Peccato che non sia una "early morning person". Stamattina mi sono alzata prestissimo per accompagnare A. in stazione. E' venuto a trovarmi nella città bassotto (giuro che vi spiego presto cosa vuol dire) e stamattina tornava a Casa. Casa con la maiuscola, uniformemente quella nostra e dei gatti e la città che non ho mai sentito bella e mia e perfetta come ora che sono qui.
Pian piano è venuto giorno sulle edicole illuminate e sui bar già aperti. Ora soffia un vento che dicono porterà un freddo che per fortuna non vuole venire. Voglio pensare che resti estate per me, per addolcire queste prime settimane lontane.
Ho ascoltato il discorso di Steve Jobs, il celebre Stay hungry, Stay foolish di Stanford, ho pianto un pochino per quest'uomo che non è mai stato il mio guru ma che dice una cosa che io sento nello stomaco da sempre: la vicinanza costante della morte, l'impossibilità di rimuoverne il pensiero e la conseguente necessità di essere vivi ogni giorno in modo speciale, di stare accesi, di amare molto e di fare solo ed esclusivamente quello che fa sentire in pace.
Il profondo egoismo che viene dal non essere capaci di pensarsi sempre alla prima settimana di una vacanza di due è forse la caratteristica più costante del mio carattere mutevole.
Da questa vengono i pomodori, il silenzio interiore che mi danno, l'effimera idea di eternità che è la stessa di questa mattina in cui il sole sale piano.
In cui guardo la foto sulla scrivania, vedo mio marito e me in un viaggio di nozze lontano, più giovani ma non più leggeri, e penso che non vale la pena nient'altro che accompagnarci reciprocamente in stazione essendo capaci di restare molto vicini.
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venerdì 7 ottobre 2011
sabato 25 giugno 2011
Notte in citta'
Case che non dormono, clima di citta'.
Grida sgraziate dal terzo piano, dove poverta' e ignoranza combattono per calpestare dignita'.
Malattie nascoste al piano di sopra, sconfitte con una risata di giorno, paura che gela le ossa solo al buio, in un gemito sul soffitto.
Signore che scendono dal quarto piano per indagare il destino di un photus, con le ciabatte e la vestaglia a fiori, le chiavi che tintinnano in una mano, ottantatre anni e ancora cucire a macchina, per pagare la parrucchiera e sentirsi vivi.
Fighetti da loft che sputano sentenze e poi si vergognano quando passano nel cortile comune, cosi' inadatti alla socialita' semplice di un condominio da fare compassione.
Luci da tante finestre stanche, in alcune si fara' rumorosamente l'amore, perche' e' sabato. Sempre che il bambino si addormenti, che e' gia' mezzanotte ed e' ancora sveglio come un grillo.
Lotte feroci di gatti che si contendono un territorio infinito, perdita d'occhio di tetti e fabbriche che ancora traspirano, dopo vent'anni di inattivita', il sudore degli uomini.
Palazzoni che crescono veloci, per appartamenti gia' tutti comprati. Case basse che si rattrappiscono nell'ombra, che hanno paura si morire.
Zanzare che si trattengono a fianco delle orecchie, annusano l'autan e se ne vanno. Lasciano una scia di rumore che e' tutta vita, mentre i lombrichi scavano grotte nei vasi che sembra quasi di sentirli. Un giorno, forse, ritorneranno le lucciole.
Musica da un ristorante ecuadoregno o da una casa ecuadoregna, perche' ci sono poche regole chiare e una di queste e' che si lavora come schiavi tutta la settimana, ma al sabato sera si canta e si balla.
Modem e connessioni vecchio stile per un adolescente frustrato che cerca il porno sul web usando il computer della sua grassa madre, che cerca di dormire e gli dice spegni. Nemmeno le seghe davanti allo schermo ci si puo' fare, in una casa cosi' piccola. Per forza poi mi scrivono che sono una checca sulla saracinesca di fronte a casa.
Con un padre che nemmeno lo accompagna a pulire quella scritta.
Cagnolini di migranti, emblema del pregiudizio. Ho pensato che il ragazzo dal sorriso candido che abita di fronte fosse un badante, che il barboncino fosse di un'anziana signora.
Non e' cosi', e' solo il suo cane. Mi ha fatto strano, come se un ragazzo del bangladesh non potesse avere un cane da compagnia. Come se quello fosse un accessorio che non si possono permettere quelli che devono costruirsi qui una vita, come se avessero diritto solo a conquistarsi l'essenziale. Che pensiero stupido, che una persona non possa volere un cane solo perche' non parla italiano.
Rose che si aprono perfette, pomodori che maturano, lampade che illuminano pavimenti che si raffreddano.
