La fuga perfetta. Mesi di colloqui e poi la telefonata: "Posso parlarle, dottoressa? Ha tempo per segnarsi qualche cifra?".
I numeri, intesi come soldi, sono tanti. Molti di piu' di quelli che prendo ora. Non troppi, altrimenti penserei che mi stanno sopravvalutando, che corro il rischio di bruciarmi subito. Non pochi, perche' altrimenti non staremmo qui a parlarne. Pero' i soldi non sono la questione.
La mia filosofia sul denaro e' on - off, o ci sono o non ci sono. Se non ci sono e' una tragedia. Se ci sono bastano. Non ho gusti particolarmente raffinati, le borsette di vuitton non mi piacciono. Sul serio, le trovo oggetti poco interessanti. Non sono una viaggiatrice zaino in spalla, ma non ho bisogno del lusso. Dei posti mi piace sentire il caldo, non l'aria condizionata.
Amo la mia casa - che e' bellissima - anche perche' e' in periferia. In centro ci stanno i cagoni, penso di avevelo gia' scritto, quelli che non hanno mai piantato il basilico con l'indice come ho fatto stasera e non si sono mai grattati via la terra da sotto l'unghia con lo spazzolino apposta.
Avere molti piu' soldi, incomparabilmente piu' soldi, non cambierebbe di una virgola i miei desideri e i miei sogni. Felicita' e' un dondolo, nessuno me lo toglie dalla testa.
Il lavoro, dicevamo. Il lavoro nuovo consiste nel ricominciare daccapo a fare quello che ho fatto nell'azienda in cui lavoro oggi. Un pazzesco rewind, perche' loro sono messi come era messa la mia azienda nel 2007, quando io e la mia mentore - o ex mentore, ora aguzzina indifferente o ferita, che e' la stessa cosa - abbiamo cominciato a lavorare li'. Tutto da fare, tutto da inventare, un percorso da costruire, sul quale trascinare gli altri, convinte che li avremmo fatti piu' felici. Perche' noi siamo i buoni in un'azienda di cattivi. Quelli che si occupano di redistribuire i soldi, di ribilanciare gli interessi, quelli che hanno lo sguardo al valore di lungo periodo e non al profitto di breve termine. Noi siamo la sostenibilita' in una multinazionale del petrolio, e ho detto tutto. Quante volte i colleghi mi hanno detto: "voi si' che fate cose interessanti, voi si' che fate un bel mestiere." E' vero, e' un bellissimo mestiere, con tutto il dolore delle contraddizioni, dello stare sul crinale perche' non sai e non hai modo di sapere se quando ti dicono che inquini i fiumi in Africa e' vero oppure no. Puoi solo rispondere che cerchi di non farlo, che se lo fai cercherai di farlo sempre meno. Devi cercare di non essere ridicolo negando l'evidenza e di continuare a crederci. Quindi un bel mestiere, che spesso fa venire il buco nello stomaco, perche' solo i cretini non hanno dubbi e quindi ne hai anche tu tutti i giorni.
Le differenze fra l'attuale lavoro e la proposta: quelle radicali sono due. La prima e' che non c'e' la mentore, nel senso che avrei io il suo ruolo. Questa e' la cosa piu' divertente di tutte, ammetto con un filo di superbia che e' l'aspetto che mi fa meno paura. Penso sinceramente, umilmente, di doverle tutto.
Di lei ho l'essere esigente fino alla maniacalita' (vi ricordo che tolgo a mano gli afidi alle rose invece di usare un semplice spray), da lei ho preso il coraggio e il non avere paura delle imprese che sembrano troppo grandi (lo dimostra il giardino intero, i pomodori che prosperano nella grande citta'), per lei ho "messo su il canino", come dice mio marito, nel senso che ho imparato a essere dura quando serve, a non temere il conflitto, a non essere sempre troppo gentile. Troppo emiliana per questa citta'.
Di migliore, rispetto a lei, ho il fatto che voglio bene agli altri e, anche se sembra incredibile dato il mio portato di traumi adolescenziali, sono abbastanza convinta che gli altri vogliano bene a me. Sono meno spaventata, meno insicura, meno aggressiva perche' non ho bisogno d soffiare a chiunque mi voglia solo fare una carezza.
Per questo penso di poter fare onestamente, con dignita' e con una certa possibilita' di successo il mio mestiere nella nuova azienda.
