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lunedì 26 marzo 2012
domenica 11 marzo 2012
martedì 2 agosto 2011
Qualunquismi sociologici (in partenza per la PRC)
Lunedì prossimo, quindi, si parte per la Cina.
Non so cosa aspettarmi, ho un umore a mezza via fra contenta e perplessa.
Sono contenta perché viaggiare è sempre una delle ragioni più sensate per stare al mondo e, soprattutto, una delle poche motivazioni valide per lavorare e percepire uno stipendio (al di là della mera sussistenza, ovviamente, che comunque si può ottenere con molta ma molta meno dedizione e spreco di energie).
Sono curiosa di vedere questo Paese che è Asia, ma un'Asia molto meno gioiosa e profonda e risolta di quella che conosco. Tendo a fidarmi di Terzani e mi ha sempre impressionata la sua descrizione del materialismo del popolo Han, così radicalmente in contrasto con la spiritualità laboriosa e la tendenza al trascendente dei miei amici Birmani e con la rassegnazione alla fatica e al dolore che diventa entusiasmo per la vita di quelli Indiani.
Mi dicono che gli Han sono terribilmente maleducati per gli standard occidentali. Oppure, semplicemente, quella che è la cortesia occidentale non interessa loro. Che senso ha la gentilezza formale se l'individuo non ha tanto peso nella società? Cosa importa lo straniero, l'ospite, se ciò che conta è la famiglia, il nucleo?
Penso che questo aspetto mi colpirà e mi farà male.
Una delle cose più preziose dell'Asia che ho conosciuto è l'enorme senso di protezione. Essere in mezzo a culture così differenti e sentire che sei al sicuro, perchè tu, nella tua inutilità e piccolezza, sei l'ospite di un Thailandese, di un Birmano, di un Indiano e la tua sicurezza, il tuo benessere, la tua felicità contano.
Mi darà meno fastidio il rapporto buffo con il tempo. Ho letto di diversi viaggiatori turbati dall'assenza del concetto di conservazione del patrimonio culturale e dell'eredità del passato. I Cinesi sembra che non accettino le rovine, che a noi italiani sono così care. Pare che ricostruiscano. Dov'è impossibile, spianano e rifanno daccapo. I guerrieri di terracotta stessi non sono mica veri, sono rifatti negli anni settanta. Impossibile capire, a quanto pare, l'età di un monumento.
Questo aspetto è sicuramente strano, ma l'ho già conosciuto. Per un Asiatico la domanda: "A che epoca risale questo oggetto?" non ha tanto senso. Probabilmente l'origine risale alla notte dei tempi, ma poi è stato aggiustato, abbellito, ricostruito, rimontato...niente UNESCO, niente "heritage", siamo asiatici.
L'aspetto che mi inquieta e mi inquieterà sicuramente della Cina è la corsa verso un futuro magnifico e progressivo, a prescindere dagli impatti sull'ambiente e sulle generazioni future. Spero si tratti di uno stereotipo, di una deformazione dell'informazione occidentale. Spero che in realtà ci sia attenzione, che lo sviluppo sia più sostenibile di quanto si legge.
Sarà il particolare momento che vivo, questa diffidenza nei confronti della crescita a tutti i costi, sarà la frugalità della crisi dell'occidente, sarà che il ripensamento degli stili di consumi mi sembra la grande rivoluzione, insieme all'Internet, dell'epoca che vivo.
Curiosità e diffidenza sono i sentimenti più forti che provo per un Paese che sembra essere in un'altra fase storica rispetto a quella europea e alla mia, che crede nel boom della produzione e dei beni perché ci deve credere, perché ne va dello sfamare un mondo di persone.
Mi turba un Paese che non può chiedersi come lo sta sfamando.
Le megacities non fanno per me e sto per vederne due, Pechino e Shangai.
Credo nei paesoni globali, in questo momento, luoghi di snodo da cui si può partire per il resto del mondo, ma che sono anche capaci di creare comunità.
Per tutte queste ragioni il viaggio in Cina si preannuncia interessante, aggettivo che suggerisce mio marito per caratterizzare l'esperienza, molto faticoso, foriero di pensieri macrosociali e molto azzeccato, per contrasto, all'anno appena trascorso.
Intanto lavoro poco e preparo casa per la partenza.
Domenica ho insegnato alla signora del quarto piano come innaffiare le piante del cortile.
Curioso, fare un tutorial di innaffiatura a una vecchietta. Come ha fatto a vivere quasi ottant'anni senza avere mai incrociato nemmeno per caso l'informazione che si bagnano le piante la sera? Oppure che è meglio non bagnare le foglie, ma solo la terra? Oggi, comunque, concimerò un po' tutto e preparerò il verde condiviso alle tre settimane senza di me.
Nei prossimi giorni mi occuperò anche della terra del mio giardino, che per l'innaffiatura ormai è a posto, ma richiede un po' di nutrimento prima di partire.
Taglierò i fiori, come ho letto da qualche parte, per assicurarmi di trovarne di nuovi al ritorno. L'anno scorso in soli sei giorni di assenza una grandinata epocale bucò tutte le piante a foglia, ma contro questa evenienza non posso fare nulla, solo sperare di non saperlo per non rovinarmi l'umore mentre sono dall'altra parte del mondo.
Idem per i gatti. Sarà un test di libertà estrema, per cui posso solo incrociare le dita e confidare nelle loro proverbiali sette vite e nel loro amore per la casa e per me.
Non posso chiuderli fra quattro mura per tre settimane, impazzirebbero. Non posso chiedere alla mia vicina di essere me e di cercarli sui tetti quando tardano a tornare, è già molto gentile perchè viene a nutrirli.
Non so come farà la piccola, senza il mio fianco a cui appoggiarsi pesante la mattina, facendo milioni di fusa. Ne' come farà il grande, quando tornerà a vedere se in casa va tutto bene e per l'ennesima volta non troverà nessuno.
Soprattutto non so come farò io, sapendoli in quello che percepisco come un costante pericolo.
E' il pericolo della libertà, il maggior regalo che ho fatto loro da quando sto nella casa con il giardino e li ho tolti dalla vita di gatti di appartamento.
La maggiore preoccupazione per me, che capisco così quanto costa l'amore.
Non so cosa aspettarmi, ho un umore a mezza via fra contenta e perplessa.
Sono contenta perché viaggiare è sempre una delle ragioni più sensate per stare al mondo e, soprattutto, una delle poche motivazioni valide per lavorare e percepire uno stipendio (al di là della mera sussistenza, ovviamente, che comunque si può ottenere con molta ma molta meno dedizione e spreco di energie).
Sono curiosa di vedere questo Paese che è Asia, ma un'Asia molto meno gioiosa e profonda e risolta di quella che conosco. Tendo a fidarmi di Terzani e mi ha sempre impressionata la sua descrizione del materialismo del popolo Han, così radicalmente in contrasto con la spiritualità laboriosa e la tendenza al trascendente dei miei amici Birmani e con la rassegnazione alla fatica e al dolore che diventa entusiasmo per la vita di quelli Indiani.
Mi dicono che gli Han sono terribilmente maleducati per gli standard occidentali. Oppure, semplicemente, quella che è la cortesia occidentale non interessa loro. Che senso ha la gentilezza formale se l'individuo non ha tanto peso nella società? Cosa importa lo straniero, l'ospite, se ciò che conta è la famiglia, il nucleo?
Penso che questo aspetto mi colpirà e mi farà male.
Una delle cose più preziose dell'Asia che ho conosciuto è l'enorme senso di protezione. Essere in mezzo a culture così differenti e sentire che sei al sicuro, perchè tu, nella tua inutilità e piccolezza, sei l'ospite di un Thailandese, di un Birmano, di un Indiano e la tua sicurezza, il tuo benessere, la tua felicità contano.
