Stasera meditavo sulla stupidita' dei venditori di piante. Non di tutti, ovviamente, di quelli che vendono fiori e arbusti come se fossero scarpe e lampadari.
La mia collega due settimane fa e' andata in un garden center della citta', di quelli belli grandi, con il marito. Occorre premettere che sia lei sia il marito sono sicuramente conoscitori di scarpe e lampadari - soprattutto se indegnamente costosi - ma non distinguono un geranio da un crisantemo. Cosa che in se' non e' mica una colpa.
E' peggio, per dire, che la stessa collega e un altro convivente di ufficio, entrambi laureati, oggi fossero sinceramente convinti che la parola "cittadino" fosse invariabile e che l'unico significato di "cittadina" fosse "piccola citta'". L'ignoranza di base come male assoluto sta tornando per me un tema politico di attualita', ma questa e' un'altra storia e ne parliamo a parte.
Dicevo, mica e' una colpa non conoscere le piante. Per questo ci sono i garden center, no? Posti dove dovrebbero lavorare se non appassionati, almeno esperti del tema. Gente che non si e' posta il problema di quale negozio aprire, se era meglio darsi alle scarpe o ai fiori. Voleva fare proprio quello. Nella mia logica allevare e vendere piante e' come fare il panettiere o l'edicolante da un lato, perche' esige abbastanza passione da alzarsi presto la mattina. E' come fare il medico o il veterinario dall'altro, perche' si gestiscono cose vive e, come tali, mortali, che occorre maneggiare con estrema cautela.
Insomma, la mia collega e il marito vanno al garden center e dicono che vorrebbero riempire alcune balconnettes da ancorare ai davanzali. La mattina dopo tutta felice lei arriva in ufficio e mi dice che ora ha dei bellissimi fiori bianchi. Alcuni, profumatissimi, hanno grandi foglie molto lucide e verdi, gli altri sono piccoli e a stella, quasi come gelsomini (rincosperni). Il giorno successivo, con alla mano l'enciclopedia illustrata del giardinaggio, diamo un nome a quelle piante malcapitate. Il garden center le ha venduto gardenie e solenacee, da mettere nella stessa cassetta.
Allora, io non sono una vera esperta di giardinaggio, sono una praticona. Faccio figura solo perche' la gente di media e' molto ignorante in materia. Ci sono pero' poche nozioni base su ognuna delle due tipologie di piante. Cose che sanno tutti. Le gardenie vogliono ombra, almeno nei climi caldi, poca acqua e sono sensibili al calcare dell'acqua di citta'. Le solenacee, lo dice anche il nome (anche se penso che in realta' sia un falso amico come nelle parole inglesi), sono piantine da sole, che all'ombra intristiscono. Vogliono poca acqua, e' vero, ma se ne fregano del calcare. Anzi, un po', a correggere il terreno, non lo disprezzano per niente.
La coesistenza in una sola cassetta e' per lo meno improbabile. Se le solenacee prosperano piene di fiorellini per i raggi del pieno sole, le gardenie diventano tutte gialle e marroni. Viceversa, si avranno solenacee tristi tristi, fatte solo di foglie. Uno scherzo del destino vuole che l'esposizione della casa della mia collega - una sostanziale mezz'ombra irradiata pero' dal sole spietato del pomeriggio e non da quello dolce della mattina fa avvizzire entrambe le piante.
Allora, mi chiedo io: non si puo' ritirare la licenza al garden center? In primis per aver rovinato la vita a una pletora di povere piantine innocenti. In secondo luogo, per aver creato due poveri infelici che, d'ora in poi, si diranno negati per le piante e non ne compreranno mai piu'. Immaginate quanto sarebbero andati orgogliosi di davanzali ricoperti di surfinie e gerani rigogliosi. Pensate che avevano persi o predisposto l'impianto di irrigazione per quella coltivazione che, non per colpa loro, ha cosi' poche chances di avere successo.
La morale e' semplice e banale: per fare un mestiere non ci vuole solo l'opportunita' economica, ci vuole amore, dedizione e responsabilita'.
Spero che ci pensino i miei concittadini che sceglieranno il direttore di un grande garden center che si chiama citta' fra due settimane.
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martedì 17 maggio 2011
Tre fragole in salsa bollywood, per favore
Ieri sera ho visto il mio nuovo film preferito. Il titolo e' "My name is Khan" e mi sento di consigliarlo a tutti.