Lei e' piu' geniale di me. Io sono piu' umana. Qualche vantaggio conto che ci sia.
La seconda gigantesca differenza e' che la nuova azienda e' percepita come buona quanto l'altra e' percepita come cattiva. Anche questa si occupa di bisogni primari: non energia, ma cibo. Pero' non ha addosso l'odore di zolfo, e' portatrice di un messaggio interessato, ma condivisibile, che invita a non mangiare carne, ma cereali e legumi.
Io sono un po' stanca di dire una cosa in cui credo, cioe' che l'emancipazione femminile, la scolarizzazione, la morte a novant'anni invece che a trenta sono sottoprodotti del petrolio. E' vero, ma e' duro.
E' bello pensare di andare a lavorare per qualcuno che non e' percepito come un male necessario, per qualcuno che ha inventato le sorprese nelle merende (o almeno me lo ricordo cosi'). Non che la' non ci sia nulla da ridistribuire. Si tratta di nutrire il pianeta, niente meno. Ma almeno non ci sono foto con i cormorani ricoperti di merda e i pescatori che pescano cadaveri perche' e' esplosa una piattaforma e a te sembra di prendere tutti in giro.
Qual e' il problema, direte voi? Ti danno soldi per fare qualcosa che pensi di saper fare, lontano da colei che ti ha dato tutto quello che poteva darti e adesso ti succhia solo allegria e fiducia nel mondo, in un'azienda che rispecchia quello che sei o vorresti essere.
Il fatto e' che devo trasferirmi dalla citta' in cui vivo, andare a stare in una deliziosa cittadina piu' piccola, piu' vicina al posto dove sono nata, dove la gente, probabilmente, non se ne fara' niente del mio canino, che piano piano regredira', riportandomi a essere una personcina per bene invece che un lupo mannaro.
Devo lasciare mio marito, i gatti, il giardino per quattro notti la settimana. Sperando che un giorno o l'altro lui, loro e le piante salgano su un camion e mi raggiungano, il che mi allontanerebbe dai miei vicini, da quest'equilibrio precario e prezioso che ho costruito in quest'anno.
Adesso che ho capito che il lavoro non e' tutto, che mi interessa la mia vita, che mi importa dei gesti piccoli, dello strofinare le foglie di limone fra le dita per sentire l'odore, del bollettino dei boccioli sbocciati la mattina, dei passi sul pavimento caldo di sole del giardino. Adesso che so cosa vuol dire sedere con la brezza fra i capelli sul dondolo la sera, osservare l'ortensia che cambia colore, bere il cappuccino passeggiando fra pomodori e zucchine, spazzare i cadaveri di scarafaggio che la gatta piccola mi ha portato nella notte intorno al letto, trovare una piantina del vicino misterioso da piantare in cortile, desiderare almeno un po' un figlio.
Adesso che c'e' pace qui, fra i muri protetti della casa che mai ho avuto il coraggio di sognare, che ci sono i pantaloni a righe e la luna appesa nel buco fra i tetti postindustriali, che c'e' mio marito sul divano e la pizza mangiata fuori, l'albero di Natale fatto con i rami potati delle tuje, la poesia di un tempo che finalmente puo' rallentare.
Occorre sognare un monolocale che abbia almeno un pezzetto di giardino o un piccolo balcone. Occorre sperare che il suo ottimismo sia premiato e che fra solo un anno trovi un lavoro anche lui nella piccola citta'. Bisogna pensare che il gatto grande non si offendera' e che nel suo modo strano mi vorra' ancora bene anche se lo tradiro' andandomene. Che la piccola non dimentichi come mi fa le fusa.
C'e' un'altra casa da sognare, dubitando che possa essere felice come questa, piante che si spera sapro' acclimatare e che non prenderanno malattie terribili fra il lunedi' e il venerdi'. Ci sono bambini che non verranno su nemmeno in questa casa, una piscinetta gonfiabile in fondo al giardino che non esistera' mai.
Un dolore sordo di una vita destinata a essere sempre di corsa, condannata a non conoscere decrescita e rassegnazione anche quando li desidera e li ha ottenuti.
Mi sento come se di nuovo fosse comparso il destino a dirmi cosa devo fare, perche' l'oggi e' gia' ritornato solo un'attesa di domani.