Mi darà meno fastidio il rapporto buffo con il tempo. Ho letto di diversi viaggiatori turbati dall'assenza del concetto di conservazione del patrimonio culturale e dell'eredità del passato. I Cinesi sembra che non accettino le rovine, che a noi italiani sono così care. Pare che ricostruiscano. Dov'è impossibile, spianano e rifanno daccapo. I guerrieri di terracotta stessi non sono mica veri, sono rifatti negli anni settanta. Impossibile capire, a quanto pare, l'età di un monumento.
Questo aspetto è sicuramente strano, ma l'ho già conosciuto. Per un Asiatico la domanda: "A che epoca risale questo oggetto?" non ha tanto senso. Probabilmente l'origine risale alla notte dei tempi, ma poi è stato aggiustato, abbellito, ricostruito, rimontato...niente UNESCO, niente "heritage", siamo asiatici.
L'aspetto che mi inquieta e mi inquieterà sicuramente della Cina è la corsa verso un futuro magnifico e progressivo, a prescindere dagli impatti sull'ambiente e sulle generazioni future. Spero si tratti di uno stereotipo, di una deformazione dell'informazione occidentale. Spero che in realtà ci sia attenzione, che lo sviluppo sia più sostenibile di quanto si legge.
Sarà il particolare momento che vivo, questa diffidenza nei confronti della crescita a tutti i costi, sarà la frugalità della crisi dell'occidente, sarà che il ripensamento degli stili di consumi mi sembra la grande rivoluzione, insieme all'Internet, dell'epoca che vivo.
Curiosità e diffidenza sono i sentimenti più forti che provo per un Paese che sembra essere in un'altra fase storica rispetto a quella europea e alla mia, che crede nel boom della produzione e dei beni perché ci deve credere, perché ne va dello sfamare un mondo di persone.
Mi turba un Paese che non può chiedersi come lo sta sfamando.
Le megacities non fanno per me e sto per vederne due, Pechino e Shangai.
Credo nei paesoni globali, in questo momento, luoghi di snodo da cui si può partire per il resto del mondo, ma che sono anche capaci di creare comunità.
Per tutte queste ragioni il viaggio in Cina si preannuncia interessante, aggettivo che suggerisce mio marito per caratterizzare l'esperienza, molto faticoso, foriero di pensieri macrosociali e molto azzeccato, per contrasto, all'anno appena trascorso.
Intanto lavoro poco e preparo casa per la partenza.
Domenica ho insegnato alla signora del quarto piano come innaffiare le piante del cortile.
Curioso, fare un tutorial di innaffiatura a una vecchietta. Come ha fatto a vivere quasi ottant'anni senza avere mai incrociato nemmeno per caso l'informazione che si bagnano le piante la sera? Oppure che è meglio non bagnare le foglie, ma solo la terra? Oggi, comunque, concimerò un po' tutto e preparerò il verde condiviso alle tre settimane senza di me.
Nei prossimi giorni mi occuperò anche della terra del mio giardino, che per l'innaffiatura ormai è a posto, ma richiede un po' di nutrimento prima di partire.
Taglierò i fiori, come ho letto da qualche parte, per assicurarmi di trovarne di nuovi al ritorno. L'anno scorso in soli sei giorni di assenza una grandinata epocale bucò tutte le piante a foglia, ma contro questa evenienza non posso fare nulla, solo sperare di non saperlo per non rovinarmi l'umore mentre sono dall'altra parte del mondo.
Idem per i gatti. Sarà un test di libertà estrema, per cui posso solo incrociare le dita e confidare nelle loro proverbiali sette vite e nel loro amore per la casa e per me.
Non posso chiuderli fra quattro mura per tre settimane, impazzirebbero. Non posso chiedere alla mia vicina di essere me e di cercarli sui tetti quando tardano a tornare, è già molto gentile perchè viene a nutrirli.
Non so come farà la piccola, senza il mio fianco a cui appoggiarsi pesante la mattina, facendo milioni di fusa. Ne' come farà il grande, quando tornerà a vedere se in casa va tutto bene e per l'ennesima volta non troverà nessuno.
Soprattutto non so come farò io, sapendoli in quello che percepisco come un costante pericolo.
E' il pericolo della libertà, il maggior regalo che ho fatto loro da quando sto nella casa con il giardino e li ho tolti dalla vita di gatti di appartamento.
La maggiore preoccupazione per me, che capisco così quanto costa l'amore.
lunedì 13 giugno 2011
I giorni della merla (una ragione per dirsi umani)
Ieri sera puntata di ER direttamente in giardino. Seduti sul divano cercavamo di capire come stessero andando i referendum (esito spettacolare e secondo me completamente inaspettato, almeno in questa misura plebiliscitaria. "L'Italia s'e' desta", come mi ha scritto giustamente mia suocera), quando il normale canto degli uccellini la' fuori e' diventato un baccano assordante.
Mi alzo, esco e vedo quello che mai avrei voluto vedere. La gatta piccola con in bocca un uccellino e la mamma del poveretto che gira vorticosamente intorno alla belva. Inferocite entrambe, solo che la gatta ha quatrro gambe, denti e unghie e non solo un timido beccuccio. Lotta alquanto impari, dunque.
Ora: io lo so che e' la crudelta' della natura, lo so che la tigratina non e' cattiva, segue solo il suo istinto, che nei boschi e nella savana va cosi' da che mondo e' mondo. Comunque ho cacciato un urlo. Non vi auguro una scena del genere mai nella vita.
L'urlo, che mi ha fatto prendere della pazza dal coniuge, ha avuto il vantaggio di interrompere il sacrificio rituale in corso, rituale perche' io accetto l'uccellinicidio per fame, ma la disgraziata ha croccantini e pappa molle a volonta'.
La gatta mi ha guardata, ha preso in bocca la preda e ha pensato bene di infilarsi in casa, trovando ad attenderla una me ancora piu' incattivita di lei, con la scopa in mano.
L'uccellino, dimostrando un invidiabile istinto di sopravvivenza, ha approfittato della mia azione di disturbo per rifugiarsi in una minima intercapedine che c'e' fra la libreria e il muro. Il coinuge, ormai coinvolto nel dramma, ha messo i guanti che uso per potare le rose e mi ha aiutato a prenderlo e a metterlo in una scatola.
A quel punto, fra la disperazione della gatta e quella della madre, che continuava a chiamare il suo piccolo convinta che fosse stato ormai digerito, ci siamo posti il problema di dove mettere il pennuto, che si era rivelato una meravigliosa pallina con il becco, una cosa struggente. Tra l'altro, sembrava terrorizzato, ma quasi illeso.
E' partita una consultazione condominiale, ma purtroppo l'opinione dominante lasciava al pipino poche speranze. L'unico modo per salvarlo, a detta dei piu', era farlo immediatamente ritrovare dalla mamma, ma questo avrebbe implicato servirlo su un vassoio d'argento alla gatta.
Nell'indecisione, l'uccellino e' stato portato nel cortile condominiale, in mezzo alle surfinie, all'aperto per non farlo soffocare nella scatola, ma fuori dalla portata di potenziali assassini.
Dio benedica internet: una veloce ricerca sul web mi ha permesso di individuare un pronto soccorso dell'ENPA per animali selvatici, ho composto il numero di telefono senza grosse speranze di ricevere una risposta (nel frattempo si erano fatte le dieci di sera). Mi ha risposto un gentilissimo veterinario, palesemente abituato a voci colpevoli di padroni di gatti assassini, che mi ha detto: "lo metta in una scatola e lo porti qui, se puo'".
Certo che posso.