Lo consiglio agli amici intellettuali di sinistra, perche' e' un film di Bollywood, che dopo The Millionaire va di gran moda. L'ha diretto un grande regista indiano, figlio di una dinastia di registi - in India molto funziona per dinastie. L'attore principale - assolutamente impressionante nel ruolo di Khan, che non e' un personaggio facile - e' affidato a uno che a me sembra brutto, ma che e' una specie di Brad Pitt del subcontinente. Sospetto che le ragioni dell'amore degli intellettuali per la nuova Bollywood siano due. La prima e' che, dopo decenni di cinema radical chic intimista francese, penso che per loro sia stato un sollievo andare al cinema e persino divertirsi, uscire gioiosi accennando qualche passo di danza e facendo le facce. Il secondo motivo e' che nessuno dei miei amici intellettuali di sinistra e' mai stato in un cinema di Jaipur, esperienza che molto fa riflettere sulla genialita' assoluta del genere umano, ma conferma anche senza ombra di dubbio che il cinema non e' una roba su cui farsi dei gran pipponi mentali e magari pure un paio di esami all'Universita' (ebbene si', li ho fatti, ma giuro che non facevano parte del piano di studi facoltativo). E' guardare una storia, caderci dentro, partecipare con urla e schiamazzi mentre i bambini ti colano il gelato sulle ginocchia, i loro genitori producono un fratellino due file piu' indietro e le signore sgranano i piselli in prima fila.
Comunque My name is Khan ha dentro di se' molte ragioni intellettuali e di sinistra che forniscono adeguata giustificazione morale. Parla abbastanza male degli Stati Uniti pur rispettandone i miti fondativi (se hai voglia di lavorare e' la terra delle opportunita'), e' ambientato nel periodo del grande cambio dall'epoca di Bush a quella del mio amico ortolano Obama, e' un elogio dell'onesta', del candore e del bene che trionfano grazie alla grande stampa watchdog (si', ho fatto anche un esame di giornalismo, se e' per questo. Devo crocifiggermi per il mio passato?), ma anche una spietata critica a ignoranza e qualunquismo.
Non meno importante, e' ambientato per buona parte in una San Francisco strepitosa.
My name is Khan piacera' anche agli amici pop, perche' e' una grande e meravigliosa storia d'amore, fatta di malattia, che racconta come si possa amare non solo una persona diversa, ma addirittura qualcuno che e' considerato un disabile. Il morbo che e' parte dell'identita' di Khan e' una forma di autismo che impedisce di leggere i sentimenti altrui, una specie di malattia dell'empatia. Una cosa che di per se' sembra precludere a priori una storia d'amore (come se poi i cosiddetti normali, soprattutto se maschi, fossero normalmente dotati di grandi capacita' di comprensione delle altrui emozioni) e invece no. I buoni sentimenti traboccano, si riversano sulla donna amata, ma anche su madri, fratelli e cognate, nonne nere incontrate per caso in cittadine dell'America profonda, interi caseggiati di Calcutta. Solo che non sono fatti di parole - perche' Khan non le sa dire - ma di fatti. Khan aggiusta quasi tutto, perche' la sua clamorosa intelligenza strana e' capace di capire i segreti di ogni meccanismo meccanico. Solo che poi aggiusta anche i destini.
Questo film si puo' consigliare anche a tutti quelli che hanno voglia di avventure, ma non di avventure sterili, in cui tutti si menano e uccidono apparentemente senza una valida ragione. Va bene per chi ha voglia di avventure politiche, di quelle che cambiano la storia, anche se nel piccolo. E' un film politico nel suo bisogno di concretezza. Un film operaio di parrucchiere e agenti di commercio, mica di principi e principesse. Di modesti maestri di scuola disoccupati che si rivelano grandi narratori, al massimo di professoresse fragili di piccole universita'. E' un film sulle religioni, sui sentimenti altruistici che possono stimolare e sulle catastrofi che piu' frequentemente possono generare.
Insomma, sono contenta perche' ho fatto un pepe (diminutivo di pepetrolio, coniato da mio marito che mi chiede alla sera:"hai scritto un pepe?") intero su un film e non ho detto nulla della trama, perche' odio quelli che ti dicono devi vedere questo film e poi te lo raccontano cosi' nei particolari che ti passa qualunque curiosita'. Fate cosi', guardatelo e poi rileggete quello che ho scritto, cosi' vediamo se ho azzeccato tutte le categorie cineaste.