Vorrei potermi fidare della voce che ho dentro, che e' limpida come quella di un cantante di quando ero bambina, che aveva un ritornello che diceva: "hai davanti un alto viaggio e una citta' per cantare" e sperare che, alla fine di quel viaggio non ci sia ancora un altro viaggio, ma un giardino, i miei gatti e mio marito, con un bambino di qualunque colore in braccio.
Ho piantato rucola e basilico, oggi pomeriggio, mentre facevo questi pensieri. Pensavo di non voler seminare solo piante annuali. Pensavo che voglio essere una quercia e non un piumino di tiglio, che non voglio correre il rischio di volare via lontano da lui e da loro.
Bisognera' solo stare a vedere se il mio destino me lo consentira'.
giovedì 19 maggio 2011
Il richiamo del Bianconiglio
Stasera sono uscita dall'ufficio in lacrime. La guerra era finita, finita davvero, con uno di quei gesti ufficiali che sanciscono che non si puo' piu' tornare indietro. Diciamo che era appena stata aperta la crisi di Governo, da stasera il Paese va ufficialmente avanti senza di me. Mi resta da fare ordinaria amministrazione come durante il semestre bianco.
Piangevo non per tristezza, non per rimpianto, nemmeno per ripensamento. Piangevo parlando al telefono con la mia mamma, perche' e' finito senza poesia un capitolo della mia vita che e' durato tanti anni e se ne apre uno nuovo in cui il lavoro dovra' avere per scelta un altro aspetto, un'altra forma e molta meno passione. Per certi versi era un addio alla giovinezza lavorativa, quella degli entusiasmi e del crederci fino in fondo, come se fossi arrivata tu con in tasca la ricetta per non far sembrare insalata le primule dieci giorni dopo che le hai comprate. Solo che se quel trucco esistesse l'avrebbero scoperto diverse generazioni fa.
Camminavo verso la macchina, che rimane sempre sul fondo del parcheggio perche' non sono una persona mattiniera, anche se compenso restando finche' l'enorme spazio non resta vuoto, la mia piccola vettura con gli occhi da ranocchia che attende come il cocchio di Cenerentola gia' ritrasformato in zucca.
Parlavo con mia mamma della profonda delusione di questa fine burocratica e asettica, di quanto mi sentissi da mesi una vera cretina, che non aveva capito che dai diamanti non nasce niente, in senso letterale. Dicevo che, anzi, non paga di aver seminato, scrutato la terra, innaffiato i germogli, ora mi stupivo pure di trovarmi davanti una gigantesca pianta carnivora che voleva mordermi un dito. Insomma, uno di quei momenti di sano autolesionismo a cui la mia povera mamma si e' ormai assuefatta, anche se un giorno mi mandera' a quel paese con un immenso effetto liberatorio che la purifichera' finalmente da tutte le malattie che purtroppo ha addosso.
Mi guardavo i piedi, come al solito. Mio marito dice che ho il radar, perche' trovo sempre le monetine per terra. Il fatto non e' imputabile a uno spiccato spirito di osservazione, ma e' il retaggio della mia nota sindrome maniaco depressiva, la stessa che provoca l'ipocondria.
Ve lo raccontero' un'altra volta, ma da adolescente sono stata molto malata e, per un periodo, ho avuto paura dell'Aids. Cosa anche abbastanza normale, direte voi, non e' che sia un raffreddore. Peccato che io avessi molto timore di pungermi con una siringa lasciata per terra e che questo abbia significato per anni girare con gli anfibi anche in piena estate, far sdraiare prima di me la mia amica sulla sabbia al mare per assicurarmi che il telo non fosse posato su un ago, non sedermi al cinema a luci spente, togliermi letteralmente il primo strato di pelle con l'alcool ogni giorno per disinfettarmi da presunti contatti pericolosi.
Insomma, anni di vita difficile che mi hanno lasciato il radar, ovvero il guardare costantemente e inconsciamente dove metto i piedi. Cosi' trovo le monetine, ma mi perdo il paesaggio. Cosa volete, poteva andare peggio, mi consente di fare l'indifferente e vivere abbastanza normalmente. Vi assicuro che era peggio spiegare alle persone perche' dovevano tenere chiusi i finestrini quando io ero in macchina, dal momento che una siringa colpita di taglio da una ruota poteva saltare dentro l'auto dal vetro aperto e pungermi.
A un certo punto, pero', almeno per individuare la macchina, ho alzato gli occhi e li ho visti.