Una sirena che passa lontana. L'altra notte un ragazzo di vent'anni ha ammazzato due ragazzi di vent'anni, in questa citta'. Poi si e' fatto accompagnare dai suoi genitori alla caserma dei carabinieri. Ha detto che non sa perche' l'ha fatto ne' come l'ha fatto. Forse e' stato un brutto sogno, ci sveglieremo fra poco, deve avergli detto sua madre.
Luci soffuse e nessuna paura, niente di male puo' accadere in questo terrazzo che e' un nido fra le case, che tutti possono godere.
Una civetta ripete il suo suono monotono e familiare, un rumore di campagna fra i molti che si sentono, se solo si sta a sentire lo strato sotto i televisori.
Se tutti gli uomini sparissero, questa citta' sarebbe altrettanto viva.
Se tutti gli uomini sapessero di essere uguali ai fiori, ai gatti, agli uccelli, questa citta' sarebbe in pace.
Grida sgraziate dal terzo piano, dove poverta' e ignoranza combattono per calpestare dignita'.
Malattie nascoste al piano di sopra, sconfitte con una risata di giorno, paura che gela le ossa solo al buio, in un gemito sul soffitto.
Signore che scendono dal quarto piano per indagare il destino di un photus, con le ciabatte e la vestaglia a fiori, le chiavi che tintinnano in una mano, ottantatre anni e ancora cucire a macchina, per pagare la parrucchiera e sentirsi vivi.
Fighetti da loft che sputano sentenze e poi si vergognano quando passano nel cortile comune, cosi' inadatti alla socialita' semplice di un condominio da fare compassione.
Luci da tante finestre stanche, in alcune si fara' rumorosamente l'amore, perche' e' sabato. Sempre che il bambino si addormenti, che e' gia' mezzanotte ed e' ancora sveglio come un grillo.
Lotte feroci di gatti che si contendono un territorio infinito, perdita d'occhio di tetti e fabbriche che ancora traspirano, dopo vent'anni di inattivita', il sudore degli uomini.
Palazzoni che crescono veloci, per appartamenti gia' tutti comprati. Case basse che si rattrappiscono nell'ombra, che hanno paura si morire.
Zanzare che si trattengono a fianco delle orecchie, annusano l'autan e se ne vanno. Lasciano una scia di rumore che e' tutta vita, mentre i lombrichi scavano grotte nei vasi che sembra quasi di sentirli. Un giorno, forse, ritorneranno le lucciole.
Musica da un ristorante ecuadoregno o da una casa ecuadoregna, perche' ci sono poche regole chiare e una di queste e' che si lavora come schiavi tutta la settimana, ma al sabato sera si canta e si balla.
Modem e connessioni vecchio stile per un adolescente frustrato che cerca il porno sul web usando il computer della sua grassa madre, che cerca di dormire e gli dice spegni. Nemmeno le seghe davanti allo schermo ci si puo' fare, in una casa cosi' piccola. Per forza poi mi scrivono che sono una checca sulla saracinesca di fronte a casa.
Con un padre che nemmeno lo accompagna a pulire quella scritta.
Cagnolini di migranti, emblema del pregiudizio. Ho pensato che il ragazzo dal sorriso candido che abita di fronte fosse un badante, che il barboncino fosse di un'anziana signora.
Non e' cosi', e' solo il suo cane. Mi ha fatto strano, come se un ragazzo del bangladesh non potesse avere un cane da compagnia. Come se quello fosse un accessorio che non si possono permettere quelli che devono costruirsi qui una vita, come se avessero diritto solo a conquistarsi l'essenziale. Che pensiero stupido, che una persona non possa volere un cane solo perche' non parla italiano.
Rose che si aprono perfette, pomodori che maturano, lampade che illuminano pavimenti che si raffreddano.
Una sirena che passa lontana. L'altra notte un ragazzo di vent'anni ha ammazzato due ragazzi di vent'anni, in questa citta'. Poi si e' fatto accompagnare dai suoi genitori alla caserma dei carabinieri. Ha detto che non sa perche' l'ha fatto ne' come l'ha fatto. Forse e' stato un brutto sogno, ci sveglieremo fra poco, deve avergli detto sua madre.
Luci soffuse e nessuna paura, niente di male puo' accadere in questo terrazzo che e' un nido fra le case, che tutti possono godere.
Una civetta ripete il suo suono monotono e familiare, un rumore di campagna fra i molti che si sentono, se solo si sta a sentire lo strato sotto i televisori.
Se tutti gli uomini sparissero, questa citta' sarebbe altrettanto viva.
Se tutti gli uomini sapessero di essere uguali ai fiori, ai gatti, agli uccelli, questa citta' sarebbe in pace.
sabato 18 giugno 2011
Dov'eravamo nascosti tutti, cercatori di bellezza?
