Il 26 agosto sarà la giornata mondiale dei kitchen garden. Volevo anticiparlo così se qualcuno, a differenza di me, ha vacanze da pianificare può evitare di abbandonare il suo orto proprio nella sua festa.
Ed e' una scusa per segnalare un sito e una newsletter che mi fanno contenta, all'insegna della coltivazione e della vita frugale...coltiva molto e spendi poco, ve l'ho già detto che mi sembra la strada della felicita'?
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mercoledì 9 maggio 2012
lunedì 19 marzo 2012
Giardinaggio passivo
Sabato e' stata la giornata annuale della primavera in giardino.
E' quel giorno spettacolare in cui si fatica tantissimo per rinvasare tutto quello che ha bisogno di una nuova casa, si dispongono le piante in modo nuovo per assecondare quello che e' andato bene l'anno prima, le rose tutte dalla parte dove non hanno preso l'oidio l'estate scorsa, la camelia dove avra' ombra dal glicine nel caldo feroce di luglio, gli oleandri ovunque, tanto qualunque posizione e' buona.
Si spostano tonnellate di terra, si rischia tagliando pani di radici troppo infittite e sperando che i vecchi alberi la prendano come una buona notizia, si osserva l'orto immaginando le piantine piccolissime che fra poco lo popoleranno, si ammirano i getti freschi e si spera che tutto quello che non e' successo la scorsa stagione accada.
Io ho mangiato con l'immaginazione ribes e more, tanto per dirne una.
Il problema e' che quest'anno non ho toccato una radice, non ho girato un vaso, non ho svuotato un sacco di terra.
Al massimo ho tolto le foglie vecchie alle fragole e rammendato la tela del dondolo.
Difetti del pancione, nessuno ti fa toccare niente per paura - fondata - che tu svenga in mezzo al giardino. Se poi hai in pancia una bambina che ha deciso che fa la cyclette sui tuoi organi interni venti ore al giorno e che ti fa stare sveglia la notte innervosendo tutti i metri di intestino che hai, la preoccupazione della tua famiglia va alle stelle.
Il povero marito, accompagnato dalla mia povera mamma e dal mio povero padre, ha spalato tutto il giorno, trovando anche inusitate delicatezze nelle mani a paletta per trapiantare la rosa viola di Barni.
Ora il giardino e' bellissimo, le piante sempre piu' grandi, segrete e incombenti nei loro vasi finalmente definitivi, la struttura impostata e pronta ad essere affiancata dalle annuali e dalle verdure, uno spazio per il melograno di Leda, che arrivera' quando arriverà lei, non prima.
E' li' che staremo a conoscerci, se andra' tutto bene e a luglio sara' con noi.
E in quel giardino ci sara' l'altalena per lei, appena sara' abbastanza grande.
Mentre l'aspetto, nella mia passivita' obbligata di gestante, faccio da mangiare. Il coniuge dice che sono pure migliorata. In realta' ci metto solo un po' piu' tempo ed energia.
Ormai i plumcake e i muffin della colazione sono impegni settimanali, a cui si e' aggiunto il pane fatto con la macchina scartata dalla mia collega, che riempie la casa di profumo e di semi e di farine nere.
Eccomi qui, immobilizzata a cucinare cereali mentre altri curano il mio giardino piantando le rose con l'innesto sempre leggermente troppo basso rispetto a come l'avrei messo io. Questa primavera va cosi'.
Ci sara' tempo per tornare all'aperto, a scavare con una paletta piccola insieme a qualcuno che deve ancora scoprire tutti i nomi dei fiori.
E' quel giorno spettacolare in cui si fatica tantissimo per rinvasare tutto quello che ha bisogno di una nuova casa, si dispongono le piante in modo nuovo per assecondare quello che e' andato bene l'anno prima, le rose tutte dalla parte dove non hanno preso l'oidio l'estate scorsa, la camelia dove avra' ombra dal glicine nel caldo feroce di luglio, gli oleandri ovunque, tanto qualunque posizione e' buona.
Si spostano tonnellate di terra, si rischia tagliando pani di radici troppo infittite e sperando che i vecchi alberi la prendano come una buona notizia, si osserva l'orto immaginando le piantine piccolissime che fra poco lo popoleranno, si ammirano i getti freschi e si spera che tutto quello che non e' successo la scorsa stagione accada.
Io ho mangiato con l'immaginazione ribes e more, tanto per dirne una.
Il problema e' che quest'anno non ho toccato una radice, non ho girato un vaso, non ho svuotato un sacco di terra.
Al massimo ho tolto le foglie vecchie alle fragole e rammendato la tela del dondolo.
Difetti del pancione, nessuno ti fa toccare niente per paura - fondata - che tu svenga in mezzo al giardino. Se poi hai in pancia una bambina che ha deciso che fa la cyclette sui tuoi organi interni venti ore al giorno e che ti fa stare sveglia la notte innervosendo tutti i metri di intestino che hai, la preoccupazione della tua famiglia va alle stelle.
Il povero marito, accompagnato dalla mia povera mamma e dal mio povero padre, ha spalato tutto il giorno, trovando anche inusitate delicatezze nelle mani a paletta per trapiantare la rosa viola di Barni.
Ora il giardino e' bellissimo, le piante sempre piu' grandi, segrete e incombenti nei loro vasi finalmente definitivi, la struttura impostata e pronta ad essere affiancata dalle annuali e dalle verdure, uno spazio per il melograno di Leda, che arrivera' quando arriverà lei, non prima.
E' li' che staremo a conoscerci, se andra' tutto bene e a luglio sara' con noi.
E in quel giardino ci sara' l'altalena per lei, appena sara' abbastanza grande.
Mentre l'aspetto, nella mia passivita' obbligata di gestante, faccio da mangiare. Il coniuge dice che sono pure migliorata. In realta' ci metto solo un po' piu' tempo ed energia.
Ormai i plumcake e i muffin della colazione sono impegni settimanali, a cui si e' aggiunto il pane fatto con la macchina scartata dalla mia collega, che riempie la casa di profumo e di semi e di farine nere.
Eccomi qui, immobilizzata a cucinare cereali mentre altri curano il mio giardino piantando le rose con l'innesto sempre leggermente troppo basso rispetto a come l'avrei messo io. Questa primavera va cosi'.
Ci sara' tempo per tornare all'aperto, a scavare con una paletta piccola insieme a qualcuno che deve ancora scoprire tutti i nomi dei fiori.
sabato 14 gennaio 2012
Gli invisibili, inno alla tenacia
Oggi mio marito mi ha fatto leggere un articolo di Cacciari sull'Espresso. A me lui non piace, e' uno di quelli che stanno un passo indietro perche' tanto sanno gia' tutto, perche' sono comunque piu' consapevoli e lungimiranti e intelligenti e saggi degli altri.
Comunque questo articolo diceva alcune cose importanti.
Tipo che assistere a questo gioco delle parti fra destra e sinistra sul tema del lavoro fa male, perche' e' un dibattito vintage, irreale, che sta da un'altra parte, su un altro piano rispetto al mondo reale. Un mondo che e' in guerra, soprattutto sul concetto, piu' che sul tema, del lavoro.
C'e'una frase che fa pensare, una frase che dice: "ma crediamo davvero che lo sviluppo, la crescita, il domani, si baseranno sul lavoro a tempo indeterminato nelle grandi aziende?".
C'e' un mare la' fuori, un mare fatto di ventenni e trentenni che stanno rischiando, stanno inventando il proprio modo di sbancare il lunario con la conoscenza e la creativita' delle mani, della testa e dell'inclinazione.
Sono invisibili, non hanno tutele, le loro imprese individuali muoiono come mosche eppure vanno avanti, si rinventano ogni mattina. Sono l'unico futuro possibile in questo Paese nel naufragio.
Intanto guardo un film che si chiama Once. C'e' un musicista di Dublino che ripara aspirapolveri e una ragazza immigrata dall'est europeo, che pulisce case per mantenere la sua bambina e va in giro per le strade vendendo fiori.
Qualche anno fa li avrei trovati diversi, diversi da una norma non meglio precisata, in cui pero' vivere aveva meno componenti simultanee, avrei distinto in modo piu' netto la loro vita dalla mia. Oggi la mia vita e' un giorno diversa, un giorno uguale alla loro.
Sto per farlo, gentili lettrici e gentili lettori di pepetrolio.
Fra pochi mesi saro' precaria a molteplice e varia come un riparatore di aspirapolveri che suona a Dublino.
Come una con una figlia o un figlio da mantenere - almeno un po' - facendo cose differenti.
Fra pochi mesi scrivero' quello che faccio per vivere, in modo non diverso da ora, ma forse faro' commissioni per le vecchiette del palazzo e del quartiere, terro' bambini e gatti e cani se qualcuno ne avra' bisogno e vedro' se qualcuno vuole le mie verdure, le mie olive in salamoia e le mie borsette di velluto recuperato all'ikea.
Soprattutto provero' a fare del mio giardino il mio tesoro, faro' talee delle mie piante nella convinzione che qualcuno desideri avere fiori e verdure vere, cresciute sane in un ambiente sano, che non arrivano a casa piene di afidi e fragilita'. Capaci di crescere, come qualcuno sta facendo piano piano da qualche parte in questo momento.
Tentero' di dare le mie conoscenze arrabattate, scarse, principianti, insieme all'istinto che fa capire cos'e' che fa piegare gli steli e soffrire le foglie. Cerchero' di capire se qualcuno vuole darmi in cambio qualcosa.
Io, i miei fiori, i miei quadrupedi e un nuovo bipede saremo invisibili, protetti solo da mio marito e non piu' riconoscibili per una politica che ci perdera' di vista e non si chiedera' dove siamo andati. Nelle ricerche fatte dai professori di statistica non ci saro', non saro' mai piu' un caso di successo in un articolo di un giornale pilotato da un'amica.
Noi tutti come famiglia avremo una mortalita' d'impresa altissima e ne ce inventeremo altre, ci proveremo e forse dovremo ricomparire, perche' non ci riuscira' di vivere da invisibili.
Quello che Cacciari pero' non dice nell'articolo e' che esiste la tenacia, la tenacia degli invisibili. Quella cosa che fa stare attaccato un bambino alla pancia contro ogni tempesta di ormoni e cause avverse. Quella che fa resistere i peperoncini fuori nel freddo. Quella che fa risorgere gli ellebori malati e crea le foglie dalle talee.
C'e' la tenacia dei non supportati, di quelli che stanno lontani dai loro cari e vanno avanti.
Di Franco che e' tornato dopo quattro mesi di lavoro all'estero dalla sua moglie malata e ha sospirato di sollievo perche' lei ha resistito ed e' ancora viva.
Di quelli che la politica non vede e che non percepiscono l'assegno di disoccupazione, ma non si arrendono e non passano le giornate davanti alla tv.
Ce la fara' il paese e ce la fara' il giardino, perche' le piante crollano, ma ributtano sempre.
Diteci - diciamoci - in bocca al lupo.
Comunque questo articolo diceva alcune cose importanti.
Tipo che assistere a questo gioco delle parti fra destra e sinistra sul tema del lavoro fa male, perche' e' un dibattito vintage, irreale, che sta da un'altra parte, su un altro piano rispetto al mondo reale. Un mondo che e' in guerra, soprattutto sul concetto, piu' che sul tema, del lavoro.
C'e'una frase che fa pensare, una frase che dice: "ma crediamo davvero che lo sviluppo, la crescita, il domani, si baseranno sul lavoro a tempo indeterminato nelle grandi aziende?".
C'e' un mare la' fuori, un mare fatto di ventenni e trentenni che stanno rischiando, stanno inventando il proprio modo di sbancare il lunario con la conoscenza e la creativita' delle mani, della testa e dell'inclinazione.
Sono invisibili, non hanno tutele, le loro imprese individuali muoiono come mosche eppure vanno avanti, si rinventano ogni mattina. Sono l'unico futuro possibile in questo Paese nel naufragio.
Intanto guardo un film che si chiama Once. C'e' un musicista di Dublino che ripara aspirapolveri e una ragazza immigrata dall'est europeo, che pulisce case per mantenere la sua bambina e va in giro per le strade vendendo fiori.
Qualche anno fa li avrei trovati diversi, diversi da una norma non meglio precisata, in cui pero' vivere aveva meno componenti simultanee, avrei distinto in modo piu' netto la loro vita dalla mia. Oggi la mia vita e' un giorno diversa, un giorno uguale alla loro.
Sto per farlo, gentili lettrici e gentili lettori di pepetrolio.
Fra pochi mesi saro' precaria a molteplice e varia come un riparatore di aspirapolveri che suona a Dublino.
Come una con una figlia o un figlio da mantenere - almeno un po' - facendo cose differenti.
Fra pochi mesi scrivero' quello che faccio per vivere, in modo non diverso da ora, ma forse faro' commissioni per le vecchiette del palazzo e del quartiere, terro' bambini e gatti e cani se qualcuno ne avra' bisogno e vedro' se qualcuno vuole le mie verdure, le mie olive in salamoia e le mie borsette di velluto recuperato all'ikea.
Soprattutto provero' a fare del mio giardino il mio tesoro, faro' talee delle mie piante nella convinzione che qualcuno desideri avere fiori e verdure vere, cresciute sane in un ambiente sano, che non arrivano a casa piene di afidi e fragilita'. Capaci di crescere, come qualcuno sta facendo piano piano da qualche parte in questo momento.