I coniglietti saltellavano su un piccolo pezzo di prato di un verde perfetto fra la fine del parcheggio e la strada trafficata, separata da un terrapieno. Erano tre o quattro, attenti ma non troppo sospettosi. Tutti marroni e con la forma esatta di un disegno di maestre a forma di coniglietto. Quei particolari coniglietti hanno il di sotto della coda bianca, cosa abbastanza paradossale calcolando che da li' escono i bisogni. A rigor di logica sarebbe stato piu' sensato farli tutti bianchi e li' sotto marroni. Invece no, sono al contrario, forse proprio per enfatizzare quel gran senso di compostezza e pulizia che emanano. Mi hanno osservata passare, voglio pensare che ormai mi conoscano e non mi considerino un pericolo, perche' li vedo spesso. Mi sono fermata e hanno drizzato le orecchie, che sono di mezza lunghezza, seduti sulle gambe posteriori. Poi si sono messi a quattro zampe e mostrandomi il sedere bianco sotto al codino corto si sono mossi a balzelli verso una radura. Non ci sono volpi ne' cacciatori nel parcheggio, quindi mi sono sembrati abbastanza soddisfatti. In natura penso che quel pezzetto bianco sia un po' come il centro di un bersaglio, il modo inventato dalla natura per fare in modo che i predatori li mirassero meglio ed evitare cosi' che il mondo si ritrovi ricoperto di coniglietti. Sono contenta, pero', che abbiano trovato un posto dove vivere sereni, ammiccandomi di tanto in tanto. La scena, pero', restava abbastanza surreale.
Voi capite che e' quasi piu' facile far credere alla persone che le siringhe possono passare dal finestrino piuttosto che convincerle che ci sono i coniglietti nel parcheggio di una multinazionale petrolifera, quindi non l'ho detto a nessuno.
Pero' ho pensato che un giorno li seguiro' in mezzo alla radura, come in un romanzo di Carroll, per scoprire un mondo all'incontrario dove quello che qui su ha valore non ne ha. Allora smettero' di piangere e anche di parlare al telefono.
Oppure, ho pensato poi, forse non lo so, ma li ho gia' seguiti.
Piangevo non per tristezza, non per rimpianto, nemmeno per ripensamento. Piangevo parlando al telefono con la mia mamma, perche' e' finito senza poesia un capitolo della mia vita che e' durato tanti anni e se ne apre uno nuovo in cui il lavoro dovra' avere per scelta un altro aspetto, un'altra forma e molta meno passione. Per certi versi era un addio alla giovinezza lavorativa, quella degli entusiasmi e del crederci fino in fondo, come se fossi arrivata tu con in tasca la ricetta per non far sembrare insalata le primule dieci giorni dopo che le hai comprate. Solo che se quel trucco esistesse l'avrebbero scoperto diverse generazioni fa.
Camminavo verso la macchina, che rimane sempre sul fondo del parcheggio perche' non sono una persona mattiniera, anche se compenso restando finche' l'enorme spazio non resta vuoto, la mia piccola vettura con gli occhi da ranocchia che attende come il cocchio di Cenerentola gia' ritrasformato in zucca.
Parlavo con mia mamma della profonda delusione di questa fine burocratica e asettica, di quanto mi sentissi da mesi una vera cretina, che non aveva capito che dai diamanti non nasce niente, in senso letterale. Dicevo che, anzi, non paga di aver seminato, scrutato la terra, innaffiato i germogli, ora mi stupivo pure di trovarmi davanti una gigantesca pianta carnivora che voleva mordermi un dito. Insomma, uno di quei momenti di sano autolesionismo a cui la mia povera mamma si e' ormai assuefatta, anche se un giorno mi mandera' a quel paese con un immenso effetto liberatorio che la purifichera' finalmente da tutte le malattie che purtroppo ha addosso.
Mi guardavo i piedi, come al solito. Mio marito dice che ho il radar, perche' trovo sempre le monetine per terra. Il fatto non e' imputabile a uno spiccato spirito di osservazione, ma e' il retaggio della mia nota sindrome maniaco depressiva, la stessa che provoca l'ipocondria.
Ve lo raccontero' un'altra volta, ma da adolescente sono stata molto malata e, per un periodo, ho avuto paura dell'Aids. Cosa anche abbastanza normale, direte voi, non e' che sia un raffreddore. Peccato che io avessi molto timore di pungermi con una siringa lasciata per terra e che questo abbia significato per anni girare con gli anfibi anche in piena estate, far sdraiare prima di me la mia amica sulla sabbia al mare per assicurarmi che il telo non fosse posato su un ago, non sedermi al cinema a luci spente, togliermi letteralmente il primo strato di pelle con l'alcool ogni giorno per disinfettarmi da presunti contatti pericolosi.