Bucherellata la scatola per permettere il trasporto del pipino, che nel frattempo aveva pensato bene di passeggiare per il cortile, con caccia al tesoro notturna per recuperarlo alla luce di una torcia sotto il portabiciclette, mi sono messa in macchina, per attraversare la citta' immersa nella movida di una bella domenica sera d'estate che sembrava una tregua dopo settimane di pioggia.
A fianco a me l'uccellino aveva capito e stava buono dentro la scatola, nel lungo viaggio che lo portava lontano dalla sua mamma, ma anche lontano dal suo attentatore.
Il pronto soccorso ENPA e' un posto commovente, di quelli che fanno pensare che l'umanita' ce la puo' fare. C'e' una ragazza asciutta, ma gentile, che compila la scheda di accettazione in un coro di animali perduti o ritrovati, feriti o ammalati, comunque salvi, deboli fra i deboli nella citta' inospitale. E c'e' un veterinario ragazzo, con la faccia di chi ne vede di tutti i colori e ha ben chiaro che ci vuole impegno per non pensare che le bestie sono meglio degli uomini.
Gli ho messo in mano la scatola, agitatissima: "puoi dirmi se va tutto bene, non lo sento piu' muovere", gli ho detto senza il coraggio di aprire e guardare con i miei occhi. Dallo spiraglio che ha sollevato nel contenitore e' uscito un profilo tondo, un becco girato all'insu'. L'uccellino era indubitabilmente vivo e sembrava anche curioso.
Dalla visita ho scoperto che le ferite erano superficiali, che non era nulla di grave. Ho scoperto anche che era un merlo, o, meglio, una merla. Una piccola merla gia' abbastanza grossa, che in un paio di settimane sapra' volare e libereranno all'aperto. Lontano dalla tua gatta, ha precisato il dottore.
La sua mamma stasera la cerca ancora, sotto lo sguardo ancora predatorio della gatta, da cui si tiene lontana.
Vorrei avere una lingua per spiegarle che la sua bambina sta bene, che avra' una vita che spero felice. Vorrei dirle che non deve pensare che mi sia arresa come consigliavano i vicini, che una pazza disposta ad attraversare la citta' per un'uccellina ha trovato altri pazzi che stavano in un ambulatorio alle undici di sera, disposti gratis a curarla e accudirla.
Cerco di dirle che mi dispiace che lei non lo sappia, che faccio fatica a coccolare l'artefice di tutto questo, che mi guarda angelica e innocente come Celli ha raccontato tante volte.
Guardo la merla e non sono capace di dirle che questa notte ho dormito bene, come si dorme quando si sa di avere fatto il proprio dovere.
Che almeno per una volta credo di aver reso un po' meno inutile e supponente questa suddivisione solitamente discutibile fra umanita' e animali, avendo deciso che per amore si puo' andare contro quell'umano di nome Darwin, che avrebbe condannato sua figlia a morte giusta ma non buona.
Mi alzo, esco e vedo quello che mai avrei voluto vedere. La gatta piccola con in bocca un uccellino e la mamma del poveretto che gira vorticosamente intorno alla belva. Inferocite entrambe, solo che la gatta ha quatrro gambe, denti e unghie e non solo un timido beccuccio. Lotta alquanto impari, dunque.
Ora: io lo so che e' la crudelta' della natura, lo so che la tigratina non e' cattiva, segue solo il suo istinto, che nei boschi e nella savana va cosi' da che mondo e' mondo. Comunque ho cacciato un urlo. Non vi auguro una scena del genere mai nella vita.
L'urlo, che mi ha fatto prendere della pazza dal coniuge, ha avuto il vantaggio di interrompere il sacrificio rituale in corso, rituale perche' io accetto l'uccellinicidio per fame, ma la disgraziata ha croccantini e pappa molle a volonta'.
La gatta mi ha guardata, ha preso in bocca la preda e ha pensato bene di infilarsi in casa, trovando ad attenderla una me ancora piu' incattivita di lei, con la scopa in mano.
L'uccellino, dimostrando un invidiabile istinto di sopravvivenza, ha approfittato della mia azione di disturbo per rifugiarsi in una minima intercapedine che c'e' fra la libreria e il muro. Il coinuge, ormai coinvolto nel dramma, ha messo i guanti che uso per potare le rose e mi ha aiutato a prenderlo e a metterlo in una scatola.
A quel punto, fra la disperazione della gatta e quella della madre, che continuava a chiamare il suo piccolo convinta che fosse stato ormai digerito, ci siamo posti il problema di dove mettere il pennuto, che si era rivelato una meravigliosa pallina con il becco, una cosa struggente. Tra l'altro, sembrava terrorizzato, ma quasi illeso.
E' partita una consultazione condominiale, ma purtroppo l'opinione dominante lasciava al pipino poche speranze. L'unico modo per salvarlo, a detta dei piu', era farlo immediatamente ritrovare dalla mamma, ma questo avrebbe implicato servirlo su un vassoio d'argento alla gatta.
Nell'indecisione, l'uccellino e' stato portato nel cortile condominiale, in mezzo alle surfinie, all'aperto per non farlo soffocare nella scatola, ma fuori dalla portata di potenziali assassini.
Dio benedica internet: una veloce ricerca sul web mi ha permesso di individuare un pronto soccorso dell'ENPA per animali selvatici, ho composto il numero di telefono senza grosse speranze di ricevere una risposta (nel frattempo si erano fatte le dieci di sera). Mi ha risposto un gentilissimo veterinario, palesemente abituato a voci colpevoli di padroni di gatti assassini, che mi ha detto: "lo metta in una scatola e lo porti qui, se puo'".
Certo che posso.
Bucherellata la scatola per permettere il trasporto del pipino, che nel frattempo aveva pensato bene di passeggiare per il cortile, con caccia al tesoro notturna per recuperarlo alla luce di una torcia sotto il portabiciclette, mi sono messa in macchina, per attraversare la citta' immersa nella movida di una bella domenica sera d'estate che sembrava una tregua dopo settimane di pioggia.
A fianco a me l'uccellino aveva capito e stava buono dentro la scatola, nel lungo viaggio che lo portava lontano dalla sua mamma, ma anche lontano dal suo attentatore.
Il pronto soccorso ENPA e' un posto commovente, di quelli che fanno pensare che l'umanita' ce la puo' fare. C'e' una ragazza asciutta, ma gentile, che compila la scheda di accettazione in un coro di animali perduti o ritrovati, feriti o ammalati, comunque salvi, deboli fra i deboli nella citta' inospitale. E c'e' un veterinario ragazzo, con la faccia di chi ne vede di tutti i colori e ha ben chiaro che ci vuole impegno per non pensare che le bestie sono meglio degli uomini.
Gli ho messo in mano la scatola, agitatissima: "puoi dirmi se va tutto bene, non lo sento piu' muovere", gli ho detto senza il coraggio di aprire e guardare con i miei occhi. Dallo spiraglio che ha sollevato nel contenitore e' uscito un profilo tondo, un becco girato all'insu'. L'uccellino era indubitabilmente vivo e sembrava anche curioso.
Dalla visita ho scoperto che le ferite erano superficiali, che non era nulla di grave. Ho scoperto anche che era un merlo, o, meglio, una merla. Una piccola merla gia' abbastanza grossa, che in un paio di settimane sapra' volare e libereranno all'aperto. Lontano dalla tua gatta, ha precisato il dottore.
La sua mamma stasera la cerca ancora, sotto lo sguardo ancora predatorio della gatta, da cui si tiene lontana.
Vorrei avere una lingua per spiegarle che la sua bambina sta bene, che avra' una vita che spero felice. Vorrei dirle che non deve pensare che mi sia arresa come consigliavano i vicini, che una pazza disposta ad attraversare la citta' per un'uccellina ha trovato altri pazzi che stavano in un ambulatorio alle undici di sera, disposti gratis a curarla e accudirla.