Tentero' di dare le mie conoscenze arrabattate, scarse, principianti, insieme all'istinto che fa capire cos'e' che fa piegare gli steli e soffrire le foglie. Cerchero' di capire se qualcuno vuole darmi in cambio qualcosa.
Io, i miei fiori, i miei quadrupedi e un nuovo bipede saremo invisibili, protetti solo da mio marito e non piu' riconoscibili per una politica che ci perdera' di vista e non si chiedera' dove siamo andati. Nelle ricerche fatte dai professori di statistica non ci saro', non saro' mai piu' un caso di successo in un articolo di un giornale pilotato da un'amica.
Noi tutti come famiglia avremo una mortalita' d'impresa altissima e ne ce inventeremo altre, ci proveremo e forse dovremo ricomparire, perche' non ci riuscira' di vivere da invisibili.
Quello che Cacciari pero' non dice nell'articolo e' che esiste la tenacia, la tenacia degli invisibili. Quella cosa che fa stare attaccato un bambino alla pancia contro ogni tempesta di ormoni e cause avverse. Quella che fa resistere i peperoncini fuori nel freddo. Quella che fa risorgere gli ellebori malati e crea le foglie dalle talee.
C'e' la tenacia dei non supportati, di quelli che stanno lontani dai loro cari e vanno avanti.
Di Franco che e' tornato dopo quattro mesi di lavoro all'estero dalla sua moglie malata e ha sospirato di sollievo perche' lei ha resistito ed e' ancora viva.
Di quelli che la politica non vede e che non percepiscono l'assegno di disoccupazione, ma non si arrendono e non passano le giornate davanti alla tv.
Ce la fara' il paese e ce la fara' il giardino, perche' le piante crollano, ma ributtano sempre.
Diteci - diciamoci - in bocca al lupo.
sabato 7 gennaio 2012
Mente locale
Sto facendo mente locale, nel senso letterale del termine.
Sto preparandomi a tornare a casa (state sempre tranquilli e abbiate fede, fra poco finirà questo esilio da pepetrolio e potrò finalmente raccontarvi cosa sta succedendo nella mia vita) e, come sempre, tutto parte dal giardino e dall'orto.
Innanzitutto le olive: stanno bene. A fine dicembre, come previsto, ho rifatto la salamoia e le ho rinvasate. All'assaggio sono buonissime, non l'ho detto solo io che sono di parte, ma anche il marito, risaputamente scettico sulle mie capacità di autoproduzione. L'unico difetto è stato un leggero "tappo" di muffa sopra, all'apertura del tappo.
Rassicurata dal fatto che non può essere botulino, perché le soluzioni di sale oltre il dieci per cento scongiurano qualsiasi fungo e battero mortale, mi sono limitata a rimuoverlo e a bollire di nuovo i vasi prima di rimettere le olive.
Ho letto sul web che è abbastanza normale, qualcuno dice addirittura si tratti di una copertina protettiva naturale.
In ogni caso la vox populi - di cui mi fido parecchio, c'è chi la chiama sapere collettivo - consigliava una fetta di agrume acido per scongiurare le muffe, quindi tre fette di arancia sono andate a chiudere i miei vasetti. Vi riaggiorno il 26 gennaio, all'apertura per la nuova salamoia, l'ultima, di conservazione.
Nel frattempo ho potato corte corte tutte le rose tranne quella gialla rampicante, che sarà tagliata oggi. Ho in cucina un commovente vasetto con i boccioli di gennaio della rosellina selvatica, quella piccola e sottile. Erano gli ultimi fiorellini sulle cime più alte, li ho tagliati con la potatura e sono sbocciati in vaso, a finire una stagione di rose ormai lunghissima, che me le fa amare ancora di più.
Le talee stanno bene, se tutto procede l'anno prossimo ci saranno tre nuove piante.
Questa mattina, poi, ho fatto l'elenco di quello che mi servirà per la primavera che sento già avvicinare (sono ottimista, in questo periodo). Ho suddiviso gli appunti in orto e giardino, ve li riporto qui. E' un elenco semplice e un po' banale, ma è bello pensarlo in una mattina di gennaio...
Allora, cominciamo.
ORTO:
Quest'anno si passa dalle cassettine sperimentali dell'anno scorso alle vasche grandi, quelle lunghe un metro e profonde sessanta centimetri. Le metterò sempre sui gradoni della struttura in metallo, per sfruttare meglio spazio e sole e anche per alzarle da terra, così i gatti non ci razzolano dentro.
A disposizione ci sono:
- semi di pomodori cuore di bue.
- semi di peperoni di Verona, gialli.
- menta, che si autosemina e quindi rinascerà presto.
- melissa, idem.
- timo, che sta benissimo.
- rosmarino, ormai di quattro anni.
- peperoncini, speriamo. Stanno resistendo coperti sotto il portico, speriamo ce la facciano.
- fragole, ribes e more, sperando che quest'anno fruttifichino come si deve.
- la lavanda inglese, che fa parte dell'orto.
Ho pensato che le vasche le disporrò così, comprando nuovi semi e usando quello che ho già:
- per i pomodori mi serviranno semi di tagete (che dicono tutti allontanino gli afidi) e basilico, che è un buon compagno perché vuole molta acqua.
- semi di nasturzio e calendula accompagneranno i peperoni.
- semi di pisello odoroso nano, ma leggermente rampicante, faranno da spalla alle zucchine.
- ricomprerò la salvia, sperando non faccia la triste fine dello scorso anno.
- sperimenterò le melanzane, che mi piacciono tanto, per la prima volta.
Le altre aromatiche resteranno al loro posto perché stanno bene così, mentre dovrò pensare se rinvasare le fragole in un contenitore grande, non alla base di altre piante, per far prendere loro più sole e aumentare una produzione che quest'anno è stata proprio deludente.
Ribes e more le lascio stare, non le poto nemmeno. Voglio pensare che lo scorso anno avessero sofferto troppo nel vivaio dove ho preso le piante e che quest'anno, più felici, facciano fiori e frutti.
GIARDINO:
Poche cose da fare, in giardino.
Ci sono da rinvasare:
- i glicini, che ormai hanno solo radici e niente terra.
- tre oleandri che sono cresciuti tanto, più le talee che hanno radicato (penso siano quattro nuove piante, in tutto, ma aspetto la fine dell'inverno per giudicare).
- la rosa antica bellissima e monofiore, che viene dalla campagna.
- il limone, che è raddoppiato in un anno.
- il rincosperno con il vaso minuscolo che sta sotto il portico.
Due nuovi alberelli: il melograno, che e' bello in tutte le stagioni, e il calicanto, per il suo profumo d'inverno.
In più dovrò concimare tutto e comperare presto i semi delle begonie, che sistemerò ai piedi di tutte le piante grandi, nelle loro piccole cassette dove mi danno serenità con i loro semplici cuscini di foglie vellutate, a cui non serve nulla per essere felici.
Ecco qui la mia mente locale, per tornare qui, nel mio giardino, nella primavera che verrà.
Buoni piani a tutti per il nuovo anno.
Sto preparandomi a tornare a casa (state sempre tranquilli e abbiate fede, fra poco finirà questo esilio da pepetrolio e potrò finalmente raccontarvi cosa sta succedendo nella mia vita) e, come sempre, tutto parte dal giardino e dall'orto.
Innanzitutto le olive: stanno bene. A fine dicembre, come previsto, ho rifatto la salamoia e le ho rinvasate. All'assaggio sono buonissime, non l'ho detto solo io che sono di parte, ma anche il marito, risaputamente scettico sulle mie capacità di autoproduzione. L'unico difetto è stato un leggero "tappo" di muffa sopra, all'apertura del tappo.
Rassicurata dal fatto che non può essere botulino, perché le soluzioni di sale oltre il dieci per cento scongiurano qualsiasi fungo e battero mortale, mi sono limitata a rimuoverlo e a bollire di nuovo i vasi prima di rimettere le olive.
Ho letto sul web che è abbastanza normale, qualcuno dice addirittura si tratti di una copertina protettiva naturale.
In ogni caso la vox populi - di cui mi fido parecchio, c'è chi la chiama sapere collettivo - consigliava una fetta di agrume acido per scongiurare le muffe, quindi tre fette di arancia sono andate a chiudere i miei vasetti. Vi riaggiorno il 26 gennaio, all'apertura per la nuova salamoia, l'ultima, di conservazione.
Nel frattempo ho potato corte corte tutte le rose tranne quella gialla rampicante, che sarà tagliata oggi. Ho in cucina un commovente vasetto con i boccioli di gennaio della rosellina selvatica, quella piccola e sottile. Erano gli ultimi fiorellini sulle cime più alte, li ho tagliati con la potatura e sono sbocciati in vaso, a finire una stagione di rose ormai lunghissima, che me le fa amare ancora di più.
Le talee stanno bene, se tutto procede l'anno prossimo ci saranno tre nuove piante.
Questa mattina, poi, ho fatto l'elenco di quello che mi servirà per la primavera che sento già avvicinare (sono ottimista, in questo periodo). Ho suddiviso gli appunti in orto e giardino, ve li riporto qui. E' un elenco semplice e un po' banale, ma è bello pensarlo in una mattina di gennaio...
Allora, cominciamo.
ORTO:
Quest'anno si passa dalle cassettine sperimentali dell'anno scorso alle vasche grandi, quelle lunghe un metro e profonde sessanta centimetri. Le metterò sempre sui gradoni della struttura in metallo, per sfruttare meglio spazio e sole e anche per alzarle da terra, così i gatti non ci razzolano dentro.
A disposizione ci sono:
- semi di pomodori cuore di bue.
- semi di peperoni di Verona, gialli.
- menta, che si autosemina e quindi rinascerà presto.
- melissa, idem.
- timo, che sta benissimo.
- rosmarino, ormai di quattro anni.
- peperoncini, speriamo. Stanno resistendo coperti sotto il portico, speriamo ce la facciano.
- fragole, ribes e more, sperando che quest'anno fruttifichino come si deve.
- la lavanda inglese, che fa parte dell'orto.
Ho pensato che le vasche le disporrò così, comprando nuovi semi e usando quello che ho già:
- per i pomodori mi serviranno semi di tagete (che dicono tutti allontanino gli afidi) e basilico, che è un buon compagno perché vuole molta acqua.
- semi di nasturzio e calendula accompagneranno i peperoni.
- semi di pisello odoroso nano, ma leggermente rampicante, faranno da spalla alle zucchine.
- ricomprerò la salvia, sperando non faccia la triste fine dello scorso anno.
- sperimenterò le melanzane, che mi piacciono tanto, per la prima volta.
Le altre aromatiche resteranno al loro posto perché stanno bene così, mentre dovrò pensare se rinvasare le fragole in un contenitore grande, non alla base di altre piante, per far prendere loro più sole e aumentare una produzione che quest'anno è stata proprio deludente.
Ribes e more le lascio stare, non le poto nemmeno. Voglio pensare che lo scorso anno avessero sofferto troppo nel vivaio dove ho preso le piante e che quest'anno, più felici, facciano fiori e frutti.
GIARDINO:
Poche cose da fare, in giardino.
Ci sono da rinvasare:
- i glicini, che ormai hanno solo radici e niente terra.
- tre oleandri che sono cresciuti tanto, più le talee che hanno radicato (penso siano quattro nuove piante, in tutto, ma aspetto la fine dell'inverno per giudicare).
- la rosa antica bellissima e monofiore, che viene dalla campagna.
- il limone, che è raddoppiato in un anno.
- il rincosperno con il vaso minuscolo che sta sotto il portico.
Due nuovi alberelli: il melograno, che e' bello in tutte le stagioni, e il calicanto, per il suo profumo d'inverno.
In più dovrò concimare tutto e comperare presto i semi delle begonie, che sistemerò ai piedi di tutte le piante grandi, nelle loro piccole cassette dove mi danno serenità con i loro semplici cuscini di foglie vellutate, a cui non serve nulla per essere felici.
Ecco qui la mia mente locale, per tornare qui, nel mio giardino, nella primavera che verrà.
Buoni piani a tutti per il nuovo anno.
lunedì 5 settembre 2011
Il sogno di un mandarino, e il mio
Se vuoi essere felice per un giorno, prendi moglie.
Se vuoi essere felice per un mese, ammazza un maiale.
Se vuoi essere felice per sempre, pianta un giardino.
Mi perdonino il marito e il maiale se mi sembra uno dei pochi insegnamenti del viaggio in Cina.
E' esistito un tempo in cui i funzionari di un palazzo corrotto e bizantino prima ancora che Bisanzio esistesse ad un certo punto della loro carriera, quando non avevano piu' entusiasmo sufficiente per amministrare, si ritiravano in una citta' chiamata Suzhou. Oppure in qualche altro luogo di quel loro enorme paese.
Si richiudevano in un'autoreclusione che sa tanto dell'attualissimo downshifting, tiravano su qualche muro perimetrale e costruivano un giardino.