Insomma, anni di vita difficile che mi hanno lasciato il radar, ovvero il guardare costantemente e inconsciamente dove metto i piedi. Cosi' trovo le monetine, ma mi perdo il paesaggio. Cosa volete, poteva andare peggio, mi consente di fare l'indifferente e vivere abbastanza normalmente. Vi assicuro che era peggio spiegare alle persone perche' dovevano tenere chiusi i finestrini quando io ero in macchina, dal momento che una siringa colpita di taglio da una ruota poteva saltare dentro l'auto dal vetro aperto e pungermi.
A un certo punto, pero', almeno per individuare la macchina, ho alzato gli occhi e li ho visti.
I coniglietti saltellavano su un piccolo pezzo di prato di un verde perfetto fra la fine del parcheggio e la strada trafficata, separata da un terrapieno. Erano tre o quattro, attenti ma non troppo sospettosi. Tutti marroni e con la forma esatta di un disegno di maestre a forma di coniglietto. Quei particolari coniglietti hanno il di sotto della coda bianca, cosa abbastanza paradossale calcolando che da li' escono i bisogni. A rigor di logica sarebbe stato piu' sensato farli tutti bianchi e li' sotto marroni. Invece no, sono al contrario, forse proprio per enfatizzare quel gran senso di compostezza e pulizia che emanano. Mi hanno osservata passare, voglio pensare che ormai mi conoscano e non mi considerino un pericolo, perche' li vedo spesso. Mi sono fermata e hanno drizzato le orecchie, che sono di mezza lunghezza, seduti sulle gambe posteriori. Poi si sono messi a quattro zampe e mostrandomi il sedere bianco sotto al codino corto si sono mossi a balzelli verso una radura. Non ci sono volpi ne' cacciatori nel parcheggio, quindi mi sono sembrati abbastanza soddisfatti. In natura penso che quel pezzetto bianco sia un po' come il centro di un bersaglio, il modo inventato dalla natura per fare in modo che i predatori li mirassero meglio ed evitare cosi' che il mondo si ritrovi ricoperto di coniglietti. Sono contenta, pero', che abbiano trovato un posto dove vivere sereni, ammiccandomi di tanto in tanto. La scena, pero', restava abbastanza surreale.
Voi capite che e' quasi piu' facile far credere alla persone che le siringhe possono passare dal finestrino piuttosto che convincerle che ci sono i coniglietti nel parcheggio di una multinazionale petrolifera, quindi non l'ho detto a nessuno.
Pero' ho pensato che un giorno li seguiro' in mezzo alla radura, come in un romanzo di Carroll, per scoprire un mondo all'incontrario dove quello che qui su ha valore non ne ha. Allora smettero' di piangere e anche di parlare al telefono.
Oppure, ho pensato poi, forse non lo so, ma li ho gia' seguiti.
Il nocciolo del problema e' un nocciolo di ciliegia
Domandona del millennio: cosa conta nella vita?
Quando mi sono posta la questione del cambiamento nella mia vita, ovviamente la prima leva che ho pensato di muovere e' stata quella professionale. Hai sbagliato tutto nella vita? Cambia lavoro! E' la risposta piu' ovvia, quella che la societa' suggerisce. Mica con tutti i torti. In ufficio ci passo una media di dieci ore al giorno nei periodi tranquilli, due mesi fa ne facevo dodici ininterrotte perche' dovevo finire il documento e poi non e' servito a nulla. Ininterrotte senza pausa pranzo, senza caffe', senza uno sguardo a corriere.it, niente. Solo lavoro fitto. Quindi cambiare quello che fai nel cento per cento delle tue ore di veglia e' un'idea ragionevole.
Mi sono guardata in giro, ho mosso qualche pedina e, siccome sono sempre stata una bambina diligente, sono arrivate altre opportunita', dentro e fuori dalla mia azienda.
Il problema e' che il tempo fra aziende e lavoratori e' asimmetrico. A te chiedono capacita' immediata di reagire, loro si prendono i mesi.
Nel frattempo sono successe delle cose.