Altre novita' della giornata: al momento ho tre fragole in maturazione. Calcolando che l'unica prodotta fino ad ora l'ho dovuta dividere a meta' col coniuge e che ero piu' interessata alla riuscita estetica dell'oggetto che al sapore nutro grandi aspettative.
Seconda novita': la mia citta', almeno in questo primo turno, ha sostenuto la mia voglia di cambiamento, con un risultato commovente e inaspettato.
Da domani cominciano due settimane molto dure, in cui mi aspetto di tutto da quelli che hanno governato fino a ora. Pero' quando cambiava il vento sulla banderuola del tetto della casa di Mary Poppins ci stava un bel po'. Speriamo che i dirigenti nazionali, da entrambe le parti, ci lascino in pace a discutere del futuro di questo posto, nell'orto che c'e' qui. Che la citta' non diventi il laboratorio di un bel niente. Che non si teorizzi un domani di effetti valanga e di grandi decisioni. Che si prenda il voto per quello che e': un dialogo fra una serie di persone che cercano una strada migliore per stare insieme. In questo momento, in politica come in ogni cosa, non mi interessano le macroanalisi e i macrodisegni.
Mi importa che le cose piccole maturino in pace.
Come le mie fragole.
Lo consiglio agli amici intellettuali di sinistra, perche' e' un film di Bollywood, che dopo The Millionaire va di gran moda. L'ha diretto un grande regista indiano, figlio di una dinastia di registi - in India molto funziona per dinastie. L'attore principale - assolutamente impressionante nel ruolo di Khan, che non e' un personaggio facile - e' affidato a uno che a me sembra brutto, ma che e' una specie di Brad Pitt del subcontinente. Sospetto che le ragioni dell'amore degli intellettuali per la nuova Bollywood siano due. La prima e' che, dopo decenni di cinema radical chic intimista francese, penso che per loro sia stato un sollievo andare al cinema e persino divertirsi, uscire gioiosi accennando qualche passo di danza e facendo le facce. Il secondo motivo e' che nessuno dei miei amici intellettuali di sinistra e' mai stato in un cinema di Jaipur, esperienza che molto fa riflettere sulla genialita' assoluta del genere umano, ma conferma anche senza ombra di dubbio che il cinema non e' una roba su cui farsi dei gran pipponi mentali e magari pure un paio di esami all'Universita' (ebbene si', li ho fatti, ma giuro che non facevano parte del piano di studi facoltativo). E' guardare una storia, caderci dentro, partecipare con urla e schiamazzi mentre i bambini ti colano il gelato sulle ginocchia, i loro genitori producono un fratellino due file piu' indietro e le signore sgranano i piselli in prima fila.
Comunque My name is Khan ha dentro di se' molte ragioni intellettuali e di sinistra che forniscono adeguata giustificazione morale. Parla abbastanza male degli Stati Uniti pur rispettandone i miti fondativi (se hai voglia di lavorare e' la terra delle opportunita'), e' ambientato nel periodo del grande cambio dall'epoca di Bush a quella del mio amico ortolano Obama, e' un elogio dell'onesta', del candore e del bene che trionfano grazie alla grande stampa watchdog (si', ho fatto anche un esame di giornalismo, se e' per questo. Devo crocifiggermi per il mio passato?), ma anche una spietata critica a ignoranza e qualunquismo.
Non meno importante, e' ambientato per buona parte in una San Francisco strepitosa.
My name is Khan piacera' anche agli amici pop, perche' e' una grande e meravigliosa storia d'amore, fatta di malattia, che racconta come si possa amare non solo una persona diversa, ma addirittura qualcuno che e' considerato un disabile. Il morbo che e' parte dell'identita' di Khan e' una forma di autismo che impedisce di leggere i sentimenti altrui, una specie di malattia dell'empatia. Una cosa che di per se' sembra precludere a priori una storia d'amore (come se poi i cosiddetti normali, soprattutto se maschi, fossero normalmente dotati di grandi capacita' di comprensione delle altrui emozioni) e invece no. I buoni sentimenti traboccano, si riversano sulla donna amata, ma anche su madri, fratelli e cognate, nonne nere incontrate per caso in cittadine dell'America profonda, interi caseggiati di Calcutta. Solo che non sono fatti di parole - perche' Khan non le sa dire - ma di fatti. Khan aggiusta quasi tutto, perche' la sua clamorosa intelligenza strana e' capace di capire i segreti di ogni meccanismo meccanico. Solo che poi aggiusta anche i destini.