Dentro c'era il mondo intero, e quel mondo c'e' ancora, anche se la Cina che c'e' fuori da quei muri non e' piu' quella che i mandarini hanno visto. Li immagino che escono oltrepassando la soglia alta della loro casa e si guardano intorno perplessi in quel proliferare di cantieri e cemento. Si girano scuotendo la testa e rientrano in paradiso. Acque che scorrono e ristagnano in laghetti piu' piccoli di quello che sembrano, alberi giganteschi potati per essere la scala ridotta di loro stessi, rocce e colline, torri e pagode. Animali e pesci che non si mangiano e come sempre hanno lo sguardo piu' intelligente e consapevole di quello delle persone. Stagionalita' progettate per offrire sempre uno scenario diverso, ogni giorno che passa. Ho visto i giardini dei loti e delle budleje, ma sono gli stessi degli aceri rossi, delle peonie, delle camelie fiorite.
Ogni passo deve essere un quadro. E' una regola di giardinaggio cosi' evoluta, cosi' essenziale, che sembra incredibile che sia uscita dalla mente dei bisnonni di coloro che ho conosciuto io, gente impegnata a distruggere il territorio con l'accanimento casuale del bruco sulla foglia, del virus che finira' per uccidere il suo ospite.
Perfezioni non maniacali, lontane da quella formalizzazione paranoica che mette angoscia invece che serenita'. Tante panchine, tanti punti di sosta, come se contemplare e osservare la quiete in movimento del giardino fosse il senso della vita di chi costruisce. Tunnel e passaggi a zigzag per ingannare benevolmente l'occhio e fargli credere che il giardino non finisca mai, che includa tutto quanto di bello c'e' intorno. E' il paesaggio preso in prestito, un concetto prezioso perche' non implica il furto, ma il dialogo fra spazio privato e spazio pubblico.
Morbidezza e poesia fatte di conoscenza del clima, dell'umidita' spessa che smorza i colori e fa crescere tutto lanciando liane e riempiendo di felci e bambu' ogni interstizio.
Pazienza e amore per le nebbie della primavera e dell'autunno, che annullano gli spigoli e gli spioventi dei tetti e lasciano solo l'ondeggiare di una foglia, il nuotare lento di una carpa, il cadere di un fiore sullo specchio riflesso di una pagoda. I giardini di Suzhou insegnano il rispetto per il popolo che li ha voluti e curati e per il tempo che li ha conservati nella loro perfezione che si evolve. Persino la banda dei quattro, che ha distrutto la citta' proibita e i templi, non li ha toccati, non riuscendo a trovare reazionaria la vita che vi scorre.
Non riesco pero' a non chiedermi dove sia finito quel popolo e perche' abbia perso la gioia di vedere un albero crescere.
Forse e' solo un momento.
Ho visto quarantenni rampanti buttare bottiglie di plastica vuote nelle acque dei laghetti. Ma ho visto anche nonni e bambini seduti a guardare l'acqua in silenzio.
O a farsi guardare da una carpa dagli occhi millenari, ferma immobile in un momento sospeso.
Se vuoi essere felice per un mese, ammazza un maiale.
Se vuoi essere felice per sempre, pianta un giardino.
Mi perdonino il marito e il maiale se mi sembra uno dei pochi insegnamenti del viaggio in Cina.
E' esistito un tempo in cui i funzionari di un palazzo corrotto e bizantino prima ancora che Bisanzio esistesse ad un certo punto della loro carriera, quando non avevano piu' entusiasmo sufficiente per amministrare, si ritiravano in una citta' chiamata Suzhou. Oppure in qualche altro luogo di quel loro enorme paese.
Si richiudevano in un'autoreclusione che sa tanto dell'attualissimo downshifting, tiravano su qualche muro perimetrale e costruivano un giardino.
Dentro c'era il mondo intero, e quel mondo c'e' ancora, anche se la Cina che c'e' fuori da quei muri non e' piu' quella che i mandarini hanno visto. Li immagino che escono oltrepassando la soglia alta della loro casa e si guardano intorno perplessi in quel proliferare di cantieri e cemento. Si girano scuotendo la testa e rientrano in paradiso. Acque che scorrono e ristagnano in laghetti piu' piccoli di quello che sembrano, alberi giganteschi potati per essere la scala ridotta di loro stessi, rocce e colline, torri e pagode. Animali e pesci che non si mangiano e come sempre hanno lo sguardo piu' intelligente e consapevole di quello delle persone. Stagionalita' progettate per offrire sempre uno scenario diverso, ogni giorno che passa. Ho visto i giardini dei loti e delle budleje, ma sono gli stessi degli aceri rossi, delle peonie, delle camelie fiorite.
Ogni passo deve essere un quadro. E' una regola di giardinaggio cosi' evoluta, cosi' essenziale, che sembra incredibile che sia uscita dalla mente dei bisnonni di coloro che ho conosciuto io, gente impegnata a distruggere il territorio con l'accanimento casuale del bruco sulla foglia, del virus che finira' per uccidere il suo ospite.
Perfezioni non maniacali, lontane da quella formalizzazione paranoica che mette angoscia invece che serenita'. Tante panchine, tanti punti di sosta, come se contemplare e osservare la quiete in movimento del giardino fosse il senso della vita di chi costruisce. Tunnel e passaggi a zigzag per ingannare benevolmente l'occhio e fargli credere che il giardino non finisca mai, che includa tutto quanto di bello c'e' intorno. E' il paesaggio preso in prestito, un concetto prezioso perche' non implica il furto, ma il dialogo fra spazio privato e spazio pubblico.
Morbidezza e poesia fatte di conoscenza del clima, dell'umidita' spessa che smorza i colori e fa crescere tutto lanciando liane e riempiendo di felci e bambu' ogni interstizio.
Pazienza e amore per le nebbie della primavera e dell'autunno, che annullano gli spigoli e gli spioventi dei tetti e lasciano solo l'ondeggiare di una foglia, il nuotare lento di una carpa, il cadere di un fiore sullo specchio riflesso di una pagoda. I giardini di Suzhou insegnano il rispetto per il popolo che li ha voluti e curati e per il tempo che li ha conservati nella loro perfezione che si evolve. Persino la banda dei quattro, che ha distrutto la citta' proibita e i templi, non li ha toccati, non riuscendo a trovare reazionaria la vita che vi scorre.
Non riesco pero' a non chiedermi dove sia finito quel popolo e perche' abbia perso la gioia di vedere un albero crescere.
Forse e' solo un momento.
Ho visto quarantenni rampanti buttare bottiglie di plastica vuote nelle acque dei laghetti. Ma ho visto anche nonni e bambini seduti a guardare l'acqua in silenzio.
O a farsi guardare da una carpa dagli occhi millenari, ferma immobile in un momento sospeso.
martedì 2 agosto 2011
Qualunquismi sociologici (in partenza per la PRC)
Lunedì prossimo, quindi, si parte per la Cina.
Non so cosa aspettarmi, ho un umore a mezza via fra contenta e perplessa.
Sono contenta perché viaggiare è sempre una delle ragioni più sensate per stare al mondo e, soprattutto, una delle poche motivazioni valide per lavorare e percepire uno stipendio (al di là della mera sussistenza, ovviamente, che comunque si può ottenere con molta ma molta meno dedizione e spreco di energie).
Sono curiosa di vedere questo Paese che è Asia, ma un'Asia molto meno gioiosa e profonda e risolta di quella che conosco. Tendo a fidarmi di Terzani e mi ha sempre impressionata la sua descrizione del materialismo del popolo Han, così radicalmente in contrasto con la spiritualità laboriosa e la tendenza al trascendente dei miei amici Birmani e con la rassegnazione alla fatica e al dolore che diventa entusiasmo per la vita di quelli Indiani.
Mi dicono che gli Han sono terribilmente maleducati per gli standard occidentali. Oppure, semplicemente, quella che è la cortesia occidentale non interessa loro. Che senso ha la gentilezza formale se l'individuo non ha tanto peso nella società? Cosa importa lo straniero, l'ospite, se ciò che conta è la famiglia, il nucleo?
Penso che questo aspetto mi colpirà e mi farà male.
Una delle cose più preziose dell'Asia che ho conosciuto è l'enorme senso di protezione. Essere in mezzo a culture così differenti e sentire che sei al sicuro, perchè tu, nella tua inutilità e piccolezza, sei l'ospite di un Thailandese, di un Birmano, di un Indiano e la tua sicurezza, il tuo benessere, la tua felicità contano.
Mi darà meno fastidio il rapporto buffo con il tempo. Ho letto di diversi viaggiatori turbati dall'assenza del concetto di conservazione del patrimonio culturale e dell'eredità del passato. I Cinesi sembra che non accettino le rovine, che a noi italiani sono così care. Pare che ricostruiscano. Dov'è impossibile, spianano e rifanno daccapo. I guerrieri di terracotta stessi non sono mica veri, sono rifatti negli anni settanta. Impossibile capire, a quanto pare, l'età di un monumento.
Questo aspetto è sicuramente strano, ma l'ho già conosciuto. Per un Asiatico la domanda: "A che epoca risale questo oggetto?" non ha tanto senso. Probabilmente l'origine risale alla notte dei tempi, ma poi è stato aggiustato, abbellito, ricostruito, rimontato...niente UNESCO, niente "heritage", siamo asiatici.
L'aspetto che mi inquieta e mi inquieterà sicuramente della Cina è la corsa verso un futuro magnifico e progressivo, a prescindere dagli impatti sull'ambiente e sulle generazioni future. Spero si tratti di uno stereotipo, di una deformazione dell'informazione occidentale. Spero che in realtà ci sia attenzione, che lo sviluppo sia più sostenibile di quanto si legge.
Sarà il particolare momento che vivo, questa diffidenza nei confronti della crescita a tutti i costi, sarà la frugalità della crisi dell'occidente, sarà che il ripensamento degli stili di consumi mi sembra la grande rivoluzione, insieme all'Internet, dell'epoca che vivo.
Curiosità e diffidenza sono i sentimenti più forti che provo per un Paese che sembra essere in un'altra fase storica rispetto a quella europea e alla mia, che crede nel boom della produzione e dei beni perché ci deve credere, perché ne va dello sfamare un mondo di persone.
Mi turba un Paese che non può chiedersi come lo sta sfamando.
Le megacities non fanno per me e sto per vederne due, Pechino e Shangai.
Credo nei paesoni globali, in questo momento, luoghi di snodo da cui si può partire per il resto del mondo, ma che sono anche capaci di creare comunità.
Per tutte queste ragioni il viaggio in Cina si preannuncia interessante, aggettivo che suggerisce mio marito per caratterizzare l'esperienza, molto faticoso, foriero di pensieri macrosociali e molto azzeccato, per contrasto, all'anno appena trascorso.
Intanto lavoro poco e preparo casa per la partenza.
Domenica ho insegnato alla signora del quarto piano come innaffiare le piante del cortile.
Curioso, fare un tutorial di innaffiatura a una vecchietta. Come ha fatto a vivere quasi ottant'anni senza avere mai incrociato nemmeno per caso l'informazione che si bagnano le piante la sera? Oppure che è meglio non bagnare le foglie, ma solo la terra? Oggi, comunque, concimerò un po' tutto e preparerò il verde condiviso alle tre settimane senza di me.
Nei prossimi giorni mi occuperò anche della terra del mio giardino, che per l'innaffiatura ormai è a posto, ma richiede un po' di nutrimento prima di partire.
Taglierò i fiori, come ho letto da qualche parte, per assicurarmi di trovarne di nuovi al ritorno. L'anno scorso in soli sei giorni di assenza una grandinata epocale bucò tutte le piante a foglia, ma contro questa evenienza non posso fare nulla, solo sperare di non saperlo per non rovinarmi l'umore mentre sono dall'altra parte del mondo.
Idem per i gatti. Sarà un test di libertà estrema, per cui posso solo incrociare le dita e confidare nelle loro proverbiali sette vite e nel loro amore per la casa e per me.
Non posso chiuderli fra quattro mura per tre settimane, impazzirebbero. Non posso chiedere alla mia vicina di essere me e di cercarli sui tetti quando tardano a tornare, è già molto gentile perchè viene a nutrirli.
Non so come farà la piccola, senza il mio fianco a cui appoggiarsi pesante la mattina, facendo milioni di fusa. Ne' come farà il grande, quando tornerà a vedere se in casa va tutto bene e per l'ennesima volta non troverà nessuno.
Soprattutto non so come farò io, sapendoli in quello che percepisco come un costante pericolo.
E' il pericolo della libertà, il maggior regalo che ho fatto loro da quando sto nella casa con il giardino e li ho tolti dalla vita di gatti di appartamento.
La maggiore preoccupazione per me, che capisco così quanto costa l'amore.
Non so cosa aspettarmi, ho un umore a mezza via fra contenta e perplessa.
Sono contenta perché viaggiare è sempre una delle ragioni più sensate per stare al mondo e, soprattutto, una delle poche motivazioni valide per lavorare e percepire uno stipendio (al di là della mera sussistenza, ovviamente, che comunque si può ottenere con molta ma molta meno dedizione e spreco di energie).
Sono curiosa di vedere questo Paese che è Asia, ma un'Asia molto meno gioiosa e profonda e risolta di quella che conosco. Tendo a fidarmi di Terzani e mi ha sempre impressionata la sua descrizione del materialismo del popolo Han, così radicalmente in contrasto con la spiritualità laboriosa e la tendenza al trascendente dei miei amici Birmani e con la rassegnazione alla fatica e al dolore che diventa entusiasmo per la vita di quelli Indiani.