Ho scoperto che mi faceva piacere pensare e che ero ancora capace di tradurre i pensieri in parole che rispecchiavano me e non la corporate identity di una multinazionale. Belle o brutte non lo so, ma mie, non negoziate con altre mille voci, non mediate da una costante epurazione di senso compiuto. Frasi da cui erano banditi i grandi mali del linguaggio aziendale: i pertanto, gli acciocche' (giuro, c'e' chi scrive acciocche'), l'aggettivo "specifico" e le best practices, normalmente pronunciate bestpratics. Discorsi che non avevano bisogno di essere resi seri e istituzionali da parole astruse o perifrasi agghiaccianti. Concetti che volevano essere tali, senza paura e senza mezze intenzioni.
E' fiorito il giardino, con il suo carico di piacevoli impegni e di idee, quelle che fanno dire a qualcuno in un libro che un giorno comprero', che per il momento ho solo sfogliato, che un giardiniere vive nel futuro. In effetti non riesco a guardare le piante senza pensare alle cassette che mettero' sugli angoli dei muri l'anno prossimo, al rinvaso che dovro' fare degli oleandri, che sono il doppio dello scorso anno e ormai scoppiano nelle loro conche. Ieri sera leggendo un manualone enciclopedico ho scoperto che il prezzemolo vuole l'ombra, a differenza delle altre aromatiche, quindi potro' riempire anche lo scaffale piu' basso dell'orto pensile. Ho ritrovato la gioia smarrita nell'inverno di osservare per mezz'ora da vicino le mie rose, che beneficiano dell'attenzione costante, e di scoprire un uovo di pidocchio prima che sulla stessa foglia ne spuntino cento. E' esploso di nuovo il rincosperno - il mio e quello del vicino - con quell'odore dolciastro che e' casa mia, senza dubbio. Quest'anno al mio giardino si e' aggiunto quello comune e la gioia dell'ennesima signora che ti ferma sulle scale per dirti quanto e' piu' bello tornare a casa con tutte quelle rose rosse che esplodono da quasi un mese sul muro del garage.
I gatti sono diventati sempre piu' amabili questa primavera. Forse perche' hanno smesso del tutto di considerarmi e sono belli da osservare, selvatici e indipendenti come tigrotti cresciuti male. Me l'ha detto anche la veterinaria quando sono andata a farli vaccinare. E' stata una lotta tenerli fermi, mentre miagolavano come se li stessimo scannando, sullo sfondo di un coro di dalmata e cani minori che si associavano alla passione dei due poveri cristi dalla sala d'aspetto. Come sono cambiati, mi ha detto. Soprattutto il grande, che conosco da sempre. E' diventato adulto e animale, dopo anni queruli da bambino a quattro zampe, dipendente dalla madre fittizia che ero io. Mi sono inorgoglita, mi e' sembrato di avere fatto di piu' nella vita garantendo la felicita' - attraverso una finestrella a bascula e un giardino - a due esseri che non hanno chiesto di venire al mondo, ne' di essere al mio fianco che diventando amministratore delegato di un'azienda.
Deve essere, nel piccolo, quello che si prova ad aver fatto il tuo come genitore, assicurando la prossima generazione di disgraziati a questo pianeta. Esagerato, ma mi sono sentita cosi'.
Arrivo al punto. Oggi ho fatto l'ennesimo colloquio finale, nella fighissima sede di una fighissima societa' di cacciatori di teste, che con una definizione cosi' uno di base dovrebbe scappare, invece in questo mondo storto si aspetta con trepidazione una loro chiamata.
Mi hanno detto quanto sono stata brava a passare decine di colloqui clone con gente clone, solo ogni volta un po' piu' importante.
Mi hanno detto quanto si aspettano da me, quanto attendono con ansia il mio impegno, il mio contributo, la mia voglia di fare.
Mi hanno parlato della bellezza di costruire la mia struttura e di mettere me stessa in un progetto. Che e' un foglio bianco.
Mi hanno chiesto dedizione e collaborazione e attenzione e un sacco di altre cose che finiscono in zione.
Io non riuscivo a pensare altro se non che non avevo abbastanza voglia. Che non ero la persona per loro. Che le cose che finiscono in zione da dare per soldi le avevo finite. Che volevo mettere tutta la mia capacita' di zione in gratuita' e bisogno di stare in comune. Pensavo che avrei dovuto cambiare casa, vedere meno le persone a cui voglio bene e i miei gatti, senza che questo risolvesse il mio problema di relazione con l'azienda, perche' questa avrebbe cambiato nome, ma non pelle o missione.