Al Mercato della Terra ci sono i palloncini colorati di Slow Food e la gente che suona per i bambini.
Ci sono parecchi cani con l'espressione paziente e simpatica e tante persone che raccolgono biglietti da visita per aumentare l'elenco degli ordini del proprio g.a.s.
Al Mercato della Terra ci sono le tende color crema e il carrettino che vende i sorbetti. C'è il clima delle fiere di paese se non fosse che sui banchetti delle fiere di paese oggi ci sono solo magliette cinesi e cannoli siciliani.
Utili, le magliette cinesi, non sono mica qui a dire che non me le metto, per carità. Detesto avere la percezione di spendere molto denaro per cose poco importanti, per vestiti che quest'anno mi sembrano bellissimi e attendo con ansia che siano asciutti quando sono da lavare e l'anno prossimo mi sembreranno corti - stretti - lunghi - strani. Però alla sessantesima sciarpa a cinque euro con i ponpon d'acciaio in fondo mi stufo di guardare.
Veniamo ai cannoli siciliani, anche quelli sono un'invenzione sacrosanta, però non si capisce cosa ci facciano in massa in questo clima che non li valorizza per niente, troppo umido e poco elegante, che li fa sembrare unti e stantii e rende di plastica i canditi.
Al Mercato della Terra conoscono tutti Erbaviola, addirittura con il suo vero nome, e ho finalmente potuto comperare il suo celeberrimo libro sull'orto, da cui scoprirò che faccio sicuramente un sacco di idiozie e che i miei vegetali crescono solo perché hanno compassione di me.
Ho scoperto che esiste un sito che si chiama Ortiurbani che vende cose fatte apposta per l'orto in cassetta, ma che organizza anche corsi, così prima o poi farò il compost invece di buttare tutte quelle foglie e quelle puliture di zucchine.
Ho preso il biglietto di un signore che alleva polli e galline come si deve, così si è tranquilli per le uova e forse (ma ci devo riflettere, perché mi fa un po' senso anche se così è meno aberrante e più naturale) ogni tanto mangiare un po' di carne.
Si assaggia uno strepitoso pane di segale che mia suocera ha comprato perché fatto col lievito madre, che è una sua recente passione, si guardano le erbacee perenni, non se ne compra nessuna perché si ha ancora un pudore e la malva me la vado a prendere nei campi, si sorride a tutti e ci si sente a casa.
La domanda resta sempre quella: dove eravamo, o dov'ero io?
Perché sono stata sola tanto tempo con la mia voglia di bellezza, sentendomi anormale perché non ce la facevo più a essere circondata dal brutto?
Vi ho cominciato più volte a raccontare di com'è nato il giardino, mi sono sempre interrotta perché c'erano cose più importanti e urgenti da dire. Dovete sapere che prima di abitare qui vivevo a un'ora di tram piu' metro - o a quaranta minuti di motorino quando non c'era la neve - dal lavoro. Che avevo passato quattro anni a osservarmi da fuori, mentre aspettavo lo scambio di mezzi in uno spartitraffico battuto da piogge apocalittiche, alle nove di sera, prima di spingere per entrare in un tram pieno di persone bagnate e tristi come me. Scendevo in uno stradone con una sopraelevata, salivo all'ottavo piano e cercavo di tenere vivo un terrazzino di due metri per uno affacciato sul traffico, che avevo trasformato in una microscopica giungla capace di sorprendermi per la sua resistenza incredibili. Molte delle piante del giardino sono cresciute là, così come il gatto grande.
Poi a un certo punto avevo smesso di guardarmi marcire e avevo deciso che avevo voglia di bellezza, di facilità, di luce e di bianco. Di foglie su cui passare le dita per non ritrovarle nere di polvere.
Mio marito mi aveva guardato perplesso, lui amava e ama ancora quella casetta sul cavalcavia. Non aveva obiettato e da lì era cominciata la ricerca che ci ha portato qui, in questo piccolo parco sospeso dove non si sente passare una macchina e dove la luna appare più vicina.
Sembrava, però, una necessità strana, una cosa un po' anarcoide e incongrua, voler vivere in città e comprare una casa più lontana dal centro, con ottanta metri quadri di spese condominiali a cielo aperto.
Tutti quelli a cui lo dicevamo si chiedevano come mai con la stessa cifra non avessimo cercato un appartamento di lusso in una via più centrale, perché vivere in un quartiere anche un po' malfamato per amore di una pergola e di un pavimento caldo di sole su cui far sdraiare i gatti non sembrava una scelta scontata.
Al Mercato della Terra avrebbero capito tutti, nessuno avrebbe fatto la domanda.