Mi dicono che gli Han sono terribilmente maleducati per gli standard occidentali. Oppure, semplicemente, quella che è la cortesia occidentale non interessa loro. Che senso ha la gentilezza formale se l'individuo non ha tanto peso nella società? Cosa importa lo straniero, l'ospite, se ciò che conta è la famiglia, il nucleo?
Penso che questo aspetto mi colpirà e mi farà male.
Una delle cose più preziose dell'Asia che ho conosciuto è l'enorme senso di protezione. Essere in mezzo a culture così differenti e sentire che sei al sicuro, perchè tu, nella tua inutilità e piccolezza, sei l'ospite di un Thailandese, di un Birmano, di un Indiano e la tua sicurezza, il tuo benessere, la tua felicità contano.
Mi darà meno fastidio il rapporto buffo con il tempo. Ho letto di diversi viaggiatori turbati dall'assenza del concetto di conservazione del patrimonio culturale e dell'eredità del passato. I Cinesi sembra che non accettino le rovine, che a noi italiani sono così care. Pare che ricostruiscano. Dov'è impossibile, spianano e rifanno daccapo. I guerrieri di terracotta stessi non sono mica veri, sono rifatti negli anni settanta. Impossibile capire, a quanto pare, l'età di un monumento.
Questo aspetto è sicuramente strano, ma l'ho già conosciuto. Per un Asiatico la domanda: "A che epoca risale questo oggetto?" non ha tanto senso. Probabilmente l'origine risale alla notte dei tempi, ma poi è stato aggiustato, abbellito, ricostruito, rimontato...niente UNESCO, niente "heritage", siamo asiatici.
L'aspetto che mi inquieta e mi inquieterà sicuramente della Cina è la corsa verso un futuro magnifico e progressivo, a prescindere dagli impatti sull'ambiente e sulle generazioni future. Spero si tratti di uno stereotipo, di una deformazione dell'informazione occidentale. Spero che in realtà ci sia attenzione, che lo sviluppo sia più sostenibile di quanto si legge.
Sarà il particolare momento che vivo, questa diffidenza nei confronti della crescita a tutti i costi, sarà la frugalità della crisi dell'occidente, sarà che il ripensamento degli stili di consumi mi sembra la grande rivoluzione, insieme all'Internet, dell'epoca che vivo.
Curiosità e diffidenza sono i sentimenti più forti che provo per un Paese che sembra essere in un'altra fase storica rispetto a quella europea e alla mia, che crede nel boom della produzione e dei beni perché ci deve credere, perché ne va dello sfamare un mondo di persone.
Mi turba un Paese che non può chiedersi come lo sta sfamando.
Le megacities non fanno per me e sto per vederne due, Pechino e Shangai.
Credo nei paesoni globali, in questo momento, luoghi di snodo da cui si può partire per il resto del mondo, ma che sono anche capaci di creare comunità.
Per tutte queste ragioni il viaggio in Cina si preannuncia interessante, aggettivo che suggerisce mio marito per caratterizzare l'esperienza, molto faticoso, foriero di pensieri macrosociali e molto azzeccato, per contrasto, all'anno appena trascorso.
Intanto lavoro poco e preparo casa per la partenza.
Domenica ho insegnato alla signora del quarto piano come innaffiare le piante del cortile.
Curioso, fare un tutorial di innaffiatura a una vecchietta. Come ha fatto a vivere quasi ottant'anni senza avere mai incrociato nemmeno per caso l'informazione che si bagnano le piante la sera? Oppure che è meglio non bagnare le foglie, ma solo la terra? Oggi, comunque, concimerò un po' tutto e preparerò il verde condiviso alle tre settimane senza di me.
Nei prossimi giorni mi occuperò anche della terra del mio giardino, che per l'innaffiatura ormai è a posto, ma richiede un po' di nutrimento prima di partire.
Taglierò i fiori, come ho letto da qualche parte, per assicurarmi di trovarne di nuovi al ritorno. L'anno scorso in soli sei giorni di assenza una grandinata epocale bucò tutte le piante a foglia, ma contro questa evenienza non posso fare nulla, solo sperare di non saperlo per non rovinarmi l'umore mentre sono dall'altra parte del mondo.
Idem per i gatti. Sarà un test di libertà estrema, per cui posso solo incrociare le dita e confidare nelle loro proverbiali sette vite e nel loro amore per la casa e per me.
Non posso chiuderli fra quattro mura per tre settimane, impazzirebbero. Non posso chiedere alla mia vicina di essere me e di cercarli sui tetti quando tardano a tornare, è già molto gentile perchè viene a nutrirli.
Non so come farà la piccola, senza il mio fianco a cui appoggiarsi pesante la mattina, facendo milioni di fusa. Ne' come farà il grande, quando tornerà a vedere se in casa va tutto bene e per l'ennesima volta non troverà nessuno.
Soprattutto non so come farò io, sapendoli in quello che percepisco come un costante pericolo.
E' il pericolo della libertà, il maggior regalo che ho fatto loro da quando sto nella casa con il giardino e li ho tolti dalla vita di gatti di appartamento.
La maggiore preoccupazione per me, che capisco così quanto costa l'amore.
venerdì 29 luglio 2011
Diario ipocondriaco parte seconda
Negli ultimi giorni ho visto spesso in tv la pubblicita' di un nuovo programma, che deve essere orribile, quindi non lo guardero' mai.
Una famigliola felice ha appena trovato casa. E' una rassicurante villetta in una strada americana, di quelle con il patio, tutte bianche, con il giardinetto intorno. Quelle che vengono giu' con un refolo di vento, figuriamoci con Katrina.
Fanno una foto tutti insieme davanti all'ingresso, quelle tremende tradizioni che servono solo a ricordare come passa in fretta la vita e come si diventa subito vecchi senza nemmeno accorgersene.
La voce fuori campo dice: "finalmente hanno trovato la casa dei loro sogni...peccato che sia gia' occupata". Si tratta infatti di un programma sui fantasmi che infestano le abitazioni. La luce si fa improvvisamente livida e spettrale grazie a un sapiente uso del bianco e nero e i vari membri della famigliola incontrano uno a uno gli spaventosi inquilini della casa. Si capisce che non ne usciranno vivi.
L'ipocondria per me e' questa cosa qui. La trasformazione repentina di un avvenimento felice, di un momento positivo, in una scena inquietante e spettrale, piena di pericoli. E' il mondo che si fa in bianco e nero, la notte che scaccia il sole, la serenita' che diventa panico. Potrei andare avanti con le metafore, ma avete capito.
Martedi' e' sparito il gatto grande. Ecco, sono gia' partita male, non e' vero.
Martedi' mattina sono uscita di casa lasciando i due gatti che giocavano felici in giardino. Martedi' sera solo la piccola e' arrivata scampanellando (hanno sempre il campanello al collo per via della caccia agli uccellini).
Non mi sono preoccupata. A volte il gatto grande sparisce e ritorna a notte fonda.
Mercoledi' mattina di nuovo solo la piccola, niente gatto grande.
Parto per Roma - trasferta in giornata - chiamo nel pomeriggio la signora che ci aiuta con le pulizie, che viene ogni settimana. Mi dice che ha visto il gatto grande, che e' venuto a mangiare poi e' uscito di nuovo. Mi dice che sembrava arrabbiato, non si e' lasciato accarezzare, era un po' arruffato.
Rientro alle undici per temporali su Fiumicino e del gatto neanche l'ombra.
Giovedi' mattina richiamo la signora per avere piu' dettagli sull'incontro. Il gatto era strano e con il pelo tutto brutto e in disordine (avrete visto dalle foto che e' un gatto molto peloso), sembrava di pessimo umore ed e' andato via subito senza nemmeno fare un po' di feste.
Giovedi' torno a pranzo a casa per vedere se ci sono novita'. Nessuna.
Alle sette rientro e comincia la ricerca seria. Vado in cantina, prendo la scala lunga e mi arrampico sul tetto del garage che c'e' dietro al muro di fondo del giardino, da dove cominciano le loro passeggiate aeree.
Vi risparmio il fatto che a un certo punto non riuscivo a scendere perche' la scala era troppo lontana e il vicino e' venuto a recuperarmi mentre ero seduta sul muro con le gambe penzoloni, la gonnellina e le scarpe col fiocco come alice nel paese delle meraviglia, perche' sono scene pietose. In ogni caso le scoperte sono le seguenti.
Punto primo: i tetti sono un mondo, un mondo relativamente pulito (tranne il fatto che ho visto dove i miei eroi fanno la cacca quando non sporcano la cassettina), con solo qualche biro caduta dai palazzi. Niente scarafaggi, niente animali morti, niente di strano. Un mondo di gommoso rivestimento grigio scuro che degrada e si rialza, un territorio da cui si ammirano gli interni di mille appartamenti che si affacciano li' intorno, da cui si accede e depositi e giardini (di terra) di villette dimenticate dalla contemporaneita' dei condomini. Quasi bello.
Punto secondo: c'e' una piccola colonia di gattoni dall'aria ben pasciuta (lo testimoniano anche diverse ciotole) che vivono su un tetto al piano ammezzato, un po' piu' avanti sulla sinistra del giardino. Di fronte c'e' un appartamento con il terrazzo, immagino una gattara che da' da mangiare a quella famigliola di bestie (niente cuccioli, devono essere sterilizzati). I condomini, incuriositi dalla ragazza con la gonnella che passeggia sui tetti seguita da un marito perplesso e da una gattina - la piccola - bel felice che scoprissi il suo mondo, mi hanno spiegato che sono sei, tutti in vari toni del bianco, grigio e tigrato.
Punto terzo: il mio giardino, visto al tramonto da quella prospettiva, e' bellissimo. E' il giardino segreto, come lo avrebbe descritto il libro se avesse inserito una prospettiva aerea.
Comunque: del gatto grande nessuna traccia, ne' vivo ne' morto ne' ferito.
Completo la ricerca con un giro, questa volta terrestre, del vicinato, raccolgo grande solidarieta' ma nessuno l'ha visto.
Ormai convinta di averlo perso per sempre mi metto sul divano a guardare programmi squallidi, senza nemmeno mangiare perche' ho lo stomaco chiuso.
Alle undici e mezza circa sento uno scampanellio piu' lento rispetto a quello della gatta piccola e lui fa il suo ingresso in casa, diretto a mangiare verso la cucina. Non zoppica, non e' arruffato, e' normalissimo.
Mangia qualche croccantino. Io lo seguo quasi in lacrime. Sei tornato, sei tornato, come stai...voce spezzata e tutto il resto. Lui mi miagola di stare lontana, mi soffia persino.
Esce di casa e fa un vomitino.
Poi rientra e rimangia, gli avevo fatto andare di traverso i croccantini. E' un po' cauto e diffidente, deve aver passato qualche avventura.
Qui scatta l'ipocondria.
Mi convinco che il gatto abbia preso la rabbia. Non chiedetemi perche', e' cosi'.
Invece di andarmene a letto serena, tutto e' bene quel che finisce bene, mi metto su internet a cercare i sintomi.
Che ovviamente sono tutti quelli che ha il gatto: vagabondaggio, anoressia e vomito, incedere spaventato, aggressivita', pelo arruffato (questo a dire la verita' l'ha visto la signora, a me sembra normale). Mi sembra persino strabico, chiaro segno di problemi neurologici che avanzano.
La casa si fa tetra come nel programma televisivo.
Pulisco il vomitino con le mani infilate in un paio di sacchetti di plastica (non ho guanti usa e getta), mi lavo le mani cento volte. Sto attenta a come maneggio il cibo. Non tocco nemmeno la piccola, perche' condividono le ciotole e quindi se lui e' malato e' malata anche lei.
Dimenticavo: nel vagabondaggio su internet scopro anche che la rabbia in Italia c'e', anche se e' rara. Ci sono stati casi in Friuli, in Trentino Alto Adige, in alta Lombardia. E' trasmessa dalle volpi dei boschi, che poi la trasmettono ai gatti, ai cani e forse ai topi. Oggettivamente difficile incontrare una volpe sui tetti di casa mia, mai avvistate. I miei gatti, poi, non sono mai stati in montagna, a me la montagna neanche piace, preferisco il mare.
A New York pero' l'hanno presa gli scoiattoli di Central Park, quindi c'e' anche in aree urbane. Dimentico che i miei gatti non sono mai stati neanche a New York. Comincio ad avvilupparmi nell'idea che il gatto puo' essere stato morso da un topo infettato da un micio randagio che e' stato morso da un cane che e' stato in montagna. Sembra la fiera dell'est, ma e' convincente. Mi dico che qui la campagna e' a due passi - o due tetti di distanza - quindi chissa' quante bestie selvatiche ci sono. Annuncio a mio marito che moriremo - in Cina, per via delle tre settimane di incubazione - di rabbia. Lasciate perdere che nessuno dei gatti mi ha morso o graffiato.
Non dormo per niente.
Stamattina la gattina mi dormiva di fianco come sempre, il gatto presunto infetto sul divano in camera piccola. Si e' stiracchiato, ha fatto la coda a punto interrogativo ed e' venuto a strusciarsi contro la mia gamba.
Oggi pomeriggio, al ritorno dall'ufficio, l'ho trovato spaparanzato sulla panca in giardino che dorme beato, mi si e' avvicinato ed e' venuto ad annusarmi la sottana. Non e' arruffato per niente, cammina normale, con il suo incedere lento e dondolante da gatto raffinato.