Cerco di dirle che mi dispiace che lei non lo sappia, che faccio fatica a coccolare l'artefice di tutto questo, che mi guarda angelica e innocente come Celli ha raccontato tante volte.
Guardo la merla e non sono capace di dirle che questa notte ho dormito bene, come si dorme quando si sa di avere fatto il proprio dovere.
Che almeno per una volta credo di aver reso un po' meno inutile e supponente questa suddivisione solitamente discutibile fra umanita' e animali, avendo deciso che per amore si puo' andare contro quell'umano di nome Darwin, che avrebbe condannato sua figlia a morte giusta ma non buona.
domenica 12 giugno 2011
Farewell per un gattaro
Proprio ieri ho citato Giorgio Celli, autore di "Le piante non sono angeli", un libro bellissimo che non mi stanco mai di rileggere.
Mentre ne parlavo, lui e' morto, a Bologna.
Lo ricordo con tutta la simpatia che si puo' riservare a una persona che ha scelto per mestiere e passione di studiare gli insetti, che deve quindi avere una straordinaria passione per i dettagli e una grande capacita' di andare oltre l'apparenza.
Gli auguro un buon cammino verso il paradiso dei gatti, dove in molti lo attenderanno per strusciarsi intorno alle sue gambe e fargli le fusa.
Mentre ne parlavo, lui e' morto, a Bologna.
Lo ricordo con tutta la simpatia che si puo' riservare a una persona che ha scelto per mestiere e passione di studiare gli insetti, che deve quindi avere una straordinaria passione per i dettagli e una grande capacita' di andare oltre l'apparenza.
Gli auguro un buon cammino verso il paradiso dei gatti, dove in molti lo attenderanno per strusciarsi intorno alle sue gambe e fargli le fusa.
domenica 29 maggio 2011
Non voglio essere un piumino di tiglio
E un altro giorno e' andato. E un altro sogno e' andato. Un'altra illusione di stabilita', di casa, bruciata. O forse no.
Giusto perche' non pensiate che sia pazza: venerdi' e' arrivata la proposta. La proposta di lavoro che aspettavo da tempo. La fuga perfetta. Mesi di colloqui e poi la telefonata: "Posso parlarle, dottoressa? Ha tempo per segnarsi qualche cifra?".
I numeri, intesi come soldi, sono tanti. Molti di piu' di quelli che prendo ora. Non troppi, altrimenti penserei che mi stanno sopravvalutando, che corro il rischio di bruciarmi subito. Non pochi, perche' altrimenti non staremmo qui a parlarne. Pero' i soldi non sono la questione.
La mia filosofia sul denaro e' on - off, o ci sono o non ci sono. Se non ci sono e' una tragedia. Se ci sono bastano. Non ho gusti particolarmente raffinati, le borsette di vuitton non mi piacciono. Sul serio, le trovo oggetti poco interessanti. Non sono una viaggiatrice zaino in spalla, ma non ho bisogno del lusso. Dei posti mi piace sentire il caldo, non l'aria condizionata.
Amo la mia casa - che e' bellissima - anche perche' e' in periferia. In centro ci stanno i cagoni, penso di avevelo gia' scritto, quelli che non hanno mai piantato il basilico con l'indice come ho fatto stasera e non si sono mai grattati via la terra da sotto l'unghia con lo spazzolino apposta.
Avere molti piu' soldi, incomparabilmente piu' soldi, non cambierebbe di una virgola i miei desideri e i miei sogni. Felicita' e' un dondolo, nessuno me lo toglie dalla testa.
Il lavoro, dicevamo. Il lavoro nuovo consiste nel ricominciare daccapo a fare quello che ho fatto nell'azienda in cui lavoro oggi. Un pazzesco rewind, perche' loro sono messi come era messa la mia azienda nel 2007, quando io e la mia mentore - o ex mentore, ora aguzzina indifferente o ferita, che e' la stessa cosa - abbiamo cominciato a lavorare li'. Tutto da fare, tutto da inventare, un percorso da costruire, sul quale trascinare gli altri, convinte che li avremmo fatti piu' felici. Perche' noi siamo i buoni in un'azienda di cattivi. Quelli che si occupano di redistribuire i soldi, di ribilanciare gli interessi, quelli che hanno lo sguardo al valore di lungo periodo e non al profitto di breve termine. Noi siamo la sostenibilita' in una multinazionale del petrolio, e ho detto tutto. Quante volte i colleghi mi hanno detto: "voi si' che fate cose interessanti, voi si' che fate un bel mestiere." E' vero, e' un bellissimo mestiere, con tutto il dolore delle contraddizioni, dello stare sul crinale perche' non sai e non hai modo di sapere se quando ti dicono che inquini i fiumi in Africa e' vero oppure no. Puoi solo rispondere che cerchi di non farlo, che se lo fai cercherai di farlo sempre meno. Devi cercare di non essere ridicolo negando l'evidenza e di continuare a crederci. Quindi un bel mestiere, che spesso fa venire il buco nello stomaco, perche' solo i cretini non hanno dubbi e quindi ne hai anche tu tutti i giorni.
Le differenze fra l'attuale lavoro e la proposta: quelle radicali sono due. La prima e' che non c'e' la mentore, nel senso che avrei io il suo ruolo. Questa e' la cosa piu' divertente di tutte, ammetto con un filo di superbia che e' l'aspetto che mi fa meno paura. Penso sinceramente, umilmente, di doverle tutto.
Di lei ho l'essere esigente fino alla maniacalita' (vi ricordo che tolgo a mano gli afidi alle rose invece di usare un semplice spray), da lei ho preso il coraggio e il non avere paura delle imprese che sembrano troppo grandi (lo dimostra il giardino intero, i pomodori che prosperano nella grande citta'), per lei ho "messo su il canino", come dice mio marito, nel senso che ho imparato a essere dura quando serve, a non temere il conflitto, a non essere sempre troppo gentile. Troppo emiliana per questa citta'.
Di migliore, rispetto a lei, ho il fatto che voglio bene agli altri e, anche se sembra incredibile dato il mio portato di traumi adolescenziali, sono abbastanza convinta che gli altri vogliano bene a me. Sono meno spaventata, meno insicura, meno aggressiva perche' non ho bisogno d soffiare a chiunque mi voglia solo fare una carezza.
Per questo penso di poter fare onestamente, con dignita' e con una certa possibilita' di successo il mio mestiere nella nuova azienda.
Lei e' piu' geniale di me. Io sono piu' umana. Qualche vantaggio conto che ci sia.
La seconda gigantesca differenza e' che la nuova azienda e' percepita come buona quanto l'altra e' percepita come cattiva. Anche questa si occupa di bisogni primari: non energia, ma cibo. Pero' non ha addosso l'odore di zolfo, e' portatrice di un messaggio interessato, ma condivisibile, che invita a non mangiare carne, ma cereali e legumi.
Io sono un po' stanca di dire una cosa in cui credo, cioe' che l'emancipazione femminile, la scolarizzazione, la morte a novant'anni invece che a trenta sono sottoprodotti del petrolio. E' vero, ma e' duro.
E' bello pensare di andare a lavorare per qualcuno che non e' percepito come un male necessario, per qualcuno che ha inventato le sorprese nelle merende (o almeno me lo ricordo cosi'). Non che la' non ci sia nulla da ridistribuire. Si tratta di nutrire il pianeta, niente meno. Ma almeno non ci sono foto con i cormorani ricoperti di merda e i pescatori che pescano cadaveri perche' e' esplosa una piattaforma e a te sembra di prendere tutti in giro.
Qual e' il problema, direte voi? Ti danno soldi per fare qualcosa che pensi di saper fare, lontano da colei che ti ha dato tutto quello che poteva darti e adesso ti succhia solo allegria e fiducia nel mondo, in un'azienda che rispecchia quello che sei o vorresti essere.