Come se all'improvviso tutti avessero visto le cose con gli stessi occhi, che, per coincidenza, sono anche i miei.
Questo senso di comunità e di assonanza con il mondo è la sensazione più nuova di questa primavera ormai estate, è la piazza arancione delle amministrative, dei referendum, è questa mattina di mercato, è la stanchezza, il basta e la voglia di cambiare che leggo persino in ufficio negli occhi dei colleghi che si sono stancati di fare la guerra per dare un senso alla giornata e quindi gli scappa da ridere di fronte a chi cerca di alimentare una conflittualità e un'arroganza che a nessuno viene più naturale.
Non lo so se è una moda, se anche lo è meglio questa che quella che si incontra in Via della Spiga.
Non so se è la crisi economica, se è quella avrà avuto almeno un effetto positivo.
Non so se sarà il paradigma dei prossimi vent'anni, dopo gli ultimi venti di grigiore e opacità, se sarà la rovina del Paese o se ci sarà da vivere meglio per tutti.
So che sono in pace con i desideri degli altri perché mi assomigliano, per la prima volta da tanto. Che mi piace il tempo in cui vivo, per la sua capacità di fare uscire dalla rassegnazione all'improvviso o di registrare di colpo un cambiamento che forse era nell'aria da molto.
Penso che a trent'anni e poco piu', negli anni in cui e' il tuo turno plasmare il mondo, sia bello sentirsi così, non scollati anche se confusi, impegnati in un tentativo di riorganizzazione delle priorità che forse non è solo personale.
Oggi pomeriggio, mentre attendo l'ennesimo temporale, non mi sembra poco.
martedì 17 maggio 2011
Tre fragole in salsa bollywood, per favore
Ieri sera ho visto il mio nuovo film preferito. Il titolo e' "My name is Khan" e mi sento di consigliarlo a tutti.
Lo consiglio agli amici intellettuali di sinistra, perche' e' un film di Bollywood, che dopo The Millionaire va di gran moda. L'ha diretto un grande regista indiano, figlio di una dinastia di registi - in India molto funziona per dinastie. L'attore principale - assolutamente impressionante nel ruolo di Khan, che non e' un personaggio facile - e' affidato a uno che a me sembra brutto, ma che e' una specie di Brad Pitt del subcontinente. Sospetto che le ragioni dell'amore degli intellettuali per la nuova Bollywood siano due. La prima e' che, dopo decenni di cinema radical chic intimista francese, penso che per loro sia stato un sollievo andare al cinema e persino divertirsi, uscire gioiosi accennando qualche passo di danza e facendo le facce. Il secondo motivo e' che nessuno dei miei amici intellettuali di sinistra e' mai stato in un cinema di Jaipur, esperienza che molto fa riflettere sulla genialita' assoluta del genere umano, ma conferma anche senza ombra di dubbio che il cinema non e' una roba su cui farsi dei gran pipponi mentali e magari pure un paio di esami all'Universita' (ebbene si', li ho fatti, ma giuro che non facevano parte del piano di studi facoltativo). E' guardare una storia, caderci dentro, partecipare con urla e schiamazzi mentre i bambini ti colano il gelato sulle ginocchia, i loro genitori producono un fratellino due file piu' indietro e le signore sgranano i piselli in prima fila.
Comunque My name is Khan ha dentro di se' molte ragioni intellettuali e di sinistra che forniscono adeguata giustificazione morale. Parla abbastanza male degli Stati Uniti pur rispettandone i miti fondativi (se hai voglia di lavorare e' la terra delle opportunita'), e' ambientato nel periodo del grande cambio dall'epoca di Bush a quella del mio amico ortolano Obama, e' un elogio dell'onesta', del candore e del bene che trionfano grazie alla grande stampa watchdog (si', ho fatto anche un esame di giornalismo, se e' per questo. Devo crocifiggermi per il mio passato?), ma anche una spietata critica a ignoranza e qualunquismo.
Non meno importante, e' ambientato per buona parte in una San Francisco strepitosa.
My name is Khan piacera' anche agli amici pop, perche' e' una grande e meravigliosa storia d'amore, fatta di malattia, che racconta come si possa amare non solo una persona diversa, ma addirittura qualcuno che e' considerato un disabile. Il morbo che e' parte dell'identita' di Khan e' una forma di autismo che impedisce di leggere i sentimenti altrui, una specie di malattia dell'empatia. Una cosa che di per se' sembra precludere a priori una storia d'amore (come se poi i cosiddetti normali, soprattutto se maschi, fossero normalmente dotati di grandi capacita' di comprensione delle altrui emozioni) e invece no. I buoni sentimenti traboccano, si riversano sulla donna amata, ma anche su madri, fratelli e cognate, nonne nere incontrate per caso in cittadine dell'America profonda, interi caseggiati di Calcutta. Solo che non sono fatti di parole - perche' Khan non le sa dire - ma di fatti. Khan aggiusta quasi tutto, perche' la sua clamorosa intelligenza strana e' capace di capire i segreti di ogni meccanismo meccanico. Solo che poi aggiusta anche i destini.