Io non riesco a toccarlo. Mi fa paura. Penso se ne accorga, perche' mi guarda perplesso. Mi ci vorranno alcuni giorni per convincermi che non e' infetto e non mi attacchera' nulla, che sta bene e io non moriro', perche' la luce torni diurna e normale.
E' una malattia maledetta, una malattia che ti toglie la felicita', l'ipocondria.
Non so perche' mi sia tornata in modo cosi' prepotente negli ultimi mesi, credevo che la decisione presa sul mio futuro fosse stata sufficiente per ridarmi equilibrio, invece il mio subconscio continua a lavorare e a tirare fuori le sue "oggettivazioni d'infelicita' e paura", che per me sono le malattie. Come faccio dall'adolescenza non ammetto a me stessa di essere inquieta e il mio cervello escogita tumori e infezioni, un timore socialmente accettabile, e me li attribuisce in quantita'.
Resisto e non telefono alla veterinaria perche' c'e' sempre l'angioletto della spalla destra, chiamatelo razionalita' se volete, a dirmi che servirebbe solo a farmi ridere dietro e che comunque pochi minuti dopo l'effetto tranquillante sarebbe sparito.
Devo mettere a posto qualche altro fondamentale, evidentemente.
Ci lavorero' nel week end e spero che il viaggio, con il suo portato di sana agitazione e novita', mi aiuti.
Vado a controllare se il gatto sta bene.
Una famigliola felice ha appena trovato casa. E' una rassicurante villetta in una strada americana, di quelle con il patio, tutte bianche, con il giardinetto intorno. Quelle che vengono giu' con un refolo di vento, figuriamoci con Katrina.
Fanno una foto tutti insieme davanti all'ingresso, quelle tremende tradizioni che servono solo a ricordare come passa in fretta la vita e come si diventa subito vecchi senza nemmeno accorgersene.
La voce fuori campo dice: "finalmente hanno trovato la casa dei loro sogni...peccato che sia gia' occupata". Si tratta infatti di un programma sui fantasmi che infestano le abitazioni. La luce si fa improvvisamente livida e spettrale grazie a un sapiente uso del bianco e nero e i vari membri della famigliola incontrano uno a uno gli spaventosi inquilini della casa. Si capisce che non ne usciranno vivi.
L'ipocondria per me e' questa cosa qui. La trasformazione repentina di un avvenimento felice, di un momento positivo, in una scena inquietante e spettrale, piena di pericoli. E' il mondo che si fa in bianco e nero, la notte che scaccia il sole, la serenita' che diventa panico. Potrei andare avanti con le metafore, ma avete capito.
Martedi' e' sparito il gatto grande. Ecco, sono gia' partita male, non e' vero.
Martedi' mattina sono uscita di casa lasciando i due gatti che giocavano felici in giardino. Martedi' sera solo la piccola e' arrivata scampanellando (hanno sempre il campanello al collo per via della caccia agli uccellini).
Non mi sono preoccupata. A volte il gatto grande sparisce e ritorna a notte fonda.
Mercoledi' mattina di nuovo solo la piccola, niente gatto grande.
Parto per Roma - trasferta in giornata - chiamo nel pomeriggio la signora che ci aiuta con le pulizie, che viene ogni settimana. Mi dice che ha visto il gatto grande, che e' venuto a mangiare poi e' uscito di nuovo. Mi dice che sembrava arrabbiato, non si e' lasciato accarezzare, era un po' arruffato.
Rientro alle undici per temporali su Fiumicino e del gatto neanche l'ombra.
Giovedi' mattina richiamo la signora per avere piu' dettagli sull'incontro. Il gatto era strano e con il pelo tutto brutto e in disordine (avrete visto dalle foto che e' un gatto molto peloso), sembrava di pessimo umore ed e' andato via subito senza nemmeno fare un po' di feste.
Giovedi' torno a pranzo a casa per vedere se ci sono novita'. Nessuna.
Alle sette rientro e comincia la ricerca seria. Vado in cantina, prendo la scala lunga e mi arrampico sul tetto del garage che c'e' dietro al muro di fondo del giardino, da dove cominciano le loro passeggiate aeree.
Vi risparmio il fatto che a un certo punto non riuscivo a scendere perche' la scala era troppo lontana e il vicino e' venuto a recuperarmi mentre ero seduta sul muro con le gambe penzoloni, la gonnellina e le scarpe col fiocco come alice nel paese delle meraviglia, perche' sono scene pietose. In ogni caso le scoperte sono le seguenti.
Punto primo: i tetti sono un mondo, un mondo relativamente pulito (tranne il fatto che ho visto dove i miei eroi fanno la cacca quando non sporcano la cassettina), con solo qualche biro caduta dai palazzi. Niente scarafaggi, niente animali morti, niente di strano. Un mondo di gommoso rivestimento grigio scuro che degrada e si rialza, un territorio da cui si ammirano gli interni di mille appartamenti che si affacciano li' intorno, da cui si accede e depositi e giardini (di terra) di villette dimenticate dalla contemporaneita' dei condomini. Quasi bello.
Punto secondo: c'e' una piccola colonia di gattoni dall'aria ben pasciuta (lo testimoniano anche diverse ciotole) che vivono su un tetto al piano ammezzato, un po' piu' avanti sulla sinistra del giardino. Di fronte c'e' un appartamento con il terrazzo, immagino una gattara che da' da mangiare a quella famigliola di bestie (niente cuccioli, devono essere sterilizzati). I condomini, incuriositi dalla ragazza con la gonnella che passeggia sui tetti seguita da un marito perplesso e da una gattina - la piccola - bel felice che scoprissi il suo mondo, mi hanno spiegato che sono sei, tutti in vari toni del bianco, grigio e tigrato.
Punto terzo: il mio giardino, visto al tramonto da quella prospettiva, e' bellissimo. E' il giardino segreto, come lo avrebbe descritto il libro se avesse inserito una prospettiva aerea.
Comunque: del gatto grande nessuna traccia, ne' vivo ne' morto ne' ferito.
Completo la ricerca con un giro, questa volta terrestre, del vicinato, raccolgo grande solidarieta' ma nessuno l'ha visto.
Ormai convinta di averlo perso per sempre mi metto sul divano a guardare programmi squallidi, senza nemmeno mangiare perche' ho lo stomaco chiuso.
Alle undici e mezza circa sento uno scampanellio piu' lento rispetto a quello della gatta piccola e lui fa il suo ingresso in casa, diretto a mangiare verso la cucina. Non zoppica, non e' arruffato, e' normalissimo.
Mangia qualche croccantino. Io lo seguo quasi in lacrime. Sei tornato, sei tornato, come stai...voce spezzata e tutto il resto. Lui mi miagola di stare lontana, mi soffia persino.
Esce di casa e fa un vomitino.
Poi rientra e rimangia, gli avevo fatto andare di traverso i croccantini. E' un po' cauto e diffidente, deve aver passato qualche avventura.
Qui scatta l'ipocondria.
Mi convinco che il gatto abbia preso la rabbia. Non chiedetemi perche', e' cosi'.
Invece di andarmene a letto serena, tutto e' bene quel che finisce bene, mi metto su internet a cercare i sintomi.
Che ovviamente sono tutti quelli che ha il gatto: vagabondaggio, anoressia e vomito, incedere spaventato, aggressivita', pelo arruffato (questo a dire la verita' l'ha visto la signora, a me sembra normale). Mi sembra persino strabico, chiaro segno di problemi neurologici che avanzano.
La casa si fa tetra come nel programma televisivo.
Pulisco il vomitino con le mani infilate in un paio di sacchetti di plastica (non ho guanti usa e getta), mi lavo le mani cento volte. Sto attenta a come maneggio il cibo. Non tocco nemmeno la piccola, perche' condividono le ciotole e quindi se lui e' malato e' malata anche lei.
Dimenticavo: nel vagabondaggio su internet scopro anche che la rabbia in Italia c'e', anche se e' rara. Ci sono stati casi in Friuli, in Trentino Alto Adige, in alta Lombardia. E' trasmessa dalle volpi dei boschi, che poi la trasmettono ai gatti, ai cani e forse ai topi. Oggettivamente difficile incontrare una volpe sui tetti di casa mia, mai avvistate. I miei gatti, poi, non sono mai stati in montagna, a me la montagna neanche piace, preferisco il mare.
A New York pero' l'hanno presa gli scoiattoli di Central Park, quindi c'e' anche in aree urbane. Dimentico che i miei gatti non sono mai stati neanche a New York. Comincio ad avvilupparmi nell'idea che il gatto puo' essere stato morso da un topo infettato da un micio randagio che e' stato morso da un cane che e' stato in montagna. Sembra la fiera dell'est, ma e' convincente. Mi dico che qui la campagna e' a due passi - o due tetti di distanza - quindi chissa' quante bestie selvatiche ci sono. Annuncio a mio marito che moriremo - in Cina, per via delle tre settimane di incubazione - di rabbia. Lasciate perdere che nessuno dei gatti mi ha morso o graffiato.
Non dormo per niente.
Stamattina la gattina mi dormiva di fianco come sempre, il gatto presunto infetto sul divano in camera piccola. Si e' stiracchiato, ha fatto la coda a punto interrogativo ed e' venuto a strusciarsi contro la mia gamba.
Oggi pomeriggio, al ritorno dall'ufficio, l'ho trovato spaparanzato sulla panca in giardino che dorme beato, mi si e' avvicinato ed e' venuto ad annusarmi la sottana. Non e' arruffato per niente, cammina normale, con il suo incedere lento e dondolante da gatto raffinato.
Io non riesco a toccarlo. Mi fa paura. Penso se ne accorga, perche' mi guarda perplesso. Mi ci vorranno alcuni giorni per convincermi che non e' infetto e non mi attacchera' nulla, che sta bene e io non moriro', perche' la luce torni diurna e normale.
E' una malattia maledetta, una malattia che ti toglie la felicita', l'ipocondria.
Non so perche' mi sia tornata in modo cosi' prepotente negli ultimi mesi, credevo che la decisione presa sul mio futuro fosse stata sufficiente per ridarmi equilibrio, invece il mio subconscio continua a lavorare e a tirare fuori le sue "oggettivazioni d'infelicita' e paura", che per me sono le malattie. Come faccio dall'adolescenza non ammetto a me stessa di essere inquieta e il mio cervello escogita tumori e infezioni, un timore socialmente accettabile, e me li attribuisce in quantita'.
Resisto e non telefono alla veterinaria perche' c'e' sempre l'angioletto della spalla destra, chiamatelo razionalita' se volete, a dirmi che servirebbe solo a farmi ridere dietro e che comunque pochi minuti dopo l'effetto tranquillante sarebbe sparito.
Devo mettere a posto qualche altro fondamentale, evidentemente.
Ci lavorero' nel week end e spero che il viaggio, con il suo portato di sana agitazione e novita', mi aiuti.
Vado a controllare se il gatto sta bene.
martedì 26 luglio 2011
Leda Horticultural Society
Ah, non vi ho detto: con l'abbonamento a Gardenia ho ricevuto l'enciclopedia pratica del giardinaggio della Royal Horticultural Society.
Ammetto che mi sono abbonata al giornale solo per quella. Gardenia non mi piace poi tanto, sta meglio come decorazione sul tavolino sotto la pergola che a leggerla. Ci sono un sacco di giardini splendidi, ma quando progettano un'aiuola sembra che facciano la gara delle piante improbabili e io richiudo perplessa borbottando: "mah, io ci avrei messo le begonie".
Detto questo, mi piace moltissimo possedere l'enciclopedia pratica del giardinaggio. Anche se hanno fatto gli spilorci e mi hanno mandato l'edizione con la copertina di carta leggera, nemmeno plastificata, che la prima volta che la innaffio (non ditemi che non vi e' mai capitato di leggere in giardino e di scoprire all'improvviso che l'oleandro ha bisogno d'acqua, quindi di irrigare incidentalmente anche il libro. O, piu' facile ancora, di lasciare un amato volume sulla sdraietta subito prima che un bel temporale estivo lo sorprenda) si disfa.
L'ho dovuta rilegare con la plastica trasparente, come i libri delle elementari, per garantirle una sopravvivenza minima.
Comunque per me e' uno status symbol, come per qualcuna una borsetta di vuitton.
Mi sento gia' un membro onorario dell'associazione e mi immagino ottantenne in un cottage a coltivare bellissime rose che non risentono minimamente di un tempo da schifo.
Miss Marple si impossessa di me e mi sento felice e dignitosa come una zitella britannica. Ho gia' voglia di fare un laghetto per metterci dentro le ninfee, incurante dell'invasione di zanzare che rovinerebbe la mia reputazione presso i condomini e del fatto che i gatti non aspettano altro che una vasca di pesciolini per darsi alla pesca sportiva. Vi dico solo che non posso nemmeno lasciare a mollo in una bacinella un paio di mutande senza trovarle alla sera in cucina perche' la gatta piccola usa le unghie come ami.
Forse e' meglio che progetti una serra, cosi' ci posso far svernare il limone. Sempre che non mi tocchi fare poi il condono. Comunque.
Se volete venire a prendere il te' da me, prometto di lasciarvi vedere i preziosi libretti, finche' sono tutti interi.