Non voglio smettere di lavorare. Non so lavorare per soldi, ma so lavorare per la dignita' del lavoro. Voglio che il lavoro sia la mia vita, ma non escluda la mia vita. Sono slogan, lo so, ma sento che devono diventare veri, anche se non so come. Mi hanno detto che hanno messo a punto il pacchetto, che presto mi faranno "la proposta". Puo' darsi che mi offrano molti soldi, mi promettano prestigio e indipendenza, mi facciano sentire importante dandomi benefici di molti tipi diversi. Spero di riuscire a mantenere il coraggio di sentire ancora quel no in fondo allo stomaco, quel senso di ingiustizia per me che ho provato oggi, a dispetto della tentazione sociale del non poter dire di no. E' vero che i treni passano una volta sola e che potrei pentirmi amaramente di questi pensieri. Potrebbe anche capitare che ancora una volta alla fine faccia la scelta che ci si aspetta da me, quella della brava bambina con i desideri sociali ben interiorizzati e l'ambizione sana a guidarla. Stasera non lo so.
Penso solo che quel miscuglio di desideri, paure e indecisioni che ho in fondo allo stomaco sia come il nocciolo di una ciliegia. Puoi sputarlo e far finta che sia un rifiuto. Puoi deglutirlo e buttarlo via con la cacca, dopo essertelo tenuto un po' in pancia. Puoi piantarlo per terra. Novantanove volte su cento non succede niente. Ma i ciliegi stanno qui a testimoniare che una volta almeno cresce una pianta.
Quando mi sono posta la questione del cambiamento nella mia vita, ovviamente la prima leva che ho pensato di muovere e' stata quella professionale. Hai sbagliato tutto nella vita? Cambia lavoro! E' la risposta piu' ovvia, quella che la societa' suggerisce. Mica con tutti i torti. In ufficio ci passo una media di dieci ore al giorno nei periodi tranquilli, due mesi fa ne facevo dodici ininterrotte perche' dovevo finire il documento e poi non e' servito a nulla. Ininterrotte senza pausa pranzo, senza caffe', senza uno sguardo a corriere.it, niente. Solo lavoro fitto. Quindi cambiare quello che fai nel cento per cento delle tue ore di veglia e' un'idea ragionevole.
Mi sono guardata in giro, ho mosso qualche pedina e, siccome sono sempre stata una bambina diligente, sono arrivate altre opportunita', dentro e fuori dalla mia azienda.
Il problema e' che il tempo fra aziende e lavoratori e' asimmetrico. A te chiedono capacita' immediata di reagire, loro si prendono i mesi.
Nel frattempo sono successe delle cose.
Ho scoperto che mi faceva piacere pensare e che ero ancora capace di tradurre i pensieri in parole che rispecchiavano me e non la corporate identity di una multinazionale. Belle o brutte non lo so, ma mie, non negoziate con altre mille voci, non mediate da una costante epurazione di senso compiuto. Frasi da cui erano banditi i grandi mali del linguaggio aziendale: i pertanto, gli acciocche' (giuro, c'e' chi scrive acciocche'), l'aggettivo "specifico" e le best practices, normalmente pronunciate bestpratics. Discorsi che non avevano bisogno di essere resi seri e istituzionali da parole astruse o perifrasi agghiaccianti. Concetti che volevano essere tali, senza paura e senza mezze intenzioni.
E' fiorito il giardino, con il suo carico di piacevoli impegni e di idee, quelle che fanno dire a qualcuno in un libro che un giorno comprero', che per il momento ho solo sfogliato, che un giardiniere vive nel futuro. In effetti non riesco a guardare le piante senza pensare alle cassette che mettero' sugli angoli dei muri l'anno prossimo, al rinvaso che dovro' fare degli oleandri, che sono il doppio dello scorso anno e ormai scoppiano nelle loro conche. Ieri sera leggendo un manualone enciclopedico ho scoperto che il prezzemolo vuole l'ombra, a differenza delle altre aromatiche, quindi potro' riempire anche lo scaffale piu' basso dell'orto pensile. Ho ritrovato la gioia smarrita nell'inverno di osservare per mezz'ora da vicino le mie rose, che beneficiano dell'attenzione costante, e di scoprire un uovo di pidocchio prima che sulla stessa foglia ne spuntino cento. E' esploso di nuovo il rincosperno - il mio e quello del vicino - con quell'odore dolciastro che e' casa mia, senza dubbio. Quest'anno al mio giardino si e' aggiunto quello comune e la gioia dell'ennesima signora che ti ferma sulle scale per dirti quanto e' piu' bello tornare a casa con tutte quelle rose rosse che esplodono da quasi un mese sul muro del garage.