Il fatto e' che devo trasferirmi dalla citta' in cui vivo, andare a stare in una deliziosa cittadina piu' piccola, piu' vicina al posto dove sono nata, dove la gente, probabilmente, non se ne fara' niente del mio canino, che piano piano regredira', riportandomi a essere una personcina per bene invece che un lupo mannaro.
Devo lasciare mio marito, i gatti, il giardino per quattro notti la settimana. Sperando che un giorno o l'altro lui, loro e le piante salgano su un camion e mi raggiungano, il che mi allontanerebbe dai miei vicini, da quest'equilibrio precario e prezioso che ho costruito in quest'anno.
Adesso che ho capito che il lavoro non e' tutto, che mi interessa la mia vita, che mi importa dei gesti piccoli, dello strofinare le foglie di limone fra le dita per sentire l'odore, del bollettino dei boccioli sbocciati la mattina, dei passi sul pavimento caldo di sole del giardino. Adesso che so cosa vuol dire sedere con la brezza fra i capelli sul dondolo la sera, osservare l'ortensia che cambia colore, bere il cappuccino passeggiando fra pomodori e zucchine, spazzare i cadaveri di scarafaggio che la gatta piccola mi ha portato nella notte intorno al letto, trovare una piantina del vicino misterioso da piantare in cortile, desiderare almeno un po' un figlio.
Adesso che c'e' pace qui, fra i muri protetti della casa che mai ho avuto il coraggio di sognare, che ci sono i pantaloni a righe e la luna appesa nel buco fra i tetti postindustriali, che c'e' mio marito sul divano e la pizza mangiata fuori, l'albero di Natale fatto con i rami potati delle tuje, la poesia di un tempo che finalmente puo' rallentare.
Occorre sognare un monolocale che abbia almeno un pezzetto di giardino o un piccolo balcone. Occorre sperare che il suo ottimismo sia premiato e che fra solo un anno trovi un lavoro anche lui nella piccola citta'. Bisogna pensare che il gatto grande non si offendera' e che nel suo modo strano mi vorra' ancora bene anche se lo tradiro' andandomene. Che la piccola non dimentichi come mi fa le fusa.
C'e' un'altra casa da sognare, dubitando che possa essere felice come questa, piante che si spera sapro' acclimatare e che non prenderanno malattie terribili fra il lunedi' e il venerdi'. Ci sono bambini che non verranno su nemmeno in questa casa, una piscinetta gonfiabile in fondo al giardino che non esistera' mai.
Un dolore sordo di una vita destinata a essere sempre di corsa, condannata a non conoscere decrescita e rassegnazione anche quando li desidera e li ha ottenuti.
Mi sento come se di nuovo fosse comparso il destino a dirmi cosa devo fare, perche' l'oggi e' gia' ritornato solo un'attesa di domani.
Vorrei potermi fidare della voce che ho dentro, che e' limpida come quella di un cantante di quando ero bambina, che aveva un ritornello che diceva: "hai davanti un alto viaggio e una citta' per cantare" e sperare che, alla fine di quel viaggio non ci sia ancora un altro viaggio, ma un giardino, i miei gatti e mio marito, con un bambino di qualunque colore in braccio.
Ho piantato rucola e basilico, oggi pomeriggio, mentre facevo questi pensieri. Pensavo di non voler seminare solo piante annuali. Pensavo che voglio essere una quercia e non un piumino di tiglio, che non voglio correre il rischio di volare via lontano da lui e da loro.
Bisognera' solo stare a vedere se il mio destino me lo consentira'.
Giusto perche' non pensiate che sia pazza: venerdi' e' arrivata la proposta. La proposta di lavoro che aspettavo da tempo. La fuga perfetta. Mesi di colloqui e poi la telefonata: "Posso parlarle, dottoressa? Ha tempo per segnarsi qualche cifra?".
I numeri, intesi come soldi, sono tanti. Molti di piu' di quelli che prendo ora. Non troppi, altrimenti penserei che mi stanno sopravvalutando, che corro il rischio di bruciarmi subito. Non pochi, perche' altrimenti non staremmo qui a parlarne. Pero' i soldi non sono la questione.
La mia filosofia sul denaro e' on - off, o ci sono o non ci sono. Se non ci sono e' una tragedia. Se ci sono bastano. Non ho gusti particolarmente raffinati, le borsette di vuitton non mi piacciono. Sul serio, le trovo oggetti poco interessanti. Non sono una viaggiatrice zaino in spalla, ma non ho bisogno del lusso. Dei posti mi piace sentire il caldo, non l'aria condizionata.
Amo la mia casa - che e' bellissima - anche perche' e' in periferia. In centro ci stanno i cagoni, penso di avevelo gia' scritto, quelli che non hanno mai piantato il basilico con l'indice come ho fatto stasera e non si sono mai grattati via la terra da sotto l'unghia con lo spazzolino apposta.
Avere molti piu' soldi, incomparabilmente piu' soldi, non cambierebbe di una virgola i miei desideri e i miei sogni. Felicita' e' un dondolo, nessuno me lo toglie dalla testa.
Il lavoro, dicevamo. Il lavoro nuovo consiste nel ricominciare daccapo a fare quello che ho fatto nell'azienda in cui lavoro oggi. Un pazzesco rewind, perche' loro sono messi come era messa la mia azienda nel 2007, quando io e la mia mentore - o ex mentore, ora aguzzina indifferente o ferita, che e' la stessa cosa - abbiamo cominciato a lavorare li'. Tutto da fare, tutto da inventare, un percorso da costruire, sul quale trascinare gli altri, convinte che li avremmo fatti piu' felici. Perche' noi siamo i buoni in un'azienda di cattivi. Quelli che si occupano di redistribuire i soldi, di ribilanciare gli interessi, quelli che hanno lo sguardo al valore di lungo periodo e non al profitto di breve termine. Noi siamo la sostenibilita' in una multinazionale del petrolio, e ho detto tutto. Quante volte i colleghi mi hanno detto: "voi si' che fate cose interessanti, voi si' che fate un bel mestiere." E' vero, e' un bellissimo mestiere, con tutto il dolore delle contraddizioni, dello stare sul crinale perche' non sai e non hai modo di sapere se quando ti dicono che inquini i fiumi in Africa e' vero oppure no. Puoi solo rispondere che cerchi di non farlo, che se lo fai cercherai di farlo sempre meno. Devi cercare di non essere ridicolo negando l'evidenza e di continuare a crederci. Quindi un bel mestiere, che spesso fa venire il buco nello stomaco, perche' solo i cretini non hanno dubbi e quindi ne hai anche tu tutti i giorni.
Le differenze fra l'attuale lavoro e la proposta: quelle radicali sono due. La prima e' che non c'e' la mentore, nel senso che avrei io il suo ruolo. Questa e' la cosa piu' divertente di tutte, ammetto con un filo di superbia che e' l'aspetto che mi fa meno paura. Penso sinceramente, umilmente, di doverle tutto.
Di lei ho l'essere esigente fino alla maniacalita' (vi ricordo che tolgo a mano gli afidi alle rose invece di usare un semplice spray), da lei ho preso il coraggio e il non avere paura delle imprese che sembrano troppo grandi (lo dimostra il giardino intero, i pomodori che prosperano nella grande citta'), per lei ho "messo su il canino", come dice mio marito, nel senso che ho imparato a essere dura quando serve, a non temere il conflitto, a non essere sempre troppo gentile. Troppo emiliana per questa citta'.
Di migliore, rispetto a lei, ho il fatto che voglio bene agli altri e, anche se sembra incredibile dato il mio portato di traumi adolescenziali, sono abbastanza convinta che gli altri vogliano bene a me. Sono meno spaventata, meno insicura, meno aggressiva perche' non ho bisogno d soffiare a chiunque mi voglia solo fare una carezza.