Ammetto che mi sono abbonata al giornale solo per quella. Gardenia non mi piace poi tanto, sta meglio come decorazione sul tavolino sotto la pergola che a leggerla. Ci sono un sacco di giardini splendidi, ma quando progettano un'aiuola sembra che facciano la gara delle piante improbabili e io richiudo perplessa borbottando: "mah, io ci avrei messo le begonie".
Detto questo, mi piace moltissimo possedere l'enciclopedia pratica del giardinaggio. Anche se hanno fatto gli spilorci e mi hanno mandato l'edizione con la copertina di carta leggera, nemmeno plastificata, che la prima volta che la innaffio (non ditemi che non vi e' mai capitato di leggere in giardino e di scoprire all'improvviso che l'oleandro ha bisogno d'acqua, quindi di irrigare incidentalmente anche il libro. O, piu' facile ancora, di lasciare un amato volume sulla sdraietta subito prima che un bel temporale estivo lo sorprenda) si disfa.
L'ho dovuta rilegare con la plastica trasparente, come i libri delle elementari, per garantirle una sopravvivenza minima.
Comunque per me e' uno status symbol, come per qualcuna una borsetta di vuitton.
Mi sento gia' un membro onorario dell'associazione e mi immagino ottantenne in un cottage a coltivare bellissime rose che non risentono minimamente di un tempo da schifo.
Miss Marple si impossessa di me e mi sento felice e dignitosa come una zitella britannica. Ho gia' voglia di fare un laghetto per metterci dentro le ninfee, incurante dell'invasione di zanzare che rovinerebbe la mia reputazione presso i condomini e del fatto che i gatti non aspettano altro che una vasca di pesciolini per darsi alla pesca sportiva. Vi dico solo che non posso nemmeno lasciare a mollo in una bacinella un paio di mutande senza trovarle alla sera in cucina perche' la gatta piccola usa le unghie come ami.
Forse e' meglio che progetti una serra, cosi' ci posso far svernare il limone. Sempre che non mi tocchi fare poi il condono. Comunque.
Se volete venire a prendere il te' da me, prometto di lasciarvi vedere i preziosi libretti, finche' sono tutti interi.
venerdì 1 luglio 2011
Ode a una sigaretta che non c'e'
Dovete sapere che ho smesso di fumare.
Fumavo tanto, un pacchetto di diana blu e anche un pacchetto e mezzo, nei giorni particolarmente nervosi.
Mi alzavo dalla scrivania e andavo a fumare in saletta fumatori. Ci mettevo la meta' del tempo degli altri, pensavo un po', mi facevo un discorsetto nella testa, tornavo piu' lucida e mi risiedevo sulla mia sedia.
Ho smesso in circostanze totalmente casuali, che vi raccontero' un'altra volta.
Soprattutto ho smesso perche' avevo smesso di fare le scale per non misurare se avevo il fiatone. Ho smesso perche' avevo male alla schiena, come delle fitte di tanto in tanto e pensavo fosse cancro ai polmoni. Ovviamente le fitte, da bravo dolore psicosomatico, sono scomparse con l'ultima sigaretta. Ho smesso perche' a ogni colpo di tosse controllavo di non avere un gusto metallico in bocca, perche' temevo di sputare sangue. Ho smesso perche' ho la pelle trasparente, vedevo le piccole vene sotto e monitoravo il loro diventare viola, perche' ci vedevo dentro i prodromi di una morte cianotica.
Quella che ha fatto mio nonno, che mia madre mi raccontava ogni volta che mi vedeva accendere una sigaretta. "A ogni crisi respiratoria che superava mi diceva tu non sai quanto sia bello respirare. Poi, una volta, non e' riuscito a dirmelo piu'". Aveva cinquant'anni e cinquant'anni non mi sembrano piu' cosi' tanti.
Ho smesso perche' sono ipocondriaca, questo lo sapete gia', e non tutto il male vien per nuocere, no?
Comunque. In questo momento esatto vorrei una sigaretta.
Sapendo che mi sentirei terribilmente in colpa, mi darei dell'idiota perche' dopo tanto tempo e conoscendo l'angoscia di monitorarsi continuamente il respiro ci vorrebbe proprio una cretina.
Pero' vorrei una diana e un accendino, da non usare per accendere l'incenso (che, tra parentesi, mi sa che e' cancerogeno pure quello).
E' arrivata la proposta scritta dall'altra azienda. Scritta, non piu' rassicurazioni e chiacchiere al telefono. Una serie di fogli di carta con stampate su le cifre, i ruoli, le condizioni eccetera eccetera.
Quello che non c'e' scritto e' che fra me e quel lavoro ci sono cento chilometri di autostrada, un monolocale in affitto, lunghe notti da sola, niente bambini ancora per un po', i gatti che miagolano e le piante che appassiscono.
Oppure che c'e' una casa in campagna sulle colline, i gatti felici e ancora piu' liberi, sempre che si possa essere piu' liberi di cosi', bambini che nascono in cittadine dal welfare sicuro e glicini e rose piantati finalmente per terra.
Qui cosa c'e'? C'e' la mia citta', il mio sindaco che non potra' contare sul fatto che non lo lasci solo, i miei vicini e le mie sere nel giardino a scrivere pepetroli. C'e' mio marito a casa troppo tardi la sera, la mia collega amica che non abbandono perche' se resto nella mia azienda mi allontano di un piano e di un corridoio.
Sto facendo come la merla che costruisce il nido, qui dentro. Sto portando rametti e foglie secche, costruendo stabilita' e certezze provvisorie. Sto facendo il buco e mi ci sto nascondendo dentro. Ma sto anche scoprendo parti di me dimenticate da anni, sto scrivendo, cazzo, scrivendo quasi tutti i giorni di pensieri miei. Sto allevando esseri viventi che crescono in gran quantita' (nonostante il cruccio della salvia che deperisce senza un perche', rinnovo l'appello a chiunque abbia avuto nella vita una salvia che si suicida lentamente senza apparente motivo, ditemi cosa posso fare per motivarla a stare al mondo).
Non sto mettendo un romanzo nel cassetto, sto mettendo la mia vita in rete.
Sto amando persone, animali e vegetali a cui regalo presenza e non distanza, sto facendo un cuccia per i gattini che non so ancora se verranno. Sto lasciando un'utopia di cambiamento teorico del mondo per un esempio concreto di come si puo' vivere oggi cercando la pace con il prossimo, che per sua essenza e' vicino e, a volte, nemmeno troppo simpatico.
Cambiare lavoro, cambiare azienda non mi sembra un cambiamento vero. Come passare dal Vietnam all'Iraq. Sempre un mercenario resti. Non si scardinano le logiche, non si risolve il problema.
Stamattina ascoltavo la radio. Tutte le mattine in macchina sento l'inizio del programma di un giornalista che si chiama Giannino, forse ce l'avete presente. Ecco, Giannino e' una delle persone che riescono in modo piu' efficace a delineare la mia identita' politico - ideologica di statalista socialista pubblicista. Il fatto e' che si tratta di una persona molto intelligente, molto colta e preparata. Che dice una serie di cose. Con cui io non sono mai d'accordo.
Il fatto di sentire un pensiero articolato, complesso e colto di tipo liberista antistatalista e privatistico mi convince del fatto che credo quel che credo non perche' dall'altra parte non c'e' pensiero, perche' ho dei preconcetti dovuti allo schifo che mi fanno gli attuali governanti di questo Paese, ma perche' esistono effettivamente posizioni diverse su temi importanti e io so quale abbracciare.
Era una digressione.
Stamattina Giannino non aveva ancora cominciato il suo programma e alla radio davano un bollettino della borsa. Il giornalista, con somma indifferenza (o soltanto il consueto sonno, che capisco bene), ha detto che il titolo x aveva avuto un aumento di valore del sette per cento, che i mercati avevano premiato il piano industriali di efficienza e ristrutturazione, che includeva mille esuberi.
Il fatto che a mille persone per strada corrispondessero sette punti per gli azionisti, scusate l'indignazione banale, mi ha fatto venire voglia di girare la macchina e tornare a casa nel letto.
Non ci voglio lavorare piu', per favorire, o, dato il mio mestiere, giustificare, logiche idiote di questo tipo. Passare da un padrone all'altro non mi fara' convincere che e' giusto cosi', che all'improvviso ci credo di nuovo, nello sviluppo sociale affiancato a quello economico.
Mio marito la pensa in modo diverso. Lui mi spinge molto, su questo cambiamento. Dice che non bisogna smettere di combattere per l'uomo astratto, per il bene astratto. Che l'uomo quando diventa il vicino, il bene quando diventa il tuo, sono obiettivi troppo minimali per cui lottare a trent'anni, che quello puo' essere il come si vive, ma non il per cosa si vive.
Dice che bisogna continuare a fare i cani da guardia dentro alle organizzazioni, che occorre provarlo con l'esempio e la pratica quotidiana che si puo' perseguire un bene maggiore, senza ritirarsi in paradisi perduti costruiti giorno dopo giorno, con le proprie mani, in giardini di citta'.
Dice che sono troppo brava per mollare ora. Che e' troppo presto.
Che scegliere un lavoro piu' piccolo e semplice, almeno in apparenza, nella mia azienda per sperare di ridurre le ore e il coinvolgimento in ufficio e' un errore di cui posso pentirmi amaramente.
Mi ricorda quanto abbiamo odiato gli autori televisivi che leggevano Guerra e Pace in privato e propinavano Non e' la Rai agli spettatori, convinti che si potesse essere intellettuali in casa e populisti al lavoro. Sicuri di essere piu' intelligenti della massa, che in fondo quello era "solo lavoro" e che la loro identita' vera stesse nelle chiacchiere in salotto con pochi eletti.
Mi dice che la politica, quella vera, si fa stando in mezzo, non a lato.
Mi rammenta che sporcarsi le mani ha un significato piu' ampio che raccogliere terra sotto le unghie mentre si estirpa un'erbaccia dal peperone.
Non lo so se ho ancora la forza di dirgli che ha ragione.
Penso che tutto il pianeta sia al mio stesso bivio. Il confine fra defezione e cambio di paradigma e' molto labile, non sapro' mai se in questo momento mi manca coraggio o ne ho troppo per questo tempo bastardo, di scarse ideologie collettive a guidarmi il cammino. C'e' la volpe e c'e' l'uva. Io l'uva posso raggiungerla, ma non so se la voglio mangiare.
Non so nemmeno se sia uva o se sia un'illusione di evasione. Puo' darsi che restare nella mia azienda a fare la crumira del sistema che a casa ha un bellissimo giardino su cui ritirarsi a scrivere mi renda effettivamente una persona peggiore. Ma anche fare l'utile idiota che continua a lasciare la vita su una causa gigantesca di nome sostenibilita', che finisce per essere un alibi per fare soldi, mi sembra altrettanto deprimente.
Sotto tutto questo, ma e' un discorso troppo ampio per affrontarlo adesso, c'e' anche il dubbio atroce e la rabbia sorda di sapere che essere donna e avere un orologio biologico che ticchetta e' una variabile non indifferente di questa lotta fra pubblico e privato, fra conservazione e innovazione.
Il dubbio di non essere lucida mi da' alla testa. Come il fumo di quella sigaretta che non posso piu' accendere, ma che continua a farmi anelli davanti agli occhi, impedendomi di vedere chiaro e di scegliere, con serenita', quale giardino vale la pena di coltivare.
Fumavo tanto, un pacchetto di diana blu e anche un pacchetto e mezzo, nei giorni particolarmente nervosi.
Mi alzavo dalla scrivania e andavo a fumare in saletta fumatori. Ci mettevo la meta' del tempo degli altri, pensavo un po', mi facevo un discorsetto nella testa, tornavo piu' lucida e mi risiedevo sulla mia sedia.
Ho smesso in circostanze totalmente casuali, che vi raccontero' un'altra volta.
Soprattutto ho smesso perche' avevo smesso di fare le scale per non misurare se avevo il fiatone. Ho smesso perche' avevo male alla schiena, come delle fitte di tanto in tanto e pensavo fosse cancro ai polmoni. Ovviamente le fitte, da bravo dolore psicosomatico, sono scomparse con l'ultima sigaretta. Ho smesso perche' a ogni colpo di tosse controllavo di non avere un gusto metallico in bocca, perche' temevo di sputare sangue. Ho smesso perche' ho la pelle trasparente, vedevo le piccole vene sotto e monitoravo il loro diventare viola, perche' ci vedevo dentro i prodromi di una morte cianotica.
Quella che ha fatto mio nonno, che mia madre mi raccontava ogni volta che mi vedeva accendere una sigaretta. "A ogni crisi respiratoria che superava mi diceva tu non sai quanto sia bello respirare. Poi, una volta, non e' riuscito a dirmelo piu'". Aveva cinquant'anni e cinquant'anni non mi sembrano piu' cosi' tanti.
Ho smesso perche' sono ipocondriaca, questo lo sapete gia', e non tutto il male vien per nuocere, no?
Comunque. In questo momento esatto vorrei una sigaretta.
Sapendo che mi sentirei terribilmente in colpa, mi darei dell'idiota perche' dopo tanto tempo e conoscendo l'angoscia di monitorarsi continuamente il respiro ci vorrebbe proprio una cretina.
Pero' vorrei una diana e un accendino, da non usare per accendere l'incenso (che, tra parentesi, mi sa che e' cancerogeno pure quello).