Questo film si puo' consigliare anche a tutti quelli che hanno voglia di avventure, ma non di avventure sterili, in cui tutti si menano e uccidono apparentemente senza una valida ragione. Va bene per chi ha voglia di avventure politiche, di quelle che cambiano la storia, anche se nel piccolo. E' un film politico nel suo bisogno di concretezza. Un film operaio di parrucchiere e agenti di commercio, mica di principi e principesse. Di modesti maestri di scuola disoccupati che si rivelano grandi narratori, al massimo di professoresse fragili di piccole universita'. E' un film sulle religioni, sui sentimenti altruistici che possono stimolare e sulle catastrofi che piu' frequentemente possono generare.
Insomma, sono contenta perche' ho fatto un pepe (diminutivo di pepetrolio, coniato da mio marito che mi chiede alla sera:"hai scritto un pepe?") intero su un film e non ho detto nulla della trama, perche' odio quelli che ti dicono devi vedere questo film e poi te lo raccontano cosi' nei particolari che ti passa qualunque curiosita'. Fate cosi', guardatelo e poi rileggete quello che ho scritto, cosi' vediamo se ho azzeccato tutte le categorie cineaste.
Altre novita' della giornata: al momento ho tre fragole in maturazione. Calcolando che l'unica prodotta fino ad ora l'ho dovuta dividere a meta' col coniuge e che ero piu' interessata alla riuscita estetica dell'oggetto che al sapore nutro grandi aspettative.
Seconda novita': la mia citta', almeno in questo primo turno, ha sostenuto la mia voglia di cambiamento, con un risultato commovente e inaspettato.
Da domani cominciano due settimane molto dure, in cui mi aspetto di tutto da quelli che hanno governato fino a ora. Pero' quando cambiava il vento sulla banderuola del tetto della casa di Mary Poppins ci stava un bel po'. Speriamo che i dirigenti nazionali, da entrambe le parti, ci lascino in pace a discutere del futuro di questo posto, nell'orto che c'e' qui. Che la citta' non diventi il laboratorio di un bel niente. Che non si teorizzi un domani di effetti valanga e di grandi decisioni. Che si prenda il voto per quello che e': un dialogo fra una serie di persone che cercano una strada migliore per stare insieme. In questo momento, in politica come in ogni cosa, non mi interessano le macroanalisi e i macrodisegni.
Mi importa che le cose piccole maturino in pace.
Come le mie fragole.
Lo consiglio agli amici intellettuali di sinistra, perche' e' un film di Bollywood, che dopo The Millionaire va di gran moda. L'ha diretto un grande regista indiano, figlio di una dinastia di registi - in India molto funziona per dinastie. L'attore principale - assolutamente impressionante nel ruolo di Khan, che non e' un personaggio facile - e' affidato a uno che a me sembra brutto, ma che e' una specie di Brad Pitt del subcontinente. Sospetto che le ragioni dell'amore degli intellettuali per la nuova Bollywood siano due. La prima e' che, dopo decenni di cinema radical chic intimista francese, penso che per loro sia stato un sollievo andare al cinema e persino divertirsi, uscire gioiosi accennando qualche passo di danza e facendo le facce. Il secondo motivo e' che nessuno dei miei amici intellettuali di sinistra e' mai stato in un cinema di Jaipur, esperienza che molto fa riflettere sulla genialita' assoluta del genere umano, ma conferma anche senza ombra di dubbio che il cinema non e' una roba su cui farsi dei gran pipponi mentali e magari pure un paio di esami all'Universita' (ebbene si', li ho fatti, ma giuro che non facevano parte del piano di studi facoltativo). E' guardare una storia, caderci dentro, partecipare con urla e schiamazzi mentre i bambini ti colano il gelato sulle ginocchia, i loro genitori producono un fratellino due file piu' indietro e le signore sgranano i piselli in prima fila.
Comunque My name is Khan ha dentro di se' molte ragioni intellettuali e di sinistra che forniscono adeguata giustificazione morale. Parla abbastanza male degli Stati Uniti pur rispettandone i miti fondativi (se hai voglia di lavorare e' la terra delle opportunita'), e' ambientato nel periodo del grande cambio dall'epoca di Bush a quella del mio amico ortolano Obama, e' un elogio dell'onesta', del candore e del bene che trionfano grazie alla grande stampa watchdog (si', ho fatto anche un esame di giornalismo, se e' per questo. Devo crocifiggermi per il mio passato?), ma anche una spietata critica a ignoranza e qualunquismo.