Per questo penso di poter fare onestamente, con dignita' e con una certa possibilita' di successo il mio mestiere nella nuova azienda.
Lei e' piu' geniale di me. Io sono piu' umana. Qualche vantaggio conto che ci sia.
La seconda gigantesca differenza e' che la nuova azienda e' percepita come buona quanto l'altra e' percepita come cattiva. Anche questa si occupa di bisogni primari: non energia, ma cibo. Pero' non ha addosso l'odore di zolfo, e' portatrice di un messaggio interessato, ma condivisibile, che invita a non mangiare carne, ma cereali e legumi.
Io sono un po' stanca di dire una cosa in cui credo, cioe' che l'emancipazione femminile, la scolarizzazione, la morte a novant'anni invece che a trenta sono sottoprodotti del petrolio. E' vero, ma e' duro.
E' bello pensare di andare a lavorare per qualcuno che non e' percepito come un male necessario, per qualcuno che ha inventato le sorprese nelle merende (o almeno me lo ricordo cosi'). Non che la' non ci sia nulla da ridistribuire. Si tratta di nutrire il pianeta, niente meno. Ma almeno non ci sono foto con i cormorani ricoperti di merda e i pescatori che pescano cadaveri perche' e' esplosa una piattaforma e a te sembra di prendere tutti in giro.
Qual e' il problema, direte voi? Ti danno soldi per fare qualcosa che pensi di saper fare, lontano da colei che ti ha dato tutto quello che poteva darti e adesso ti succhia solo allegria e fiducia nel mondo, in un'azienda che rispecchia quello che sei o vorresti essere.
Il fatto e' che devo trasferirmi dalla citta' in cui vivo, andare a stare in una deliziosa cittadina piu' piccola, piu' vicina al posto dove sono nata, dove la gente, probabilmente, non se ne fara' niente del mio canino, che piano piano regredira', riportandomi a essere una personcina per bene invece che un lupo mannaro.
Devo lasciare mio marito, i gatti, il giardino per quattro notti la settimana. Sperando che un giorno o l'altro lui, loro e le piante salgano su un camion e mi raggiungano, il che mi allontanerebbe dai miei vicini, da quest'equilibrio precario e prezioso che ho costruito in quest'anno.
Adesso che ho capito che il lavoro non e' tutto, che mi interessa la mia vita, che mi importa dei gesti piccoli, dello strofinare le foglie di limone fra le dita per sentire l'odore, del bollettino dei boccioli sbocciati la mattina, dei passi sul pavimento caldo di sole del giardino. Adesso che so cosa vuol dire sedere con la brezza fra i capelli sul dondolo la sera, osservare l'ortensia che cambia colore, bere il cappuccino passeggiando fra pomodori e zucchine, spazzare i cadaveri di scarafaggio che la gatta piccola mi ha portato nella notte intorno al letto, trovare una piantina del vicino misterioso da piantare in cortile, desiderare almeno un po' un figlio.
Adesso che c'e' pace qui, fra i muri protetti della casa che mai ho avuto il coraggio di sognare, che ci sono i pantaloni a righe e la luna appesa nel buco fra i tetti postindustriali, che c'e' mio marito sul divano e la pizza mangiata fuori, l'albero di Natale fatto con i rami potati delle tuje, la poesia di un tempo che finalmente puo' rallentare.
Occorre sognare un monolocale che abbia almeno un pezzetto di giardino o un piccolo balcone. Occorre sperare che il suo ottimismo sia premiato e che fra solo un anno trovi un lavoro anche lui nella piccola citta'. Bisogna pensare che il gatto grande non si offendera' e che nel suo modo strano mi vorra' ancora bene anche se lo tradiro' andandomene. Che la piccola non dimentichi come mi fa le fusa.
C'e' un'altra casa da sognare, dubitando che possa essere felice come questa, piante che si spera sapro' acclimatare e che non prenderanno malattie terribili fra il lunedi' e il venerdi'. Ci sono bambini che non verranno su nemmeno in questa casa, una piscinetta gonfiabile in fondo al giardino che non esistera' mai.
Un dolore sordo di una vita destinata a essere sempre di corsa, condannata a non conoscere decrescita e rassegnazione anche quando li desidera e li ha ottenuti.
Mi sento come se di nuovo fosse comparso il destino a dirmi cosa devo fare, perche' l'oggi e' gia' ritornato solo un'attesa di domani.
Vorrei potermi fidare della voce che ho dentro, che e' limpida come quella di un cantante di quando ero bambina, che aveva un ritornello che diceva: "hai davanti un alto viaggio e una citta' per cantare" e sperare che, alla fine di quel viaggio non ci sia ancora un altro viaggio, ma un giardino, i miei gatti e mio marito, con un bambino di qualunque colore in braccio.
Ho piantato rucola e basilico, oggi pomeriggio, mentre facevo questi pensieri. Pensavo di non voler seminare solo piante annuali. Pensavo che voglio essere una quercia e non un piumino di tiglio, che non voglio correre il rischio di volare via lontano da lui e da loro.
Bisognera' solo stare a vedere se il mio destino me lo consentira'.
martedì 17 maggio 2011
Inventario degli odori felici
Il Profumo di Suskind e' un bel libro. Un po' paraculo, se mi consentite il termine. Un'ottima idea, un'ambientazione che attira (chissa' perche' il medioevo affascina tanto le persone?), una scrittura facile di chi ha buona penna e sa di averla, un po' di sangue e sensualita' splatter che non guastano mai. Il narrare attraverso gli odori la vertigine di un'ossessione che si svela mano a mano al lettore ha un certo fascino.
L'unica cosa e' che io non trovo niente di inquietante negli odori. Mi sforzo, ma non riesco ad associare il profumo a qualcosa di negativo.
Eccovi quindi il mio inventario degli odori felici, partendo ovviamente dal giardino in questo splendido maggio di sole e caldino perfetti.
Gia' sotto la pergola si sentono il rincosperno, un po' dolciastro, e il gelsomino (che ho il sospetto sia un caprifoglio giallo, ma questo lo studiero' il prossimo week end). Sanno di cene a bere birra densa ridendo come matti per scenette da stanlio e olio, di colazioni pigre di domenica, con la mia amica in maglietta e mutande che mangia i biscotti dietetici che sembrano truciolato dell'ikea, di chiacchiere sulla vita fatte per il gusto delle parole che rotolano in bocca, con i fili del ragionamento resi piu' lisci dall'alcool. La gatta piccola cosi' piccola che passa per i buchi del cannicciato ha quell'odore, cosi' come le corse dietro uno scarafaggio della stessa gatta fattasi grande e coraggiosa. E' il profumo di una lanterna verde regalata per compensare una faticosissima serata a progettare una cucina, che brilla nella luce fioca che ondeggia di piante.
Uscendo dalla pergola si incontra il profumo di una rosa banale, una rosa rosa che non avrei mai piantato, ma che ho ereditato e che mi riempie di soddisfazione con i suoi mazzetti fitti, con i petali persi sul pavimento come dietro una sposa nei giorni di vento.
Da destra si insinuano gli odori densi degli odori da cucina. La menta li copre tutti, intensa come il mohito di un aperitivo di tanti anni fa, in un bar antico vicino al palazzo del mio primo lavoro. Sembrava un destino. Sono arrivata in questa citta' e il mio primo ufficio stava in un edificio storico, con un nome strano, "delle stelline". Mi hanno spiegato subito che era un posto di suore e che le stelline erano le bambine, le orfanelle esposte e raccolte attraverso una ruota che ancora si vede sulla parete. Anch'io ero sperduta, anch'io ero nuova a quel mondo e avevo bisogno di qualcuno - preferibilmente non una suora - che mi badasse e accogliesse. In quel bar vicino conoscevo i colleghi che surrogavano gli amici che non avevo ancora. Mi convincevo mi piacessero anche se non era vero, perche' volevo che la ruota girasse per poter essere dentro. La menta era la via di accesso a quel desiderio cosi' intenso che adesso mi fa sorridere.