E' arrivata la proposta scritta dall'altra azienda. Scritta, non piu' rassicurazioni e chiacchiere al telefono. Una serie di fogli di carta con stampate su le cifre, i ruoli, le condizioni eccetera eccetera.
Quello che non c'e' scritto e' che fra me e quel lavoro ci sono cento chilometri di autostrada, un monolocale in affitto, lunghe notti da sola, niente bambini ancora per un po', i gatti che miagolano e le piante che appassiscono.
Oppure che c'e' una casa in campagna sulle colline, i gatti felici e ancora piu' liberi, sempre che si possa essere piu' liberi di cosi', bambini che nascono in cittadine dal welfare sicuro e glicini e rose piantati finalmente per terra.
Qui cosa c'e'? C'e' la mia citta', il mio sindaco che non potra' contare sul fatto che non lo lasci solo, i miei vicini e le mie sere nel giardino a scrivere pepetroli. C'e' mio marito a casa troppo tardi la sera, la mia collega amica che non abbandono perche' se resto nella mia azienda mi allontano di un piano e di un corridoio.
Sto facendo come la merla che costruisce il nido, qui dentro. Sto portando rametti e foglie secche, costruendo stabilita' e certezze provvisorie. Sto facendo il buco e mi ci sto nascondendo dentro. Ma sto anche scoprendo parti di me dimenticate da anni, sto scrivendo, cazzo, scrivendo quasi tutti i giorni di pensieri miei. Sto allevando esseri viventi che crescono in gran quantita' (nonostante il cruccio della salvia che deperisce senza un perche', rinnovo l'appello a chiunque abbia avuto nella vita una salvia che si suicida lentamente senza apparente motivo, ditemi cosa posso fare per motivarla a stare al mondo).
Non sto mettendo un romanzo nel cassetto, sto mettendo la mia vita in rete.
Sto amando persone, animali e vegetali a cui regalo presenza e non distanza, sto facendo un cuccia per i gattini che non so ancora se verranno. Sto lasciando un'utopia di cambiamento teorico del mondo per un esempio concreto di come si puo' vivere oggi cercando la pace con il prossimo, che per sua essenza e' vicino e, a volte, nemmeno troppo simpatico.
Cambiare lavoro, cambiare azienda non mi sembra un cambiamento vero. Come passare dal Vietnam all'Iraq. Sempre un mercenario resti. Non si scardinano le logiche, non si risolve il problema.
Stamattina ascoltavo la radio. Tutte le mattine in macchina sento l'inizio del programma di un giornalista che si chiama Giannino, forse ce l'avete presente. Ecco, Giannino e' una delle persone che riescono in modo piu' efficace a delineare la mia identita' politico - ideologica di statalista socialista pubblicista. Il fatto e' che si tratta di una persona molto intelligente, molto colta e preparata. Che dice una serie di cose. Con cui io non sono mai d'accordo.
Il fatto di sentire un pensiero articolato, complesso e colto di tipo liberista antistatalista e privatistico mi convince del fatto che credo quel che credo non perche' dall'altra parte non c'e' pensiero, perche' ho dei preconcetti dovuti allo schifo che mi fanno gli attuali governanti di questo Paese, ma perche' esistono effettivamente posizioni diverse su temi importanti e io so quale abbracciare.
Era una digressione.
Stamattina Giannino non aveva ancora cominciato il suo programma e alla radio davano un bollettino della borsa. Il giornalista, con somma indifferenza (o soltanto il consueto sonno, che capisco bene), ha detto che il titolo x aveva avuto un aumento di valore del sette per cento, che i mercati avevano premiato il piano industriali di efficienza e ristrutturazione, che includeva mille esuberi.
Il fatto che a mille persone per strada corrispondessero sette punti per gli azionisti, scusate l'indignazione banale, mi ha fatto venire voglia di girare la macchina e tornare a casa nel letto.
Non ci voglio lavorare piu', per favorire, o, dato il mio mestiere, giustificare, logiche idiote di questo tipo. Passare da un padrone all'altro non mi fara' convincere che e' giusto cosi', che all'improvviso ci credo di nuovo, nello sviluppo sociale affiancato a quello economico.
Mio marito la pensa in modo diverso. Lui mi spinge molto, su questo cambiamento. Dice che non bisogna smettere di combattere per l'uomo astratto, per il bene astratto. Che l'uomo quando diventa il vicino, il bene quando diventa il tuo, sono obiettivi troppo minimali per cui lottare a trent'anni, che quello puo' essere il come si vive, ma non il per cosa si vive.
Dice che bisogna continuare a fare i cani da guardia dentro alle organizzazioni, che occorre provarlo con l'esempio e la pratica quotidiana che si puo' perseguire un bene maggiore, senza ritirarsi in paradisi perduti costruiti giorno dopo giorno, con le proprie mani, in giardini di citta'.
Dice che sono troppo brava per mollare ora. Che e' troppo presto.
Che scegliere un lavoro piu' piccolo e semplice, almeno in apparenza, nella mia azienda per sperare di ridurre le ore e il coinvolgimento in ufficio e' un errore di cui posso pentirmi amaramente.
Mi ricorda quanto abbiamo odiato gli autori televisivi che leggevano Guerra e Pace in privato e propinavano Non e' la Rai agli spettatori, convinti che si potesse essere intellettuali in casa e populisti al lavoro. Sicuri di essere piu' intelligenti della massa, che in fondo quello era "solo lavoro" e che la loro identita' vera stesse nelle chiacchiere in salotto con pochi eletti.
Mi dice che la politica, quella vera, si fa stando in mezzo, non a lato.
Mi rammenta che sporcarsi le mani ha un significato piu' ampio che raccogliere terra sotto le unghie mentre si estirpa un'erbaccia dal peperone.
Non lo so se ho ancora la forza di dirgli che ha ragione.
Penso che tutto il pianeta sia al mio stesso bivio. Il confine fra defezione e cambio di paradigma e' molto labile, non sapro' mai se in questo momento mi manca coraggio o ne ho troppo per questo tempo bastardo, di scarse ideologie collettive a guidarmi il cammino. C'e' la volpe e c'e' l'uva. Io l'uva posso raggiungerla, ma non so se la voglio mangiare.
Non so nemmeno se sia uva o se sia un'illusione di evasione. Puo' darsi che restare nella mia azienda a fare la crumira del sistema che a casa ha un bellissimo giardino su cui ritirarsi a scrivere mi renda effettivamente una persona peggiore. Ma anche fare l'utile idiota che continua a lasciare la vita su una causa gigantesca di nome sostenibilita', che finisce per essere un alibi per fare soldi, mi sembra altrettanto deprimente.
Sotto tutto questo, ma e' un discorso troppo ampio per affrontarlo adesso, c'e' anche il dubbio atroce e la rabbia sorda di sapere che essere donna e avere un orologio biologico che ticchetta e' una variabile non indifferente di questa lotta fra pubblico e privato, fra conservazione e innovazione.
Il dubbio di non essere lucida mi da' alla testa. Come il fumo di quella sigaretta che non posso piu' accendere, ma che continua a farmi anelli davanti agli occhi, impedendomi di vedere chiaro e di scegliere, con serenita', quale giardino vale la pena di coltivare.
sabato 25 giugno 2011
Notte in citta'
Case che non dormono, clima di citta'.
Grida sgraziate dal terzo piano, dove poverta' e ignoranza combattono per calpestare dignita'.
Malattie nascoste al piano di sopra, sconfitte con una risata di giorno, paura che gela le ossa solo al buio, in un gemito sul soffitto.
Signore che scendono dal quarto piano per indagare il destino di un photus, con le ciabatte e la vestaglia a fiori, le chiavi che tintinnano in una mano, ottantatre anni e ancora cucire a macchina, per pagare la parrucchiera e sentirsi vivi.
Fighetti da loft che sputano sentenze e poi si vergognano quando passano nel cortile comune, cosi' inadatti alla socialita' semplice di un condominio da fare compassione.
Luci da tante finestre stanche, in alcune si fara' rumorosamente l'amore, perche' e' sabato. Sempre che il bambino si addormenti, che e' gia' mezzanotte ed e' ancora sveglio come un grillo.
Lotte feroci di gatti che si contendono un territorio infinito, perdita d'occhio di tetti e fabbriche che ancora traspirano, dopo vent'anni di inattivita', il sudore degli uomini.
Palazzoni che crescono veloci, per appartamenti gia' tutti comprati. Case basse che si rattrappiscono nell'ombra, che hanno paura si morire.
Zanzare che si trattengono a fianco delle orecchie, annusano l'autan e se ne vanno. Lasciano una scia di rumore che e' tutta vita, mentre i lombrichi scavano grotte nei vasi che sembra quasi di sentirli. Un giorno, forse, ritorneranno le lucciole.
Musica da un ristorante ecuadoregno o da una casa ecuadoregna, perche' ci sono poche regole chiare e una di queste e' che si lavora come schiavi tutta la settimana, ma al sabato sera si canta e si balla.
Modem e connessioni vecchio stile per un adolescente frustrato che cerca il porno sul web usando il computer della sua grassa madre, che cerca di dormire e gli dice spegni. Nemmeno le seghe davanti allo schermo ci si puo' fare, in una casa cosi' piccola. Per forza poi mi scrivono che sono una checca sulla saracinesca di fronte a casa.
Con un padre che nemmeno lo accompagna a pulire quella scritta.
Cagnolini di migranti, emblema del pregiudizio. Ho pensato che il ragazzo dal sorriso candido che abita di fronte fosse un badante, che il barboncino fosse di un'anziana signora.
Non e' cosi', e' solo il suo cane. Mi ha fatto strano, come se un ragazzo del bangladesh non potesse avere un cane da compagnia. Come se quello fosse un accessorio che non si possono permettere quelli che devono costruirsi qui una vita, come se avessero diritto solo a conquistarsi l'essenziale. Che pensiero stupido, che una persona non possa volere un cane solo perche' non parla italiano.
Rose che si aprono perfette, pomodori che maturano, lampade che illuminano pavimenti che si raffreddano.
Una sirena che passa lontana. L'altra notte un ragazzo di vent'anni ha ammazzato due ragazzi di vent'anni, in questa citta'. Poi si e' fatto accompagnare dai suoi genitori alla caserma dei carabinieri. Ha detto che non sa perche' l'ha fatto ne' come l'ha fatto. Forse e' stato un brutto sogno, ci sveglieremo fra poco, deve avergli detto sua madre.
Luci soffuse e nessuna paura, niente di male puo' accadere in questo terrazzo che e' un nido fra le case, che tutti possono godere.
Una civetta ripete il suo suono monotono e familiare, un rumore di campagna fra i molti che si sentono, se solo si sta a sentire lo strato sotto i televisori.
Se tutti gli uomini sparissero, questa citta' sarebbe altrettanto viva.
Se tutti gli uomini sapessero di essere uguali ai fiori, ai gatti, agli uccelli, questa citta' sarebbe in pace.
Grida sgraziate dal terzo piano, dove poverta' e ignoranza combattono per calpestare dignita'.
Malattie nascoste al piano di sopra, sconfitte con una risata di giorno, paura che gela le ossa solo al buio, in un gemito sul soffitto.
Signore che scendono dal quarto piano per indagare il destino di un photus, con le ciabatte e la vestaglia a fiori, le chiavi che tintinnano in una mano, ottantatre anni e ancora cucire a macchina, per pagare la parrucchiera e sentirsi vivi.
Fighetti da loft che sputano sentenze e poi si vergognano quando passano nel cortile comune, cosi' inadatti alla socialita' semplice di un condominio da fare compassione.
Luci da tante finestre stanche, in alcune si fara' rumorosamente l'amore, perche' e' sabato. Sempre che il bambino si addormenti, che e' gia' mezzanotte ed e' ancora sveglio come un grillo.
Lotte feroci di gatti che si contendono un territorio infinito, perdita d'occhio di tetti e fabbriche che ancora traspirano, dopo vent'anni di inattivita', il sudore degli uomini.
Palazzoni che crescono veloci, per appartamenti gia' tutti comprati. Case basse che si rattrappiscono nell'ombra, che hanno paura si morire.
Zanzare che si trattengono a fianco delle orecchie, annusano l'autan e se ne vanno. Lasciano una scia di rumore che e' tutta vita, mentre i lombrichi scavano grotte nei vasi che sembra quasi di sentirli. Un giorno, forse, ritorneranno le lucciole.
Musica da un ristorante ecuadoregno o da una casa ecuadoregna, perche' ci sono poche regole chiare e una di queste e' che si lavora come schiavi tutta la settimana, ma al sabato sera si canta e si balla.
Modem e connessioni vecchio stile per un adolescente frustrato che cerca il porno sul web usando il computer della sua grassa madre, che cerca di dormire e gli dice spegni. Nemmeno le seghe davanti allo schermo ci si puo' fare, in una casa cosi' piccola. Per forza poi mi scrivono che sono una checca sulla saracinesca di fronte a casa.
Con un padre che nemmeno lo accompagna a pulire quella scritta.
Cagnolini di migranti, emblema del pregiudizio. Ho pensato che il ragazzo dal sorriso candido che abita di fronte fosse un badante, che il barboncino fosse di un'anziana signora.