Questo film si puo' consigliare anche a tutti quelli che hanno voglia di avventure, ma non di avventure sterili, in cui tutti si menano e uccidono apparentemente senza una valida ragione. Va bene per chi ha voglia di avventure politiche, di quelle che cambiano la storia, anche se nel piccolo. E' un film politico nel suo bisogno di concretezza. Un film operaio di parrucchiere e agenti di commercio, mica di principi e principesse. Di modesti maestri di scuola disoccupati che si rivelano grandi narratori, al massimo di professoresse fragili di piccole universita'. E' un film sulle religioni, sui sentimenti altruistici che possono stimolare e sulle catastrofi che piu' frequentemente possono generare.
Insomma, sono contenta perche' ho fatto un pepe (diminutivo di pepetrolio, coniato da mio marito che mi chiede alla sera:"hai scritto un pepe?") intero su un film e non ho detto nulla della trama, perche' odio quelli che ti dicono devi vedere questo film e poi te lo raccontano cosi' nei particolari che ti passa qualunque curiosita'. Fate cosi', guardatelo e poi rileggete quello che ho scritto, cosi' vediamo se ho azzeccato tutte le categorie cineaste.
Altre novita' della giornata: al momento ho tre fragole in maturazione. Calcolando che l'unica prodotta fino ad ora l'ho dovuta dividere a meta' col coniuge e che ero piu' interessata alla riuscita estetica dell'oggetto che al sapore nutro grandi aspettative.
Seconda novita': la mia citta', almeno in questo primo turno, ha sostenuto la mia voglia di cambiamento, con un risultato commovente e inaspettato.
Da domani cominciano due settimane molto dure, in cui mi aspetto di tutto da quelli che hanno governato fino a ora. Pero' quando cambiava il vento sulla banderuola del tetto della casa di Mary Poppins ci stava un bel po'. Speriamo che i dirigenti nazionali, da entrambe le parti, ci lascino in pace a discutere del futuro di questo posto, nell'orto che c'e' qui. Che la citta' non diventi il laboratorio di un bel niente. Che non si teorizzi un domani di effetti valanga e di grandi decisioni. Che si prenda il voto per quello che e': un dialogo fra una serie di persone che cercano una strada migliore per stare insieme. In questo momento, in politica come in ogni cosa, non mi interessano le macroanalisi e i macrodisegni.
Mi importa che le cose piccole maturino in pace.
Come le mie fragole.
venerdì 29 aprile 2011
Royal Wedding
Oggi ufficio che risuonava di musiche sacre in mondovisione, perche' si sono sposati William e Kate.
I fiori del mio royal wedding sono stati i garofani. Durevoli anche recisi nel gran caldo di luglio e politici, come tutto quel giorno.
Fiori laici, che mia nonna portava rossi al cimitero appena morto mio nonno. Fiori popolari e non di moda.
Fiori che ho visto sfilare nei cortei, fiori che non ho fatto in tempo a votare.
Fiori antichi e discreti, nella loro rotondita' seghettata e nel profumo cosi' sottile che si sente solo da vicino.
Quest'anno ho fatto un vasetto di garofani in giardino.
Tre piantine modeste, comprate su una bancarella e coltivate in un vivaio di ragazzi disabili. Le ho da un mese, in tre toni di un rosa freddo, con dentro piu' azzurro che giallo, il colore che piace a me.
Fanno un fiore dietro l'altro, senza crescere in altezza.
Stanno al sole, protetti appena dall'oleandro piu' grande. A fianco c'e' una lavanda di due colori, viola e rosa, in un bel vaso di coccio ereditato da chissa' quale cantina.
Questo forse e' l'unico filo conduttore del giardino, che per il resto cresce e si mescola cosi' come viene. E' pieno di piante storiche e orgogliose, quelle coltivate da sempre a fianco degli orti, fuori dalle case di campagna.
Niente bambu', niente agapanti, niente orchidee ne' ortensie verdine, niente aceri rossi e tristi in vaso (ho scritto viso). Rose, oleandri, begonie di quelle piccole. Mi mancano i gerani, ma solo perche' c'e' una maledetta farfallina che me li mangia da dentro. Un'ortensia c'e', ma e' rosa e azzurra a seconda del ferro che le do, come da sempre si sono coltivate.