Il timo, la melissa, il rosmarino, la salvia dalle foglie grandi non sanno di niente, bisogna toccarli per sentirsi sulle mani un odore che e' quasi un gusto.
I pomodori pizzicano il naso, come le foglie pizzicano le mani. Sanno di Corsica, di serate umide fuori dalla grande casa che chiamerei della liberta' se non fosse quanto di piu' lontano esista dal partito che usurpa questo nome, con l'accappatoio addosso a raccogliere frutti grossi e gonfi su cui passeggiano insetti buoni per grigliate senza carne, almeno per me.
Vicino all'orto stanno le rose che ho scelto, quelle che sanno del maggio della mia infanzia, quelle raccolte nei giardini un po' storte e spampanate, che non so nemmeno se sia italiano. Le rose delle passeggiate verso la Pieve, io atea inebriata dalle mani piene di fiori delle donne del mio paese, che camminavano in una festa della rinascita dopo l'inverno che inneggiava a Maria come a Persefone che ritorna dall'Ade sulla terra di sua madre (forse la storia piu' bella di tutte le storie mai raccontate). Bianche e rosa sui bordi, piante non sane ma combattive, capaci di foglie tempestate di muffe antiche e increspate dalla cattiva salute che fioriscono lente, ma hanno boccioli che sembrano non smettere mai di allargarsi in cento mille petali che frusciano nell'aria ferma, lanciando un profumo che e' un grido piu' che un canto, che e' la disperazione della vita breve vissuta con tutta l'intensita' che un destino su uno stelo possa concedere.
Poco piu' in la', la rosa violetta che sa di limone, discreta e misteriosa, l'ultima che ho comprato domenica scorsa e che lunedi' mi sono trovata in ufficio. Qualcuno ne aveva raccolto un bocciolo in un posto lontano da li' e aveva pensato di portarla in quello stanzone per godersela un po'. Ed era proprio lei, figlia di una pianta gemella alla mia, quella che avevo scelto fra mille in una grande fiera, perche' era diversa fra tutte. Il caso e' un artista.
A fianco ha il limone a rafforzarla nel suo odorare soave e leggero, che chiude in una danza, in un sospiro, in una ninnananna per le serate senza sonno l'inventario dei miei odori felici. O almeno di quelli del mio giardino.
L'unica cosa e' che io non trovo niente di inquietante negli odori. Mi sforzo, ma non riesco ad associare il profumo a qualcosa di negativo.
Eccovi quindi il mio inventario degli odori felici, partendo ovviamente dal giardino in questo splendido maggio di sole e caldino perfetti.
Gia' sotto la pergola si sentono il rincosperno, un po' dolciastro, e il gelsomino (che ho il sospetto sia un caprifoglio giallo, ma questo lo studiero' il prossimo week end). Sanno di cene a bere birra densa ridendo come matti per scenette da stanlio e olio, di colazioni pigre di domenica, con la mia amica in maglietta e mutande che mangia i biscotti dietetici che sembrano truciolato dell'ikea, di chiacchiere sulla vita fatte per il gusto delle parole che rotolano in bocca, con i fili del ragionamento resi piu' lisci dall'alcool. La gatta piccola cosi' piccola che passa per i buchi del cannicciato ha quell'odore, cosi' come le corse dietro uno scarafaggio della stessa gatta fattasi grande e coraggiosa. E' il profumo di una lanterna verde regalata per compensare una faticosissima serata a progettare una cucina, che brilla nella luce fioca che ondeggia di piante.
Uscendo dalla pergola si incontra il profumo di una rosa banale, una rosa rosa che non avrei mai piantato, ma che ho ereditato e che mi riempie di soddisfazione con i suoi mazzetti fitti, con i petali persi sul pavimento come dietro una sposa nei giorni di vento.
Da destra si insinuano gli odori densi degli odori da cucina. La menta li copre tutti, intensa come il mohito di un aperitivo di tanti anni fa, in un bar antico vicino al palazzo del mio primo lavoro. Sembrava un destino. Sono arrivata in questa citta' e il mio primo ufficio stava in un edificio storico, con un nome strano, "delle stelline". Mi hanno spiegato subito che era un posto di suore e che le stelline erano le bambine, le orfanelle esposte e raccolte attraverso una ruota che ancora si vede sulla parete. Anch'io ero sperduta, anch'io ero nuova a quel mondo e avevo bisogno di qualcuno - preferibilmente non una suora - che mi badasse e accogliesse. In quel bar vicino conoscevo i colleghi che surrogavano gli amici che non avevo ancora. Mi convincevo mi piacessero anche se non era vero, perche' volevo che la ruota girasse per poter essere dentro. La menta era la via di accesso a quel desiderio cosi' intenso che adesso mi fa sorridere.
Il timo, la melissa, il rosmarino, la salvia dalle foglie grandi non sanno di niente, bisogna toccarli per sentirsi sulle mani un odore che e' quasi un gusto.
I pomodori pizzicano il naso, come le foglie pizzicano le mani. Sanno di Corsica, di serate umide fuori dalla grande casa che chiamerei della liberta' se non fosse quanto di piu' lontano esista dal partito che usurpa questo nome, con l'accappatoio addosso a raccogliere frutti grossi e gonfi su cui passeggiano insetti buoni per grigliate senza carne, almeno per me.
Vicino all'orto stanno le rose che ho scelto, quelle che sanno del maggio della mia infanzia, quelle raccolte nei giardini un po' storte e spampanate, che non so nemmeno se sia italiano. Le rose delle passeggiate verso la Pieve, io atea inebriata dalle mani piene di fiori delle donne del mio paese, che camminavano in una festa della rinascita dopo l'inverno che inneggiava a Maria come a Persefone che ritorna dall'Ade sulla terra di sua madre (forse la storia piu' bella di tutte le storie mai raccontate). Bianche e rosa sui bordi, piante non sane ma combattive, capaci di foglie tempestate di muffe antiche e increspate dalla cattiva salute che fioriscono lente, ma hanno boccioli che sembrano non smettere mai di allargarsi in cento mille petali che frusciano nell'aria ferma, lanciando un profumo che e' un grido piu' che un canto, che e' la disperazione della vita breve vissuta con tutta l'intensita' che un destino su uno stelo possa concedere.
Poco piu' in la', la rosa violetta che sa di limone, discreta e misteriosa, l'ultima che ho comprato domenica scorsa e che lunedi' mi sono trovata in ufficio. Qualcuno ne aveva raccolto un bocciolo in un posto lontano da li' e aveva pensato di portarla in quello stanzone per godersela un po'. Ed era proprio lei, figlia di una pianta gemella alla mia, quella che avevo scelto fra mille in una grande fiera, perche' era diversa fra tutte. Il caso e' un artista.
A fianco ha il limone a rafforzarla nel suo odorare soave e leggero, che chiude in una danza, in un sospiro, in una ninnananna per le serate senza sonno l'inventario dei miei odori felici. O almeno di quelli del mio giardino.
sabato 7 maggio 2011
Sessant'anni di matrimonio. E un innaffiatoio.
Tra gli infiniti vantaggi che ti da' l'avere piante e animali c'e' ovviamente la socializzazione condominiale. Va be', il nostro e' un condominio un po' particolare, in cui la gente tende naturalmente alla comune. Nel pianerottolo sopra al mio tutti hanno la porta aperta. C'e' gente di ogni tipo, di tutte le eta' e sono convinti che sia normale cosi'. Sembra di stare un po' in quel sud da cui provengono molti inquilini: qualche urlo, molte finestre aperte e pasta al forno che suona il campanello la domenica.