Non e' cosi', e' solo il suo cane. Mi ha fatto strano, come se un ragazzo del bangladesh non potesse avere un cane da compagnia. Come se quello fosse un accessorio che non si possono permettere quelli che devono costruirsi qui una vita, come se avessero diritto solo a conquistarsi l'essenziale. Che pensiero stupido, che una persona non possa volere un cane solo perche' non parla italiano.
Rose che si aprono perfette, pomodori che maturano, lampade che illuminano pavimenti che si raffreddano.
Una sirena che passa lontana. L'altra notte un ragazzo di vent'anni ha ammazzato due ragazzi di vent'anni, in questa citta'. Poi si e' fatto accompagnare dai suoi genitori alla caserma dei carabinieri. Ha detto che non sa perche' l'ha fatto ne' come l'ha fatto. Forse e' stato un brutto sogno, ci sveglieremo fra poco, deve avergli detto sua madre.
Luci soffuse e nessuna paura, niente di male puo' accadere in questo terrazzo che e' un nido fra le case, che tutti possono godere.
Una civetta ripete il suo suono monotono e familiare, un rumore di campagna fra i molti che si sentono, se solo si sta a sentire lo strato sotto i televisori.
Se tutti gli uomini sparissero, questa citta' sarebbe altrettanto viva.
Se tutti gli uomini sapessero di essere uguali ai fiori, ai gatti, agli uccelli, questa citta' sarebbe in pace.
martedì 21 giugno 2011
L'ottimismo e' un velo di flatting
Uff, che settimana!
Ve l'ho scritto che nel frattempo, mentre la mia ipotesi di cambio di vita e giardino con le gambe dormiva, s'e' mossa la mia azienda, proponendomi un nuovo lavoro?
Promesse di rito, contiamo tutti su di te, sei la candidata ideale per questo ruolo delicato e annessi e connessi. Per il momento semplicemente doppio incarico, il mio mestiere amato, odiato, ormai non piu' tollerato e l'incognita di questa attivita' nuova e con ambizioni apparentemente piu' ridotte, in realta' una buona opportunita' per incidere in modo piu' concreto su una popolazione, quella interna, che ha le dimensioni di un capoluogo di provincia di medie dimensioni.
Insomma, e' cominciato un capitolo nuovo, come e' cominciato un caldo serio da giugno ormai a piu' di meta'.
Il giardino non l'ha ancora capito. I pomodori si piegano sotto il peso di frutti giganteschi, pesanti e ancora verdissimi. Le rose fioriscono per l'ennesima volta (ma non c'era la quiescenza estiva, amici giardinieri?), il cortile del condominio si lecca le ferite dell'umidita', con un attacco di macchia nera che ha deturpato le rose e un esercito di afidi a cui, secondo il parere autorevole di mia mamma, si e' aggiunta una retroguardia di ragnetto rosso.
In compenso sono invasa da una rucola amarissima, figlia di pochi semi che mi ha dato mio suocero, mentre i peperoni sono ormai grossi e morbidi. Sabato ho cucinato, un po' titubante, il primo e ho apprezzato l'attesa che mi e' costata crescerlo, perche' la pasta, quella di farro comprata al mercato della terra, era straordinaria.
Ultimo avvenimento: ho scoperto che so dare l'impregnante a un tavolino e mi manca solo l'ultima mano per proteggere la mia preziosa ruota di macina indiana, che sta in fondo alla pergola con vasi e lanterne sopra, ma che aveva cominciato a soffrire troppo l'effetto delle secchiate d'acqua sul legno.
Non che sia stato difficile, dipingere il tavolo, ma ho scoperto di saperlo fare e questo apre un mondo possibile.
Oppure non ne apre nessuno, ma da' soddisfazione piu' delle lodi interessate di un capo, piu' delle tecniche di seduzione (bel libro, quello, quando De Carlo scriveva ancora invece di fare lo scrittore) dell'interlocuzione aziendale. Quasi come un sindaco che trasmette su un maxischermo in piazza la prima seduta del suo consiglio comunale.
E' una settimana che si vela di ottimismo su un fondo amaro che ormai non si toglie piu'.
Brilla come un velo di flatting, che non cancella smancate e macchie del legno, ma vi riflette sopra una luce diversa e protegge da intemperie che torneranno, a dispetto di questo sole che al momento consola.
Ve l'ho scritto che nel frattempo, mentre la mia ipotesi di cambio di vita e giardino con le gambe dormiva, s'e' mossa la mia azienda, proponendomi un nuovo lavoro?
Promesse di rito, contiamo tutti su di te, sei la candidata ideale per questo ruolo delicato e annessi e connessi. Per il momento semplicemente doppio incarico, il mio mestiere amato, odiato, ormai non piu' tollerato e l'incognita di questa attivita' nuova e con ambizioni apparentemente piu' ridotte, in realta' una buona opportunita' per incidere in modo piu' concreto su una popolazione, quella interna, che ha le dimensioni di un capoluogo di provincia di medie dimensioni.
Insomma, e' cominciato un capitolo nuovo, come e' cominciato un caldo serio da giugno ormai a piu' di meta'.
Il giardino non l'ha ancora capito. I pomodori si piegano sotto il peso di frutti giganteschi, pesanti e ancora verdissimi. Le rose fioriscono per l'ennesima volta (ma non c'era la quiescenza estiva, amici giardinieri?), il cortile del condominio si lecca le ferite dell'umidita', con un attacco di macchia nera che ha deturpato le rose e un esercito di afidi a cui, secondo il parere autorevole di mia mamma, si e' aggiunta una retroguardia di ragnetto rosso.
In compenso sono invasa da una rucola amarissima, figlia di pochi semi che mi ha dato mio suocero, mentre i peperoni sono ormai grossi e morbidi. Sabato ho cucinato, un po' titubante, il primo e ho apprezzato l'attesa che mi e' costata crescerlo, perche' la pasta, quella di farro comprata al mercato della terra, era straordinaria.
Ultimo avvenimento: ho scoperto che so dare l'impregnante a un tavolino e mi manca solo l'ultima mano per proteggere la mia preziosa ruota di macina indiana, che sta in fondo alla pergola con vasi e lanterne sopra, ma che aveva cominciato a soffrire troppo l'effetto delle secchiate d'acqua sul legno.
Non che sia stato difficile, dipingere il tavolo, ma ho scoperto di saperlo fare e questo apre un mondo possibile.
Oppure non ne apre nessuno, ma da' soddisfazione piu' delle lodi interessate di un capo, piu' delle tecniche di seduzione (bel libro, quello, quando De Carlo scriveva ancora invece di fare lo scrittore) dell'interlocuzione aziendale. Quasi come un sindaco che trasmette su un maxischermo in piazza la prima seduta del suo consiglio comunale.
E' una settimana che si vela di ottimismo su un fondo amaro che ormai non si toglie piu'.
Brilla come un velo di flatting, che non cancella smancate e macchie del legno, ma vi riflette sopra una luce diversa e protegge da intemperie che torneranno, a dispetto di questo sole che al momento consola.
giovedì 26 maggio 2011
Se il giardino avra' le gambe
Il cielo ha il colore dell'oleandro, un color guancia di bimbo appena accennato. La vita scorre intorno, nelle case che sovrastano il giardino. Il ragazzo del sax - personale colonna sonora delle mie sere qui - si esercita con le finestre aperte, nella sua casa da qualche parte in alto a destra (partendo dal dondolo). Un neonato urla e penso sua madre lo mettera' in lavatrice fra poco. Niente tv stasera, questo e' strano. Il cane abbaia alla gatta piccola, che passeggia indolente sul bordo del muro. E' gia' stanca prima ancora della caccia notturna agli scarafaggi e ai grilli, il suo modo per dimostrare che se in questa casa non ci fosse lei...Il gatto grande, avvolto in troppo pelo, e' gia' steso dal caldo e cosi' restera' fino a settembre.
E' tutto immobile, come la mia vita in attesa, a palla di riccio. La frenetica attivita' della rosa vecchia e il fiorire tardivo del peperone sono le uniche eccezioni a questa staticita' apparente. Persino gli afidi, che tolgo a mano la mattina per evitare di dare insetticidi, tanto il peggio e' passato e sono relativamente pochi, stanno immobili a farsi pizzicare via.
In realta' tutti gli abitanti del giardino sono al lavoro. I pomodori a ingrossare le loro miniature di pomodoro, il limone a produrre quel suo unico limoncino su cui riversa un'attenzione tale che ogni mattina vado a controllare che un gatto disgraziato non l'abbia fatto cadere per sbaglio, altrimenti mi tocca chiamare lo psicologo dei limoni.
Gli ulivi - bonta' loro - hanno trasformato in minuscoli pallini tutti quei loro inutili fiorellini che sembrano paillettes. Ce li avete presente i fiori dell'ulivo? Ce le avete presenti le paillettes degli anni ottanta? Uguali. Fiori piccolissimi e bianco sporco, che si staccano lasciando il centro attaccato alla pianta (l'oliva, appunto), per planare per terra con il loro buco perfettamente circolare al centro, pronti per essere cuciti su un top di Madonna dei bei tempi.
Spero che la mia vita sia come il giardino in questo momento. Una catatonia apparente, sotto cui si percepisce un gran tramestio, un cambiamento che esplodera' d'un tratto, dopo un'immensa preparazione silenziosa e invisibile. Io sono pronta, devo solo aspettare.
Ieri sera pensavo a una frase di Che Guevara, di quelle che si scrivono sui diari da adolescenti, che dice: "la mia casa avra' le gambe e i miei sogni non avranno confini", me la ricordo piu' o meno cosi'.
Pensavo che se cambiero' citta', per seguire un lavoro che sara' finalmente solo un lavoro, voglio un giardino con la terra, senza pavimento.
Anche se non ne trovero' mai uno cosi' sicuro per i gatti, ne' per me.
Pero' pensavo anche che ci portero' le mie piante dentro i vasi, che non le mettero' in piena terra, perche' altrimenti poi come faccio se le devo spostare? Solo annuali, tanti fiori da taglio e l'orto a punteggiare il giardino e le mie piante in assetto da viaggio perenne, pronte a ripartire con noi se dovremo di nuovo andare.
La nostra vita sembra prendere una piega cosi', da non poter mai chiamare casa una casa, nemmeno questa che e' il mio rifugio, il posto dove stare al sole e fare il buco e nascondermi nello stesso tempo.
Allora daro' ragione mio marito, che mi dice sempre che il tuo posto non la fanno i muri, ma la facciamo noi, e i gatti.
Io aggiungo il giardino, il mio giardino immobile e con le gambe.
Quello che spero mi sia sempre specchio, confronto e conforto.
Come lo e' ora.
E' tutto immobile, come la mia vita in attesa, a palla di riccio. La frenetica attivita' della rosa vecchia e il fiorire tardivo del peperone sono le uniche eccezioni a questa staticita' apparente. Persino gli afidi, che tolgo a mano la mattina per evitare di dare insetticidi, tanto il peggio e' passato e sono relativamente pochi, stanno immobili a farsi pizzicare via.
In realta' tutti gli abitanti del giardino sono al lavoro. I pomodori a ingrossare le loro miniature di pomodoro, il limone a produrre quel suo unico limoncino su cui riversa un'attenzione tale che ogni mattina vado a controllare che un gatto disgraziato non l'abbia fatto cadere per sbaglio, altrimenti mi tocca chiamare lo psicologo dei limoni.
Gli ulivi - bonta' loro - hanno trasformato in minuscoli pallini tutti quei loro inutili fiorellini che sembrano paillettes. Ce li avete presente i fiori dell'ulivo? Ce le avete presenti le paillettes degli anni ottanta? Uguali. Fiori piccolissimi e bianco sporco, che si staccano lasciando il centro attaccato alla pianta (l'oliva, appunto), per planare per terra con il loro buco perfettamente circolare al centro, pronti per essere cuciti su un top di Madonna dei bei tempi.
Spero che la mia vita sia come il giardino in questo momento. Una catatonia apparente, sotto cui si percepisce un gran tramestio, un cambiamento che esplodera' d'un tratto, dopo un'immensa preparazione silenziosa e invisibile. Io sono pronta, devo solo aspettare.
Ieri sera pensavo a una frase di Che Guevara, di quelle che si scrivono sui diari da adolescenti, che dice: "la mia casa avra' le gambe e i miei sogni non avranno confini", me la ricordo piu' o meno cosi'.
Pensavo che se cambiero' citta', per seguire un lavoro che sara' finalmente solo un lavoro, voglio un giardino con la terra, senza pavimento.
Anche se non ne trovero' mai uno cosi' sicuro per i gatti, ne' per me.
Pero' pensavo anche che ci portero' le mie piante dentro i vasi, che non le mettero' in piena terra, perche' altrimenti poi come faccio se le devo spostare? Solo annuali, tanti fiori da taglio e l'orto a punteggiare il giardino e le mie piante in assetto da viaggio perenne, pronte a ripartire con noi se dovremo di nuovo andare.
La nostra vita sembra prendere una piega cosi', da non poter mai chiamare casa una casa, nemmeno questa che e' il mio rifugio, il posto dove stare al sole e fare il buco e nascondermi nello stesso tempo.
Allora daro' ragione mio marito, che mi dice sempre che il tuo posto non la fanno i muri, ma la facciamo noi, e i gatti.
Io aggiungo il giardino, il mio giardino immobile e con le gambe.
Quello che spero mi sia sempre specchio, confronto e conforto.
Come lo e' ora.
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