Non meno importante, e' ambientato per buona parte in una San Francisco strepitosa.
My name is Khan piacera' anche agli amici pop, perche' e' una grande e meravigliosa storia d'amore, fatta di malattia, che racconta come si possa amare non solo una persona diversa, ma addirittura qualcuno che e' considerato un disabile. Il morbo che e' parte dell'identita' di Khan e' una forma di autismo che impedisce di leggere i sentimenti altrui, una specie di malattia dell'empatia. Una cosa che di per se' sembra precludere a priori una storia d'amore (come se poi i cosiddetti normali, soprattutto se maschi, fossero normalmente dotati di grandi capacita' di comprensione delle altrui emozioni) e invece no. I buoni sentimenti traboccano, si riversano sulla donna amata, ma anche su madri, fratelli e cognate, nonne nere incontrate per caso in cittadine dell'America profonda, interi caseggiati di Calcutta. Solo che non sono fatti di parole - perche' Khan non le sa dire - ma di fatti. Khan aggiusta quasi tutto, perche' la sua clamorosa intelligenza strana e' capace di capire i segreti di ogni meccanismo meccanico. Solo che poi aggiusta anche i destini.
Questo film si puo' consigliare anche a tutti quelli che hanno voglia di avventure, ma non di avventure sterili, in cui tutti si menano e uccidono apparentemente senza una valida ragione. Va bene per chi ha voglia di avventure politiche, di quelle che cambiano la storia, anche se nel piccolo. E' un film politico nel suo bisogno di concretezza. Un film operaio di parrucchiere e agenti di commercio, mica di principi e principesse. Di modesti maestri di scuola disoccupati che si rivelano grandi narratori, al massimo di professoresse fragili di piccole universita'. E' un film sulle religioni, sui sentimenti altruistici che possono stimolare e sulle catastrofi che piu' frequentemente possono generare.
Insomma, sono contenta perche' ho fatto un pepe (diminutivo di pepetrolio, coniato da mio marito che mi chiede alla sera:"hai scritto un pepe?") intero su un film e non ho detto nulla della trama, perche' odio quelli che ti dicono devi vedere questo film e poi te lo raccontano cosi' nei particolari che ti passa qualunque curiosita'. Fate cosi', guardatelo e poi rileggete quello che ho scritto, cosi' vediamo se ho azzeccato tutte le categorie cineaste.
Altre novita' della giornata: al momento ho tre fragole in maturazione. Calcolando che l'unica prodotta fino ad ora l'ho dovuta dividere a meta' col coniuge e che ero piu' interessata alla riuscita estetica dell'oggetto che al sapore nutro grandi aspettative.
Seconda novita': la mia citta', almeno in questo primo turno, ha sostenuto la mia voglia di cambiamento, con un risultato commovente e inaspettato.
Da domani cominciano due settimane molto dure, in cui mi aspetto di tutto da quelli che hanno governato fino a ora. Pero' quando cambiava il vento sulla banderuola del tetto della casa di Mary Poppins ci stava un bel po'. Speriamo che i dirigenti nazionali, da entrambe le parti, ci lascino in pace a discutere del futuro di questo posto, nell'orto che c'e' qui. Che la citta' non diventi il laboratorio di un bel niente. Che non si teorizzi un domani di effetti valanga e di grandi decisioni. Che si prenda il voto per quello che e': un dialogo fra una serie di persone che cercano una strada migliore per stare insieme. In questo momento, in politica come in ogni cosa, non mi interessano le macroanalisi e i macrodisegni.
Mi importa che le cose piccole maturino in pace.
Come le mie fragole.
martedì 3 maggio 2011
L'orto del Commander in Chief
Nell'orto e nel giardino il dilemma del prigioniero non te lo puoi permettere. Non puoi fare la guerra in nessun modo.
Se la fai fredda e pianificata - ad esempio eliminando preventivamente tutte le fonti di potenziali insetti e tenendo ogni pianta a debita distanza dalle altre - e' un disastro, avrai vegetali stitici, niente fiori ne' frutti. Ti potrai permettere forse una fila rada di photinie, che se fossi un ragnetto rosso ignorerei anch'io. Niente rose, niente zucchine, nemmeno oleandri che quelli stanno simpatici alle cocciniglie, con il loro potentissimo scudetto protettivo da tartarughe mignon.
Se dichiari guerra aperta e' forse peggio. Sradicare un pesco al primo attacco di bolla e' un crimine da tribunale dell'Aja. Io ho resistito due anni e ho rifiutato di uccidere il poveretto, che adesso è stato piantato in campagna da mia mamma, perchè non ce n'è, un pesco ereditato da gente incurante e non nano in vaso non cresce bene, fa troppe poche radici e si ammala.