I gatti sono diventati sempre piu' amabili questa primavera. Forse perche' hanno smesso del tutto di considerarmi e sono belli da osservare, selvatici e indipendenti come tigrotti cresciuti male. Me l'ha detto anche la veterinaria quando sono andata a farli vaccinare. E' stata una lotta tenerli fermi, mentre miagolavano come se li stessimo scannando, sullo sfondo di un coro di dalmata e cani minori che si associavano alla passione dei due poveri cristi dalla sala d'aspetto. Come sono cambiati, mi ha detto. Soprattutto il grande, che conosco da sempre. E' diventato adulto e animale, dopo anni queruli da bambino a quattro zampe, dipendente dalla madre fittizia che ero io. Mi sono inorgoglita, mi e' sembrato di avere fatto di piu' nella vita garantendo la felicita' - attraverso una finestrella a bascula e un giardino - a due esseri che non hanno chiesto di venire al mondo, ne' di essere al mio fianco che diventando amministratore delegato di un'azienda.
Deve essere, nel piccolo, quello che si prova ad aver fatto il tuo come genitore, assicurando la prossima generazione di disgraziati a questo pianeta. Esagerato, ma mi sono sentita cosi'.
Arrivo al punto. Oggi ho fatto l'ennesimo colloquio finale, nella fighissima sede di una fighissima societa' di cacciatori di teste, che con una definizione cosi' uno di base dovrebbe scappare, invece in questo mondo storto si aspetta con trepidazione una loro chiamata.
Mi hanno detto quanto sono stata brava a passare decine di colloqui clone con gente clone, solo ogni volta un po' piu' importante.
Mi hanno detto quanto si aspettano da me, quanto attendono con ansia il mio impegno, il mio contributo, la mia voglia di fare.
Mi hanno parlato della bellezza di costruire la mia struttura e di mettere me stessa in un progetto. Che e' un foglio bianco.
Mi hanno chiesto dedizione e collaborazione e attenzione e un sacco di altre cose che finiscono in zione.
Io non riuscivo a pensare altro se non che non avevo abbastanza voglia. Che non ero la persona per loro. Che le cose che finiscono in zione da dare per soldi le avevo finite. Che volevo mettere tutta la mia capacita' di zione in gratuita' e bisogno di stare in comune. Pensavo che avrei dovuto cambiare casa, vedere meno le persone a cui voglio bene e i miei gatti, senza che questo risolvesse il mio problema di relazione con l'azienda, perche' questa avrebbe cambiato nome, ma non pelle o missione.
Non voglio smettere di lavorare. Non so lavorare per soldi, ma so lavorare per la dignita' del lavoro. Voglio che il lavoro sia la mia vita, ma non escluda la mia vita. Sono slogan, lo so, ma sento che devono diventare veri, anche se non so come. Mi hanno detto che hanno messo a punto il pacchetto, che presto mi faranno "la proposta". Puo' darsi che mi offrano molti soldi, mi promettano prestigio e indipendenza, mi facciano sentire importante dandomi benefici di molti tipi diversi. Spero di riuscire a mantenere il coraggio di sentire ancora quel no in fondo allo stomaco, quel senso di ingiustizia per me che ho provato oggi, a dispetto della tentazione sociale del non poter dire di no. E' vero che i treni passano una volta sola e che potrei pentirmi amaramente di questi pensieri. Potrebbe anche capitare che ancora una volta alla fine faccia la scelta che ci si aspetta da me, quella della brava bambina con i desideri sociali ben interiorizzati e l'ambizione sana a guidarla. Stasera non lo so.
Penso solo che quel miscuglio di desideri, paure e indecisioni che ho in fondo allo stomaco sia come il nocciolo di una ciliegia. Puoi sputarlo e far finta che sia un rifiuto. Puoi deglutirlo e buttarlo via con la cacca, dopo essertelo tenuto un po' in pancia. Puoi piantarlo per terra. Novantanove volte su cento non succede niente. Ma i ciliegi stanno qui a testimoniare che una volta almeno cresce una pianta.
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