Qui l'amministratore di condominio non ha nessuna autorita', perche' si decide tutto nelle assemblee informali - seguitissime soprattutto dalle signore piu' anziane che le preferiscono alla tv - anche se nessuno sa bene cosa siano ne' che valore legale possano avere.
Quelli che negli altri condomini sarebbero inquilini di pregio - manager urbanizzati dei loft costruiti a piano terra, dove c'erano i magazzini - qui vengono guardati con diffidenza, perche' non condividono lo spirito del luogo, si fanno i fatti loro, chiamano addirittura l'amministratore quando sono invasi dagli scarafaggi, invece di rivolgersi al consigliere condominiale, che visto che esce la ditta la fa passare per tutti gli appartamenti. Perche' ovviamente ha molte - se non tutte - le chiavi di casa.
Non serve precisare che ha anche le nostre. Noi, che siamo quelli dei gatti. Io, che sono quella delle piante.
I gatti si incaricano di show quotidiani a beneficio di tutti quelli che hanno il balcone che da' sul giardino, inseguendosi come acrobati del circo, saltando da un tetto all'altro con sommo dispetto dei gatti dei balconi e, soprattutto, degli sparuti, minuscoli cagnolini delle altre case. Lo fanno apposta, gli infami, a ribadire la vastita' del loro territorio e della loro buona sorte. Noi siamo quelli dei gatti, con un sorriso. Questo e' gia' un lasciapassare. La gente che ha i gatti non puo' essere infida.
Io, in piu', sono quella del giardino. Gia' da prima mi vedevano sempre fuori, a ispezionare una rosa, a soccorrere un gelsomino che si protendeva senza trovare un appoggio, a travasare qualche immane glicine con l'aria di una non proprio abituata ai lavori di fatica. Oppure con la scopa in mano a spazzar foglie, io che non ho mai sentito il bisogno di togliere la polvere dal pavimento di casa.
Poi, il ponte del 17 marzo, festa dell'Italia unita, abbiamo deciso di piantumare il cortile condominiale. E' stato un week end bellissimo, che vale una puntata da solo quindi ve lo raccontero' un'altra volta. Da allora sono la giardiniera ufficiale del condominio, incaricata unica delle innaffiature e della gestione dei vegetali, che includono un pesco e un albicocco dotati ognuno di un frutto.
La sera arrivo e scendo a innaffiare se serve. Qualcuno mi fa spesso trovare l'innaffiatoio pieno, cosi' mi risparmio la prima fatica. Parlo con tutti. La gente rientra dal lavoro, mi trova li' e con ognuno si scambia una parola, si organizza una missione per il sabato - all'ortomercato, alla coop, a una fiera dei fiori, si fa compagnia un momento a una vecchietta.
Stasera mi e' passato davanti un signore anziano, che portava la carta al cassonetto della differenziata, a fianco dell'oleandro condominiale. Mi ha salutata, l'ho salutato.
Ho chiesto come va.
Mi ha risposto si va avanti, da vecchi.
Ma no, da persone in gamba, ho risposto.
E' rientrato e ha salito le scale.
Poi e' sceso di nuovo.
"Dicevo, si tira avanti, da anziani. Abbiamo festeggiato il sessantesimo di matrimonio con mio moglie, tre settimane fa. Sa, ci siam sposati giovani, quindi son gia' sessanta."
Si e' girato e ha di nuovo preso le scale.
Era tornato indietro solo per dirmi questa cosa preziosa, ci aveva pensato, si era dispiaciuto di non avermelo detto cosi' aveva rifatto le scale, una cosa che sicuramente gli era costata fatica. Ci aveva messo un po', Tanto io ero li' a innaffiare. Chissa' quando gli sarebbe capitata l'occasione di dirlo a qualcuno, sua moglie lo sapeva gia'.
Mi sono complimentata sinceramente.
Sono quei momenti che salvano una giornata.
Qui l'amministratore di condominio non ha nessuna autorita', perche' si decide tutto nelle assemblee informali - seguitissime soprattutto dalle signore piu' anziane che le preferiscono alla tv - anche se nessuno sa bene cosa siano ne' che valore legale possano avere.
Quelli che negli altri condomini sarebbero inquilini di pregio - manager urbanizzati dei loft costruiti a piano terra, dove c'erano i magazzini - qui vengono guardati con diffidenza, perche' non condividono lo spirito del luogo, si fanno i fatti loro, chiamano addirittura l'amministratore quando sono invasi dagli scarafaggi, invece di rivolgersi al consigliere condominiale, che visto che esce la ditta la fa passare per tutti gli appartamenti. Perche' ovviamente ha molte - se non tutte - le chiavi di casa.
Non serve precisare che ha anche le nostre. Noi, che siamo quelli dei gatti. Io, che sono quella delle piante.
I gatti si incaricano di show quotidiani a beneficio di tutti quelli che hanno il balcone che da' sul giardino, inseguendosi come acrobati del circo, saltando da un tetto all'altro con sommo dispetto dei gatti dei balconi e, soprattutto, degli sparuti, minuscoli cagnolini delle altre case. Lo fanno apposta, gli infami, a ribadire la vastita' del loro territorio e della loro buona sorte. Noi siamo quelli dei gatti, con un sorriso. Questo e' gia' un lasciapassare. La gente che ha i gatti non puo' essere infida.
Io, in piu', sono quella del giardino. Gia' da prima mi vedevano sempre fuori, a ispezionare una rosa, a soccorrere un gelsomino che si protendeva senza trovare un appoggio, a travasare qualche immane glicine con l'aria di una non proprio abituata ai lavori di fatica. Oppure con la scopa in mano a spazzar foglie, io che non ho mai sentito il bisogno di togliere la polvere dal pavimento di casa.
Poi, il ponte del 17 marzo, festa dell'Italia unita, abbiamo deciso di piantumare il cortile condominiale. E' stato un week end bellissimo, che vale una puntata da solo quindi ve lo raccontero' un'altra volta. Da allora sono la giardiniera ufficiale del condominio, incaricata unica delle innaffiature e della gestione dei vegetali, che includono un pesco e un albicocco dotati ognuno di un frutto.
La sera arrivo e scendo a innaffiare se serve. Qualcuno mi fa spesso trovare l'innaffiatoio pieno, cosi' mi risparmio la prima fatica. Parlo con tutti. La gente rientra dal lavoro, mi trova li' e con ognuno si scambia una parola, si organizza una missione per il sabato - all'ortomercato, alla coop, a una fiera dei fiori, si fa compagnia un momento a una vecchietta.
Stasera mi e' passato davanti un signore anziano, che portava la carta al cassonetto della differenziata, a fianco dell'oleandro condominiale. Mi ha salutata, l'ho salutato.
Ho chiesto come va.
Mi ha risposto si va avanti, da vecchi.
Ma no, da persone in gamba, ho risposto.
E' rientrato e ha salito le scale.
Poi e' sceso di nuovo.
"Dicevo, si tira avanti, da anziani. Abbiamo festeggiato il sessantesimo di matrimonio con mio moglie, tre settimane fa. Sa, ci siam sposati giovani, quindi son gia' sessanta."
Si e' girato e ha di nuovo preso le scale.
Era tornato indietro solo per dirmi questa cosa preziosa, ci aveva pensato, si era dispiaciuto di non avermelo detto cosi' aveva rifatto le scale, una cosa che sicuramente gli era costata fatica. Ci aveva messo un po', Tanto io ero li' a innaffiare. Chissa' quando gli sarebbe capitata l'occasione di dirlo a qualcuno, sua moglie lo sapeva gia'.
Mi sono complimentata sinceramente.
Sono quei momenti che salvano una giornata.
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