Anche la guerra alle erbacce è inutile, forse controproducente. Puoi mettere i sassi per arginarle, oltre che per evitare che la gatta piccola confonda vasi e cassetta della sabbia, due oggetti indiscutibilmente troppo simili per fargliene una colpa. Puoi togliere i bulbi selvatici e deboli che qualche bambino idiota ha piantato dieci anni fa e poi dimenticato (già, il giardino prima di me ha dovuto sopportare anche la presenza di infanti. Non sapete quante sorprese dell'ovino kinder ho dissotterrato).
Se poi però un trifoglio o un'ortica ce la fanno lo stesso a crescere, estirparli fa male al cuore e, secondo me, anche al giardino. Cosa può pensare una pianta di fragole se sente la mano che l'innaffia sradicare senza pietà le sue piccole vicine, colpevoli solo di non dare frutti profumati? Va bene che le fragole non pensano, ma non si sa mai.
Quella che sto per fare e' una considerazione banale, messa in pratica da migliaia di maestre elementari che fanno giocare i loro pupilli con vasi e terra invece che con sabbia e secchiello. L'orto e il giardino sono esperimenti di pace.
Sono la ricerca strenua e faticosa di un equilibrio. Sono la lotta per una soluzione dove non c'e', per poi scoprire che c'e' sempre e c'e' sempre stata.
C'e' sempre un modo per gestire personalita' contrapposte, per dirimere la diatriba fra un glicine che si espande e una mora timida che deve farsi spazio alla sua ombra. Senza tagliare, guidando. C'e' sempre un girasole per attirare gli insetti che impollineranno i pomodori, un oleandro avvelenato che impedira' ai gatti di razzolare la terra della salvia. Basta non alimentare il conflitto, esercitare il rispetto come forma alta della convivenza.
A volte sento miagolare i quadrupedi in qualche angolo del giardino. E' un miagolio basso e articolato, fatto guardando all'insu'. Mi piace immaginare che stiano parlando con il piccione appollaiato sul muretto, gli stiano anticipando un attaco che sara' infruttuoso, ma questo loro non lo sanno e si impegnano moltissimo. Mi piace pensare sia un'estrema arma diplomatica: "piccione, sto per saltare con l'obiettivo di mangiarti, ma sono un gentiluomo, quindi se vuoi puoi ancora volare via." Conto fino a tre. Uno...
Il giardino non crea nemici e, soprattutto, non gode del loro massacro.
Per questo stasera non riesco a mettere insieme le immagini di un Obama sorridente che pianta l'insalata con la moglie e le figlie riccioline e lo stesso uomo, un po' piu' magro e serio, che dichiara di aver fatto uccidere il santone barbuto che si nascondeva vicino a Islamabad. L'ha detto molte volte: "Io avevo la notizia, io ho dato l'ordine di attaccare. Oggi e' un giorno buono per la pace."
Come spieghera' alle sue figlie, allevate alla scuola dell'orto, che quello non era un uomo, ma un insetto maligno? Come spieghera' che i gatti avvertono, loro padre no. Sia ben chiaro che non provo nessuna simpatia per chi si mangia le mie foglie, ne' per chi ci fa la cacca sopra. Figuratevi per un invasato barbuto.
Pero' c'e' un senso di coerenza violata nelle due immagini che ho visto a pochi mesi di distanza. Ci sono personaggi da cui te l'aspetti. Il principe Carlo va a caccia di volpi, il texano mangiava i vitelli e sua moglie ha sicuramente una borsetta di coccodrillo. Cosa vuoi mai aspettarti da gente cosi'?
Obama e Michelle, pero', sembravano diversi. Sembravano voler educare. Educare alla pieta', all'equilibrio, al compromesso possibile. Educare all'orto.
La vita e' molto dura, anche in un giardino. Ci sono i buoni e i cattivi, l'ombra e la luce, il momento della nascita e quello della morte. Non c'e' pero' mai la sconfitta, quella che leggo oggi nel presentarsi goffo e nello sguardo sfuggente di uno che ancora una volta non ha trovato soluzione migliore che fare la guerra e avverte, anche se in modo sfocato, che fare altrimenti si poteva. Bastava imparare da un glicine e da una mora.
Se la fai fredda e pianificata - ad esempio eliminando preventivamente tutte le fonti di potenziali insetti e tenendo ogni pianta a debita distanza dalle altre - e' un disastro, avrai vegetali stitici, niente fiori ne' frutti. Ti potrai permettere forse una fila rada di photinie, che se fossi un ragnetto rosso ignorerei anch'io. Niente rose, niente zucchine, nemmeno oleandri che quelli stanno simpatici alle cocciniglie, con il loro potentissimo scudetto protettivo da tartarughe mignon.