Poi la camelia, che domani trapiantero' perche' ha finito la sua miracolosa fioritura, un regalo durato un mese e mezzo.
Unica concessione ai giadini dei fighetti tre ulivi, che infatti non c'entrano nulla. Pero' ho una giustificazione.
Il primo era forse un bonsai. Me l'hanno regalato al matrimonio. Mi faceva tristezza in quel vaso minuscolo, quindi l'ho messo in un vasone normale, dove e' cresciuto un po' storto, ma felice.
Il secondo l'ho salvato dall'esselunga, dov'era in offerta e mi sa che sarebbe finito male. E' lungo lungo e magro magro come un adolescente in crescita, ma adesso e' tutto fiorito e fa molta tenerezza, legato al suo bambu' per non piegarsi al vento.
L'ultimo e' arrivato da poco, insieme a un limone in pessime condizioni. Stavano in una casa che era stata venduta, li avevano lasciati li' e sono stati al buio un anno intero. Adesso sono nell'angolo casa di cura, al sole con flebo di concime e mi pare di cogliere i primi segni della ripresa.
Anche loro tre hanno la faccia popolare delle piante che un architetto di terrazzi non sceglierebbe mai e che una vera giardiniera aristocratica guarderebbe arricciando il nasino all'insu'.
Ma nel mio giardino non corrono il rischio di incontrare ne' uno ne' l'altro.
I fiori del mio royal wedding sono stati i garofani. Durevoli anche recisi nel gran caldo di luglio e politici, come tutto quel giorno.
Fiori laici, che mia nonna portava rossi al cimitero appena morto mio nonno. Fiori popolari e non di moda.
Fiori che ho visto sfilare nei cortei, fiori che non ho fatto in tempo a votare.
Fiori antichi e discreti, nella loro rotondita' seghettata e nel profumo cosi' sottile che si sente solo da vicino.
Quest'anno ho fatto un vasetto di garofani in giardino.
Tre piantine modeste, comprate su una bancarella e coltivate in un vivaio di ragazzi disabili. Le ho da un mese, in tre toni di un rosa freddo, con dentro piu' azzurro che giallo, il colore che piace a me.
Fanno un fiore dietro l'altro, senza crescere in altezza.
Stanno al sole, protetti appena dall'oleandro piu' grande. A fianco c'e' una lavanda di due colori, viola e rosa, in un bel vaso di coccio ereditato da chissa' quale cantina.
Questo forse e' l'unico filo conduttore del giardino, che per il resto cresce e si mescola cosi' come viene. E' pieno di piante storiche e orgogliose, quelle coltivate da sempre a fianco degli orti, fuori dalle case di campagna.
Niente bambu', niente agapanti, niente orchidee ne' ortensie verdine, niente aceri rossi e tristi in vaso (ho scritto viso). Rose, oleandri, begonie di quelle piccole. Mi mancano i gerani, ma solo perche' c'e' una maledetta farfallina che me li mangia da dentro. Un'ortensia c'e', ma e' rosa e azzurra a seconda del ferro che le do, come da sempre si sono coltivate.
Poi la camelia, che domani trapiantero' perche' ha finito la sua miracolosa fioritura, un regalo durato un mese e mezzo.
Unica concessione ai giadini dei fighetti tre ulivi, che infatti non c'entrano nulla. Pero' ho una giustificazione.
Il primo era forse un bonsai. Me l'hanno regalato al matrimonio. Mi faceva tristezza in quel vaso minuscolo, quindi l'ho messo in un vasone normale, dove e' cresciuto un po' storto, ma felice.
Il secondo l'ho salvato dall'esselunga, dov'era in offerta e mi sa che sarebbe finito male. E' lungo lungo e magro magro come un adolescente in crescita, ma adesso e' tutto fiorito e fa molta tenerezza, legato al suo bambu' per non piegarsi al vento.
L'ultimo e' arrivato da poco, insieme a un limone in pessime condizioni. Stavano in una casa che era stata venduta, li avevano lasciati li' e sono stati al buio un anno intero. Adesso sono nell'angolo casa di cura, al sole con flebo di concime e mi pare di cogliere i primi segni della ripresa.
Anche loro tre hanno la faccia popolare delle piante che un architetto di terrazzi non sceglierebbe mai e che una vera giardiniera aristocratica guarderebbe arricciando il nasino all'insu'.
Ma nel mio giardino non corrono il rischio di incontrare ne' uno ne' l'altro.
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