Se dichiari guerra aperta e' forse peggio. Sradicare un pesco al primo attacco di bolla e' un crimine da tribunale dell'Aja. Io ho resistito due anni e ho rifiutato di uccidere il poveretto, che adesso è stato piantato in campagna da mia mamma, perchè non ce n'è, un pesco ereditato da gente incurante e non nano in vaso non cresce bene, fa troppe poche radici e si ammala.
Anche la guerra alle erbacce è inutile, forse controproducente. Puoi mettere i sassi per arginarle, oltre che per evitare che la gatta piccola confonda vasi e cassetta della sabbia, due oggetti indiscutibilmente troppo simili per fargliene una colpa. Puoi togliere i bulbi selvatici e deboli che qualche bambino idiota ha piantato dieci anni fa e poi dimenticato (già, il giardino prima di me ha dovuto sopportare anche la presenza di infanti. Non sapete quante sorprese dell'ovino kinder ho dissotterrato).
Se poi però un trifoglio o un'ortica ce la fanno lo stesso a crescere, estirparli fa male al cuore e, secondo me, anche al giardino. Cosa può pensare una pianta di fragole se sente la mano che l'innaffia sradicare senza pietà le sue piccole vicine, colpevoli solo di non dare frutti profumati? Va bene che le fragole non pensano, ma non si sa mai.
Quella che sto per fare e' una considerazione banale, messa in pratica da migliaia di maestre elementari che fanno giocare i loro pupilli con vasi e terra invece che con sabbia e secchiello. L'orto e il giardino sono esperimenti di pace.
Sono la ricerca strenua e faticosa di un equilibrio. Sono la lotta per una soluzione dove non c'e', per poi scoprire che c'e' sempre e c'e' sempre stata.
C'e' sempre un modo per gestire personalita' contrapposte, per dirimere la diatriba fra un glicine che si espande e una mora timida che deve farsi spazio alla sua ombra. Senza tagliare, guidando. C'e' sempre un girasole per attirare gli insetti che impollineranno i pomodori, un oleandro avvelenato che impedira' ai gatti di razzolare la terra della salvia. Basta non alimentare il conflitto, esercitare il rispetto come forma alta della convivenza.
A volte sento miagolare i quadrupedi in qualche angolo del giardino. E' un miagolio basso e articolato, fatto guardando all'insu'. Mi piace immaginare che stiano parlando con il piccione appollaiato sul muretto, gli stiano anticipando un attaco che sara' infruttuoso, ma questo loro non lo sanno e si impegnano moltissimo. Mi piace pensare sia un'estrema arma diplomatica: "piccione, sto per saltare con l'obiettivo di mangiarti, ma sono un gentiluomo, quindi se vuoi puoi ancora volare via." Conto fino a tre. Uno...
Il giardino non crea nemici e, soprattutto, non gode del loro massacro.
Per questo stasera non riesco a mettere insieme le immagini di un Obama sorridente che pianta l'insalata con la moglie e le figlie riccioline e lo stesso uomo, un po' piu' magro e serio, che dichiara di aver fatto uccidere il santone barbuto che si nascondeva vicino a Islamabad. L'ha detto molte volte: "Io avevo la notizia, io ho dato l'ordine di attaccare. Oggi e' un giorno buono per la pace."
Come spieghera' alle sue figlie, allevate alla scuola dell'orto, che quello non era un uomo, ma un insetto maligno? Come spieghera' che i gatti avvertono, loro padre no. Sia ben chiaro che non provo nessuna simpatia per chi si mangia le mie foglie, ne' per chi ci fa la cacca sopra. Figuratevi per un invasato barbuto.
Pero' c'e' un senso di coerenza violata nelle due immagini che ho visto a pochi mesi di distanza. Ci sono personaggi da cui te l'aspetti. Il principe Carlo va a caccia di volpi, il texano mangiava i vitelli e sua moglie ha sicuramente una borsetta di coccodrillo. Cosa vuoi mai aspettarti da gente cosi'?
Obama e Michelle, pero', sembravano diversi. Sembravano voler educare. Educare alla pieta', all'equilibrio, al compromesso possibile. Educare all'orto.
La vita e' molto dura, anche in un giardino. Ci sono i buoni e i cattivi, l'ombra e la luce, il momento della nascita e quello della morte. Non c'e' pero' mai la sconfitta, quella che leggo oggi nel presentarsi goffo e nello sguardo sfuggente di uno che ancora una volta non ha trovato soluzione migliore che fare la guerra e avverte, anche se in modo sfocato, che fare altrimenti si poteva. Bastava imparare da un glicine e da una mora.
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